Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19542 del 18/09/2020

Cassazione civile sez. I, 18/09/2020, (ud. 17/07/2020, dep. 18/09/2020), n.19542

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – rel. Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 31196/2018 proposto da:

Ministero dell’interno, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in Roma, Via Dei Portoghesi n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato, che lo rappresenta e difende ope legis;

– ricorrente –

contro

K.O., domiciliato in Roma, Piazza Cavour, presso la

Cancelleria Civile della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso

dall’avvocato Vigliotti Daniela, giusta procura speciale allegata al

ricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1452/2018 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 21/03/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

17/07/2020 dal Consigliere VELLA Paola.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Il Tribunale di Milano ha respinto la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato, ovvero della protezione sussidiaria o in subordine di quella umanitaria, proposta dal cittadino ivoriano K.O., nato ad (OMISSIS), il quale aveva dichiarato, con dovizia di particolari: di essere fuggito perchè, avendo aderito al gruppo “Il Comando Invisibile”, guidato dal capo ” I.” (che aveva lo scopo di destabilizzare il governo di G.), era stato messo in carcere dai capi militari che, pur avendolo poi integrato nell’esercito regolare, avevano l’intenzione di ucciderlo (come era effettivamente avvenuto per tutti i militanti “pro- I.”); di essere riuscito a fuggire dalla caserma, con l’aiuto di un amico, il (OMISSIS); di essersi trattenuto in Niger per due anni e in Libia per un anno, giungendo infine in Italia il 16 gennaio 2015; di aver saputo che i militari erano andati a cercarlo a casa di sua madre e quindi di temere per la sua incolumità in caso di rientro in patria.

La Corte di appello di Milano ha accolto parzialmente l’appello del ricorrente, riconoscendo il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari. Avverso tale decisione il Ministero dell’interno ha proposto un motivo di ricorso per cassazione, cui l’intimato ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

2. Il Ministero ricorrente denunzia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32 e D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, anche in relazione all’art. 2 Cost. e art. 8 Cedu, in quanto la corte d’appello, pur richiamando il noto precedente di Cass. 4455/2018, non ne avrebbe fatto “corretta applicazione”, escludendo di fatto che “il Paese di provenienza sia attualmente caratterizzato da particolari criticità” e adottando un criterio comparativo difforme dalla “effettiva e incolmabile sproporzione tra i due contesti di vita nel godimento dei diritti fondamentali, tali da costituire la lesione della vita privata e familiare”; diritto che, pur essendo tutelato dall’art. 8 CEDU, potrebbe “soffrire ingerenze legittime da parte dei pubblici poteri per il perseguimento di interessi statuali contrapposti, quali, tra gli altri, l’applicazione e il rispetto delle leggi in materia di immigrazione” (Corte EDU sent. 8 aprile 2008, Nnyanzi c. Regno Unito, citato anche da Cass. 4455/2018, p. 7).

3. La censura è inammissibile, poichè non coglie l’effettiva ratio decidendi della decisione impugnata, finendo per contestarne il merito.

3.1. La corte territoriale, invero, pur escludendo un “quadro di pericolo persecutorio” e pur ritenendo non acquisite “prove sufficienti per ravvisare la sussistenza delle ipotesi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14”, ha tuttavia ritenuto che la situazione socio-politica del Paese di origine debba essere valutata ai fini della tutela umanitaria invocata in subordine dal richiedente, poichè questi proviene da Abidjan, la capitale della Costa d’Avorio situata nel comune di Anyama, a sud del paese, che, “pur essendosi modernizzata, presenta ancora problemi seri per il controllo dell’ordine pubblico da parte dell’amministrazione del Presidente Q.”; partendo da tale rilievo, ha quindi ritenuto la necessità di operare un bilanciamento comparativo tra la criticità del paese di provenienza e l’aspetto della vulnerabilità personale del richiedente, osservando che questi ha costantemente svolto in Italia regolare attività lavorativa (quale operaio) presso una ditta che gli ha anche fornito la disponibilità di un alloggio; ha altresì svolto con merito attività di volontariato ed ha frequentato corsi di italiano, informatica e tecniche di comunicazione; ha infine sofferto di patologie (gonalgia e cefalea di NDD) per le quali ha effettuato accertamenti e cure mediche, come da documentazione prodotta. Tenuto conto di questi aspetti, la corte d’appello ha quindi concluso che il giovane ivoriano si è ormai integrato nel nostro Paese, raggiungendo un dignitoso livello di vita che si può ragionevolmente escludere egli possa mantenere in caso di rientro nel paese di origine.

3.2. Si tratta, all’evidenza, di una scrupolosa motivazione che opera doverosamente la valutazione comparativa, tra le condizioni di vita iniziali e quelle raggiunte in Italia, in modo individualizzato, calando i profili di vulnerabilità personali nel contesto socio-politico di origine, peraltro sottoposto nuovamente a rischio di grave destabilizzazione dopo che, nel gennaio 2019, la Corte penale internazionale dell’Aja ha assolto l’ex presidente L.G. dall’accusa di aver commesso crimini di guerra durante gli scontri del periodo 2010-2011 (dopo le tormentate elezioni presidenziali del 2010 che sancirono la fine del suo potere in Costa d’Avorio, con il suo rifiuto di accettare la vittoria del presidente A.O.). Gli osservatori internazionali temono infatti che G. possa tornare nel suo Paese, già teatro di una guerra civile durata più di dieci anni, in cui sono morte circa 3.000 persone, dopo il fallito attentato del 19 settembre 2002 finalizzato a spodestarlo. Come è noto, il conflitto ha diviso la Costa d’Avorio tra ribelli e alleati del governo e, da allora, persistono fratture profonde, soprattutto all’interno dell’esercito, che è composto da ex ribelli e combattenti lealisti (www.atlanteguerre.it).

4. Orbene, una decisione così motivata non risulta in contrasto con la giurisprudenza di questa Corte, anche alla luce del recente approdo delle Sezioni Unite, le quali, con la sentenza n. 29459 del 13 novembre 2019, hanno affermato i seguenti principi di diritto:

1) “In tema di successione delle leggi nel tempo in materia di protezione umanitaria, il diritto alla protezione, espressione di quello costituzionale di asilo, sorge al momento dell’ingresso in Italia in condizioni di vulnerabilità per rischio di compromissione dei diritti umani fondamentali e la domanda volta a ottenere il relativo permesso attrae il regime normativo applicabile; ne consegue che la normativa introdotta con il D.L. n. 113 del 2018, convertito con L. n. 132 del 2018, nella parte in cui ha modificato la preesistente disciplina contemplata dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e dalle altre disposizioni consequenziali, non trova applicazione in relazione a domande di riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari proposte prima dell’entrata in vigore (5 ottobre 2018) della nuova legge; tali domande saranno, pertanto, scrutinate sulla base delle norme in vigore al momento della loro presentazione, ma, in tale ipotesi, l’accertamento della sussistenza dei presupposti per il riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari sulla base delle norme esistenti prima dell’entrata in vigore del D.L. n. 113 del 2018, convertito nella L. n. 132 del 2018, comporterà il rilascio del permesso di soggiorno “per casi speciali” previsto dall’art. 1, comma 9, del suddetto decreto legge”.

2) “In tema di protezione umanitaria, l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali comporta che, ai fini del riconoscimento della protezione, occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza”.

4.1. Le stesse Sezioni Unite hanno quindi ribadito (dando continuità all’orientamento inaugurato da Cass. 4455/2018) che il permesso di soggiorno per motivi umanitari non può essere riconosciuto al cittadino straniero “considerando, isolatamente e astrattamente, il suo livello di integrazione in Italia”, e che il diritto non può essere affermato “in considerazione del contesto di generale e non specifica compromissione dei diritti umani accertato in relazione al paese di provenienza” (v. Cass. 17072/2018), poichè altrimenti si avrebbe riguardo “non già alla situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto a quella del suo paese di origine, in termini del tutto generali ed astratti”, in contrasto con il parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, dovendosi invece procedere – come si è fatto nel caso di specie – “ad una valutazione individuale, caso per caso, della vita privata e familiare del richiedente in Italia, comparata alla situazione personale che egli ha vissuto prima della partenza ed alla quale egli si troverebbe esposto in conseguenza del rimpatrio” (v. Cass. 9304/2019).

4.2. In effetti, il “rilievo centrale” assegnato alla predetta valutazione comparativa ha proprio lo scopo “di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale” (Cass. Sez. U, nn. 29459, 29460, 29461 del 2019; Cass. 630/2020); verifica, questa, che il giudice può effettuare come avvenuto nel caso di specie – anche esercitando i propri poteri istruttori officiosi, purchè il ricorrente abbia assolto l’onere di allegare i fatti costitutivi del diritto azionato (Cass. 27336/2018, 8908/2019, 17169/2019).

4.3. Al riguardo le stesse Sezioni Unite, dopo aver richiamato l’actio finium regundorum operata dal diritto unionale (v. art. 2, lett. g), “direttiva qualifiche” n. 2011/95/UE; cfr. Corte giust., grande sezione, 9 novembre 2010, cause C-57/09 e C-101/09) tra le protezioni maggiori e quella umanitaria prevista dal diritto nazionale (che trova legittimazione nella “direttiva rimpatri” n. 2008/115/CE, il cui art. 6, par. 4 contempla la possibilità di un permesso di soggiorno autonomo “per motivi caritatevoli, umanitari o di altra natura”) – tutte da ascrivere “all’area dei diritti fondamentali”, anche quella, residuale e temporanea, riconoscibile per ragioni umanitarie (conf. Cass. Sez. U, nn. 32177, 32044 e 32045 del 2018), in quanto tutte “espressione del diritto di asilo costituzionale” ex art. 10 Cost., comma 3, che sono destinate ad attuare (Corte Cost. 194/2019) – hanno sottolineato che il diritto di asilo è “costruito come diritto della personalità, posto a presidio di interessi essenziali della persona, e non può recedere al cospetto dello straniero bisognoso di aiuto che, allegando motivi umanitari, invochi il diritto di solidarietà sociale”, dal momento che “i diritti fondamentali dell’uomo spettano ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani, sicchè la condizione giuridica dello straniero non può essere considerata ragione di trattamenti diversificati e peggiorativi” (v. Corte Cost. 105/2001 e 249/2010). Di conseguenza, le “condizioni stabilite dalla legge” che lo stesso art. 10 Cost., evoca non possono che essere (solo) “quelle chiamate a regolare il soggiorno dell’esule, la definizione dei criteri di accertamento dei requisiti richiesti per l’asilo e le modalità del relativo procedimento di accertamento”.

4.4. Proseguendo lungo questa direttrice argomentativa, il supremo collegio nomofilattico ha dunque evidenziato che “la situazione giuridica soggettiva dello straniero nei confronti del quale sussistano i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria ha natura di diritto soggettivo, da annoverarsi tra i diritti umani fondamentali garantiti dall’art. 2 Cost. e art. 3 della convenzione Europea dei diritti dell’uomo”, aggiungendo che “gli interessi protetti non possono restare ingabbiati in regole rigide e parametri severi, che ne limitino le possibilità di adeguamento, mobile ed elastico, ai valori costituzionali e sovranazionali” (tanto da non soffrire tipizzazioni: cfr. Cass. 13079 e 13096 del 2019) e che “l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali, col sostegno dell’art. 8 della Cedu, promuover l’evoluzione della norma, elastica, sulla protezione umanitaria a clausola generale di sistema, capace di favorire i diritti umani e di radicarne l’attuazione”.

5. Alla luce delle esposte considerazioni, le doglianze in diritto mosse contro la sentenza impugnata devono ritenersi inammissibili, poichè la relativa censura, “sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione o falsa applicazione di legge (…) mira, in realtà, ad una rivalutazione dei fatti storici operata dal giudice di merito” (Cass. Sez. U, 34476/2019).

6. Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso segue la condanna alle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in dispositivo.

7. Sussistono in astratto i presupposti processuali per il cd. raddoppio del contributo unificato ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, (cfr. Cass. Sez. U, 23535/2019 e 4315/2020).

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.100,00 per compensi, oltre a spese forfettarie nella misura del 15 per cento, esborsi liquidati in Euro 100,00 ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 17 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 18 settembre 2020

 

 

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