Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19532 del 23/07/2018


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Civile Ord. Sez. 6 Num. 19532 Anno 2018
Presidente: DORONZO ADRIANA
Relatore: FERNANDES GIULIO

ORDINANZA
sul ricorso 9685-2017 proposto da:
PIETRANTUONO MARIA GRAZIA, elettivamente domiciliata in
ROMA, VIA LUCREZIO CARO n.50, presso lo studio dell’avvocato
BERNARD() MONTESANO GANCELLARA, che la rappresenta e
difende;

– ricorrente contro
POSTE ITALIANE S.P.A. C.F.97103880585, in persona del legale
rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
C. MONTEVERDI n.16, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE
CONSOLO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente avverso la sentenza n. 4744/2016 della CORTE D’APPELLO di
ROMA, depositata il 11/10/2016;

Data pubblicazione: 23/07/2018

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non
partecipata del 23/05/2018 dal Consigliere Dott. GIULIO
FERNANDES.
RILEVATO

che, con sentenza dell’Il ottobre 2016, la Corte d’Appello di Roma

proposta da Maria Grazia Pietrantuono nei confronti di Poste Italiane
s.p.a. intesa alla declaratoria di nullità del termine apposto al
contratto di lavoro intercorso tra essa istante e la convenuta società
per il periodo dal 1° dicembre 2011 al 31 gennaio 2012 ed
all’accertamento della sussistenza di un rapporto di lavoro a tempo
indeterminato dalla stipula del contratto con condanna di Poste
Italiane a riammetterla in servizio nonché al pagamento delle
mensilità maturate dalla cessazione del rapporto;

che, per quello ancora di rilievo in questa sede, ad avviso della
Corte territoriale la società aveva provato di aver rispettato la cd.
“clausola di contingentamento” con la precisazione che il rispetto del
limite percentuale stabilito dalla legge era da riferirsi all’intero
organico aziendale e non limitato a quello addetto ai servizi postali;

che

per la cassazione di tale decisione propone ricorso la

Pietrantuono affidato ad un unico articolato motivo cui resiste con
controricorso Poste Italiane s.p.a.;

che è stata depositata la proposta del relatore, ai sensi dell’art.
380-bis cod. proc. civ., ritualmente comunicata alle parti,
unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di
consiglio;
CONSIDERATO

che con l’unico motivo di ricorso viene dedotta violazione e falsa
applicazione dell’art. 329 cod. proc. civ. ( in relazione all’art. 360,
primo comma, n. 3, cod. proc. civ.) nonché omessa, insufficiente e
contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo ( in relazione
all’art. 360, primo comma, n.5, cod. proc. civ.) per avere il giudice
del gravame ritenuto provato il rispetto del limite percentuale del

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confermava la decisione di primo grado di rigetto della domanda

15% fissato dalla legge sulla scorta di documenti di parte oltre che
generici e tempestivamente contestati e, peraltro, avendo riguardo
all’organico aziendale calcolato: a) “per teste” e non col criterio del
“full time equivalent” da utilizzare, invece, più correttamente per poi
confrontarlo con il numero degli assunti a termine determinato “per
teste”; b) con riferimento alla complessiva consistenza

stretto;

che

il motivo è infondato laddove denuncia la erronea

individuazione dei criteri di calcolo dell’osservanza della cd. “clausola
di contingentamento” in quanto:
– a) il raffronto deve essere effettuato su base omogenea
verificando il rispetto della percentuale di contingentamento
applicando il criterio del ‘per teste’ tantoltorganico aziendale che al
numero dei lavoratori a termine, come correttamente affermato
nell’impugnata sentenza. L’applicazione di un doppio criterio, ovvero
del ‘full time equivalent’ per calcolare l’organico e di quello ‘per
teste’ per determinare gli assunti a termine realizza, infatti, un
raffronto irrazionale per la disomogeneità dei parametri di
commisurazione delle due grandezze e non coerente con la
formulazione letterale della norma che è quella di garantire
un’adeguata proporzione tra due specifiche tipologie contrattuali tempo determinato e tempo indeterminato – (cfr. Cass. 11 febbraio
2014, n. 3031 resa con riguardo ad una ipotesi in cui la percentuale
da non superare era stata fissata dalla contrattazione collettiva e la
recente Cass. 15 gennaio 2018, n. 753 resa proprio con riferimento
all’art. 2, comma 1 bis, del d.lgs. n. 368/2001).
– b) la giurisprudenza di questa Corte, in tema di rispetto dell’art.
2, comma 1

bis,

del d.lgs. n. 368/2001, ha sancito che la

percentuale del 15% è riferita all’intero organico aziendale facendo la
norma esclusivo riferimento alla tipologia di imprese presso cui
avviene l’assunzione – quelle concessionarie di servizi nei settori
delle poste – e non anche alle mansioni del lavoratore assunto, in
coerenza con la ratio della disposizione, ritenuta legittima dalla Corte
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occupazionale e non solo agli addetti ai servizi postali in senso

costituzionale con sentenza n. 214 del 2009, individuata nella
possibilità di assicurare al meglio lo svolgimento del cd. ‘servizio
universale’ postale, ai sensi dell’art. 1, comma 1, d.lgs. n. 261/1999,
di attuazione della direttiva 1997/67/CE, mediante il riconoscimento
di una certa flessibilità nel ricorso allo strumento del contratto a
tempo determinato, sia pure entro limiti quantitativi fissati

Cass. 5 febbraio 2016, n. 2324; Cass. 10 maggio 2017, n. 16431).
Né si rinviene nei passaggi della citata sentenza n. 214/09 della
Corte cost. un suffragio alla tesi propugnata in ricorso: anzi, il
giudice delle leggi afferma che non è manifestamente irragionevole
che ad imprese tenute per legge al c.d. ‘servizio postale universale’
sia riconosciuta una certa flessibilità nel ricorrere alle assunzioni a
termine, sia pure entro limiti quantitativi fissati inderogabilmente dal
legislatore. A loro volta i summenzionati limiti ouantitativi sono

rafforzati dai controiìo che sulla loro osservanza può essere svoito
grazie al meccanismo di trasparenza delineato dall’art. 2, comma 1
bis, del d.lgs. n. 368/2001, che impone all’azienda di comunicare
alle organizzazioni sindacali provinciali di categoria le richieste di
assunzioni a termine;

che è inammissibile laddove denuncia omessa, insufficiente e
contraddittoria motivazione in quanto, non presenta i requisiti di
ammissibilità richiesti dall’art. 360, primo comma, n. 5 così come
novellato nella interpretazione fornitane dalle Sezioni unite di questa
Corte ( SU n. 8053 del 7 aprile 2014) finendo: a) con il criticare la
sufficienza del ragionamento logico posto alla base dell’interpretazione
di determinati atti del processo, e dunque un caratteristico vizio
motivazionale, in quanto tale non più censurabile (si veda la citata
Cass., S.U., n. 8053/14 secondo cui il controllo della motivazione è
ora confinato sub specie nullitatis, in relazione al n. 4 dell’art. 360
cod. proc. civ. il quale, a sua volta, ricorre solo nel caso di una
sostanziale carenza del requisito di cui all’art. 132, n. 4, cod. proc.
civ., esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di ‘sufficienza’
della motivazione); b) con il lamentare non l’omesso esame di un
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inderogabilmente dal legislatore (v. Cass. 2 luglio 2015, n. 13609;

fatto inteso nella sua accezione storico-fenomenica ( e quindi non un
punto o un profilo giuridico), un fatto principale o primario (ossia
costitutivo, impeditivo, estintivo o modificativo del diritto azionato) o
secondario (cioè un fatto dedotto in funzione probatoria) bensì
l’omesso esame della contestazione relativa alla inidoneità della
documentazione prodotta dalla società al fine di provare il rispetto

neppure riportato in che termini nei precedenti gradi di giudizio
fossero stati specificamente contestati i documenti prodotti dalla
società). In effetti, il motivo, in questa parte, finisce col sollecitare
una generale rivisitazione del materiale di causa e nel chiederne un
nuovo apprezzamento nel merito, operazione non consentita in sede
di legittimità neppure sotto forma di denuncia di vizio di
motivazione; invero, è stato in più occasioni affermato dalla
giurisprudenza di questa Corte che la valutazione delle emergenze
probatorie, come la scelta, tra le varie risultanze, di quelle ritenute
più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di
fatto riservati al giudice del merito, il quale nel porre a fondamento
della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non
incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio
convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo
elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive (cfr, e plurimis,
Cass. n. 17097 del 21/07/2010; Cass. n. 12362 del 24/05/2006;
Cass. n. 11933 del 07/08/2003);

che, alla luce di quanto esposto, il ricorso va rigettato;
che le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da
dispositivo in favore della controricorrente società;

che sussistono i presupposti per il versamento, da parte della
ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato,
previsto dall’art. 13, comma 1

quater,

del d.P.R. 30 maggio,

introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n.
228 (legge di stabilità 2013) trovando tale disposizione applicazione
ai procedimenti iniziati in data successiva al 30 gennaio 2013, quale

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della “clausola di contingentamento” (peraltro, nel motivo non viene

quello in esame (Cass. n. 22035 del 17/10/2014; Cass. n. 10306 del
13 maggio 2014 e numerose successive conformi);
P.Q.M.
La Corte, rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese del
presente giudizio liquidate in euro 200,00 per esborsi, euro 3.000,00
per compensi professionali, oltre rimborso spese forfetario nella

Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater, del d.P.R. n. 115 del 2002 dà
atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della
ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a
quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso art.
13.
Così deciso in Roma, il 23 maggio 2018
Il Presidente

misura del 15%.

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