Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19520 del 18/09/2020

Cassazione civile sez. I, 18/09/2020, (ud. 17/07/2020, dep. 18/09/2020), n.19520

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 12242/18 proposto da:

-) Ministero dell’Interno, in persona del ministro pro tempore,

domiciliato a Roma, via dei Portoghesi n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato, dalla quale è rappresentato e difeso ai sensi

del R.D. 30 ottobre 1933, n. 1611, art. 1, comma 1;

– ricorrente –

contro

-) M.D., elettivamente domiciliato a Milano, v.le Regina

Margherita n. 30, presso l’avv. Livio Neri che lo rappresenta e

difende in virtù di procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Milano 18.12.2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

17 luglio 2020 dal Consigliere relatore Dott. Marco Rossetti.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. D.M., cittadino senegalese, chiese alla competente commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 4:

(a) in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato politico, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 7 e ss.;

(b) in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14;

(c) in via ulteriormente subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6, (nel testo applicabile ratione temporis).

2. La Commissione Territoriale rigettò l’istanza.

Avverso tale provvedimento D.M. propose, ai sensi del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 35 ricorso dinanzi al Tribunale di Milano, che la rigettò con ordinanza 8.12.2015.

Tale ordinanza, appellata dal soccombente, venne parzialmente riformata dalla Corte d’appello di Milano con sentenza 18.12.2017. Quest’ultima ritenne che l’appellante, avendo dimostrato di svolgere un lavoro, protrattosi almeno dal maggio del 2016 al dicembre del 2017, ritenne sussistente per questa ragione il diritto al rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5.

4. Il provvedimento della Corte d’appello è stato impugnato per cassazione dal Ministero dell’interno con ricorso fondato su un motivo. La parte intimata ha resistito con controricorso.

Con ordinanza interlocutoria 18.6.2019′ n. 16345 il Collegio giudicante, rilevato che la questione di diritto prospettata dalla parte ricorrente era stata già in precedenza devoluta all’esame delle Sezioni Unite, rinviò la causa a nuovo ruolo, in attesa della decisione delle Sezioni Unite.

Depositata quest’ultima (Cass. sez. un. 13.11.2019 n. 29459), il presente ricorso è stato fissato e discusso nell’odierna adunanza camerale.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con l’unico motivo di ricorso la difesa erariale lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32.

Nell’illustrazione del motivo si sostiene che erroneamente la corte d’appello ha ritenuto che gli sforzi di inserimento sociale e lavorativo compiuti dal richiedente asilo, e la conseguita autosufficienza economica, costituiscano di per sè presupposti sufficienti a rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Quest’ultimo, prosegue il ricorso, può essere accordato soltanto ove ricorrano due presupposti alternativi: o la sussistenza, nel paese di origine, di una effettiva compromissione dell’esercizio dei diritti fondamentali anche non integrante gli estremi della “persecuzione” idonea a giustificare la concessione dello status di rifugiato; oppure, in alternativa, la mancanza delle condizioni minime per condurre un’esistenza dignitosa, quali ad esempio un grave rischio per la salute, la mancanza di beni di prima necessità, siccità, carestia, povertà inemendabile.

Aggiunge l’amministrazione ricorrente che le suddette condizioni, tuttavia, non devono essere accertate genericamente con riferimento alla situazione complessiva del paese d’origine del richiedente, ma devono essere valutate in riferimento alla condizione personale di quest’ultimo.

Dopo aver esposto ciò in punto di diritto, il ricorso prosegue osservando che nel caso di specie la corte d’appello ha accolto il gravame, accordando all’appellante permesso di soggiorno per motivi umanitari, senza avere preso in esame le condizioni di partenza del paese di origine, e soprattutto senza correlarle alla storia personale del richiedente.

2. Il controricorrente ha eccepito l’inammissibilità del ricorso, sul presupposto che con esso sia stata censurata nella presente sede di legittimità una valutazione di fatto, riservata al giudice di merito. L’eccezione è infondata.

Non vi è dubbio che lo stabilire se una persona si trovi o non si trovi in una condizione di “vulnerabilità”, per i fini di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, costituisca un apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito ed insindacabile in sede di legittimità. Per contro, sindacabile in sede di legittimità è l’eventuale error iuris consistente nella erronea individuazione dei presupposti di diritto richiesti dalla legge per la concessione del suddetto permesso di soggiorno.

Pertanto la censura con la quale si prospetta in sede di legittimità che il giudice di merito abbia accordato o negato il permesso di soggiorno per motivi umanitari, senza previamente accertare la sussistenza dei presupposti legali, costituisce una tipica denuncia di una violazione di legge, ex art. 360 c.p.c., n. 3.

3. Nel merito il motivo è fondato.

Le Sezioni Unite di questa Corte, con sentenza 13.11.2019 n. 29459, hanno stabilito quale sia il fondamento, la natura ed i presupposti per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, previsto dal D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, (nel testo applicabile ratione temporis, oggi abrogato e sostituito dal D.L. 4 ottobre 2018, n. 113, art. 1, comma 1, lett. b), n. 2), convertito, con modificazioni, dalla L. 1 dicembre 2018, n. 132).

Tale statuizioni possono così riassumersi:

a) il permesso di soggiorno per motivi umanitari è espressione del diritto di asilo costituzionalmente garantito dall’art. 10 Cost., comma 3, (così il p. 6.1. di “Motivi della decisione” della sentenza sopra ricordata);

b) il permesso di soggiorno per motivi umanitari non è imposto dalla legislazione comunitaria e non può interferire con le forme di protezione internazionale da quella previste: esso è dunque alternativo a queste ultime, nel senso che quando ricorrano i presupposti per la concessione dello status di rifugiato o per la protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 non vi sarà spazio per la protezione umanitaria, e viceversa (ibidem, p. 9.2);

c) presupposto del rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari è il rischio che il rimpatrio del richiedente possa determinare una compromissione dei suoi diritti umani “al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale” (ibidem, p. 10.1);

d) nel valutare la sussistenza di questo rischio, il giudice di merito tuttavia deve osservare due limiti:

d’) da un lato, non può limitarsi a prendere in esame soltanto il livello di integrazione conseguito dal richiedente in Italia, per di più desumendolo soltanto da un elemento di per sè non decisivo, quale lo svolgimento di attività lavorativa;

d”) dall’altro, non può accordare il permesso di soggiorno per motivi umanitari per il solo fatto che, nel paese di provenienza del richiedente, sussista una generale violazione dei diritti umani, perchè così facendo “si prenderebbe (…) in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo paese di origine, in termini del tutto generali ed astratti, di per sè inidonea al riconoscimento della protezione umanitaria” (ibidem, p. 10.2).

3.1. La sentenza impugnata ha violato i suddetti principi, nella parte in cui ha accordato all’appellante il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari sulla base della sola considerazione che questi avesse fornito adeguata prova “del suo inserimento sul territorio italiano”.

Infatti, alla luce dei principi esposti nel p. precedente, deve affermarsi che il solo svolgimento di attività lavorativa (o di volontariato) non basta ex se per qualificare una persona come “vulnerabile”, e di conseguenza per concederle il permesso di soggiorno per motivi umanitari.

E’ sempre necessario, invece, l’accertamento in concreto dell’ulteriore elemento che caratterizza questo tipo di protezione: e cioè il rischio, nel caso di rientro del richiedente nel suo Paese di provenienza, di una grave compromissione dei suoi diritti fondamentali della persona. Accordare invece il permesso di soggiorno per motivi umanitari trascurando questo elemento, e sulla base della sola circostanza che il richiedente svolga un lavoro in Italia (ed a fortiori sulla base del solo rilievo che il richiedente abbia in animo di svolgerlo), significherebbe attribuire rilievo ad una semplice integrazione di tipo economico, per la cui realizzazione l’ordinamento prevede altri strumenti ed altri principi (la domanda da parte del datore di lavoro nell’ambito delle c.d. “quote” o “flussi” prestabiliti di lavoratori).

3.2. Manifestamente infondate, per contro, sono le deduzioni con cui il controricorrente ha inteso negare la sussistenza, nella sentenza impugnata, dell’errore di diritto denunciato dalla amministrazione ricorrente.

Sostiene infatti il controricorrente che la sentenza impugnata sarebbe corretta perchè il costringere al rimpatrio una persona che abbia avviato “un positivo percorso di sviluppo psico-sociale” costituisce una ingerenza della sua vita privata, e quindi la lesione di un diritto della persona garantito dall’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo.

A tale deduzione, tuttavia, è agevole replicare che:

a) la forzosa interruzione d’una attività lavorativa non costituisce alcuna violazione del diritto alla vita privata, quando sia legittima e legittimamente adottata a tutela di superiori interessi: come ad esempio nel caso di licenziamento per inadempimento, detenzione, profilassi delle malattie infettive;

b) lo Stato ha il dovere di espellere le persone irregolarmente soggiornanti sul suo territorio, imposto dall’art. 6, comma 1, della Direttiva 2008/115/UE, e tale dovere rientra tra le deroghe previste dall’art. 8 CEDU, in presenza delle quali è consentito il sacrificio dei diritti ivi previsti.

Tali principi sono già stati ripetutamente affermati da questa Corte, e da ultimo da Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 17072 del 28/06/2018, Rv. 649648 – 01, la quale ha ribadito che “il rispetto del diritto alla vita privata di cui all’art. 8 CEDU può soffrire ingerenze legittime da parte di pubblici poteri finalizzate al raggiungimento d’interessi pubblici, quali quelli relativi al rispetto delle leggi sull’immigrazione, particolarmente nel caso in cui lo straniero non possieda uno stabile titolo di soggiorno nello Stato di accoglienza, ma vi risieda in attesa che sia definita la sua domanda di riconoscimento della protezione internazionale”.

4. La sentenza va dunque cassata con rinvio.

Il giudice del rinvio tornerà ad esaminare l’appello applicando il

seguente principio di diritto:

“non può essere riconosciuto al cittadino straniero il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari, di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, considerando, isolatamente ed astrattamente, il suo livello di integrazione in Italia, ma è necessario prendere in esame anche la condizione di specifica compromissione dei suoi diritti inviolabili, cui il richiedente sarebbe esposto nel caso di rimpatrio”.

4. Le spese del presente giudizio di legittimità saranno liquidate dal giudice del rinvio.

P.Q.M.

(-) accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Prima Sezione civile della Corte di cassazione, il 17 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 18 settembre 2020

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