Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19513 del 04/08/2017


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Cassazione civile, sez. III, 04/08/2017, (ud. 21/06/2017, dep.04/08/2017),  n. 19513

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8282/2015 proposto da:

P.M.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

MONTE ZEBIO 30, presso lo studio dell’avvocato GIAMMARIA CAMICI, che

lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ALBERTO BOTTARI

giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

ELIPSO FINANCE SRL e per essa quale mandataria FBS SPA, in persona

della sua procuratrice speciale Avv. S.M., elettivamente

domiciliata in ROMA, PIAZZA ADRIANA 15, presso lo studio

dell’avvocato ALBERIGO PANINI, rappresentata e difesa dall’avvocato

GEMMA MAURIZI giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

BANCA ANTONVENETA SPA, P.L.T.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 176/2014 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 30/01/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

21/06/2017 dal Consigliere Dott. ANTCNELLA PELLECCHIA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Banca Antoniana Popolare Veneta convenne in giudizio, dinanzi al Tribunale di Pistoia, P.M.F. e P.L.T., chiedendo che il contratto di compravendita stipulato dai convenuti venisse dichiarato affetto da simulazione assoluta e, in via subordinata, il medesimo contratto venisse dichiarato inefficace nei confronti di essa attrice ex art. 2901 c.c..

Espose la Banca di essere creditrice nei confronti di P.M.F. dell’importo di Lire 135 milioni, per essere lo stesso fideiussore rispetto alle obbligazioni della società Siltif, come da d.i. provvisoriamente esecutivo del Tribunale di Lucca del 28.7.1999; che il P. aveva venduto il 24.6.1999 alcuni immobili a P.L.T.; che l’acquirente era cugina del venditore, dell’età di 80 anni, pensionata, priva di redditi adeguati a sostenere il preteso prezzo di acquisto; che il suddetto contratto era di pregiudizio per le proprie ragioni creditorie.

Si costituirono in giudizio entrambi i convenuti, contestando integralmente gli assunti attorei e chiedendo la sospensione del giudizio in attesa della definizione del giudizio di opposizione a d.i. promosso dal P. avverso la Banca attorea.

La causa fu istruita mediante ordine di esibizione, rivolto alla banca emittente gli assegni circolare utilizzati per il pagamento, avente ad oggetto la copia degli assegni medesimi e degli estratti relativi al conto corrente di P.L.T..

Il Tribunale di Pistoia, con sentenza n. 98/2008, accolse la domanda principale e dichiarò nullo per simulazione assoluta il contratto di compravendita.

Il Tribunale ritenne, in via preliminare, che non vi fosse ragione per sospendere il giudizio, considerato che il giudizio per revocatoria ex art 2901 c.c., può procedere anche in relazione ad un credito litigioso e che, essendo l’accertamento di quel credito oggetto di altro giudizio, non v’era ragione per affrontare la questione, sollevata dal P., dell’estinzione della garanzia fideiussoria.

Sempre in via preliminare, il Tribunale rilevò che le domande di simulazione e di revoca ex art. 2901 c.c., non erano incompatibili, in quanto proposte in via tra loro subordinata.

Nel merito, il Tribunale ritenne fondata la domanda tesa a far accertare la simulazione assoluta, in ragione degli indizi gravi e concordanti consistenti: nella circostanza che la compravendita era coeva all’emissione del d.i.; nel rilievo che l’atto di compravendita era stato precipitosamente trascritto, prima ancora che venisse registrato; nel fatto, che negli stessi giorni della compravendita de qua, l’altro fideiussore della Siltif, fratello del P., vendeva il proprio intero patrimonio immobiliare alla medesima P.L.T.; nelle ulteriori circostanze che l’acquirente, oltre ad essere parente dei venditori, era persona molto anziana con scarsi redditi (come da documentazione inviata dall’Agenzia delle Entrate), per cui non era dato comprendere quale interesse avesse ad acquistare tutti gli immobili dei cugini e con quali risorse avrebbe potuto farlo; nel fatto che gli assegni utilizzati per pagare il prezzo erano stati tratti su un c/c appena aperto e con provvista versata subito prima del pagamento; nel rilievo che il P. non aveva mai smesso di abitare in uno degli appartamenti oggetto della compravendita.

2. La decisione è stata integralmente confermata dalla Corte di Appello di Firenze con sentenza n. 176/2014 del 30 gennaio 2014, emessa all’esito del giudizio nel quale interveniva la Elipso Finance S.r.l. (rappresentata dalla Prelios Credit Servicing), in qualità di cessionaria in blocco, della L. n. 130 del 1999, ex artt. 1 e 4 e D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 58, di crediti dalla società di cartolarizzazione Theano Finance S.p.a., appartenente al gruppo Antonveneta, tra cui vi era anche quello nei confronti del P. quale fideiussore della Stilift.

3. Avverso tale decisione, propone ricorso in Cassazione P.M.F., sulla base di sei motivi.

3.1 Resiste con controricorso la Elipso Finance S.r.l., rappresentata dalla mandataria FBS S.p.a. Gli intimati Banca Antonveneta e P.L.T. non hanno svolto difese.

4. Il collegio ha deliberato di adottare una motivazione in forma semplificata.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

5.1. Con il primo motivo di ricorso, il ricorrente lamenta la “violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, dell’art. 344 c.p.c. e dell’art 1260 c.c., per aver ritenuto ammissibile l’intervento di Elipso Finance in appello”.

Secondo il ricorrente, la cessione del credito dalla Banca Antonveneta alla Elipso Finance non potrebbe aver riguardato anche la titolarità e la legittimazione delle azioni introdotte in primo grado dalla cedente.

Non sarebbe sufficiente, ai fini della legittimazione alla partecipazione del giudizio di gravame e alla riproposizione delle azioni spiegate in primo grado, la mera titolarità da parte della cessionaria di una aspettativa, ancorchè giuridicamente rilevante.

L’intervento della Elipso, pertanto, sarebbe stato inammissibile per difetto di legittimazione.

Il motivo è infondato.

Come questa S.C. ha avuto occasione di rilevare, in tema di cessione del credito, la previsione dell’art. 1263 c.c., comma 1, in base alla quale il credito è trasferito al cessionario, oltre che con i privilegi e le garanzie reali e personali, anche con gli “altri accessori”, deve essere intesa nel senso che nell’oggetto della cessione rientri ogni situazione giuridica direttamente collegata con il diritto di credito stesso, “ivi compresi tutti i poteri del creditore relativi alla tutela del credito”. (Cass. 15.9.1999 n. 9823). Pertanto, nella nozione di “accessori” di cui all’art. 1263 c.c., comma 1, rientrano sicuramente le azioni giudiziarie a tutela del credito.

D’altra parte, è coerente con la rado complessiva dell’art. 1263 c.c., comma 1, che oggetto della cessione sia non solo il diritto di credito isolatamente considerato, ma anche ogni situazione giuridica in grado di accrescerne la possibilità di soddisfazione e l’utilità economica mediante l’adempimento, quali garanzie, privilegi ed azioni a tutela del diritto di relativo ceduto (Cass. civ. Sez. 3, Sent., 13-02-2013, n. 3579).

5.2. Con il secondo motivo di ricorso, il ricorrente denuncia la “violazione, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, dell’art. 184 c.p.c. e conseguente nullità della sentenza per error in procedendo”.

Il ricorrente ripropone il motivo di appello con cui lamentava la decadenza della Banca dalle richieste istruttorie. Ovvero che l’esistenza della sanzione della decadenza per la mancata comparizione della parte che ne ha interesse all’udienza di discussione sulle prove sarebbe ricavabile dai principi del sistema. Infatti la Banca non avendo insistito per l’ammissione nella sede a ciò adibita, all’udienza ex art. 184 c.p.c., sarebbe decaduta per mancato impulso alla propria attività.

In ogni caso, dall’ordinanza istruttoria (poi revocata), risulta che il Giudice aveva svolto un giudizio sulla ammissibilità delle istanze istruttorie e le aveva ritenute inammissibili.

Il motivo è in parte inammissibile, in parte infondato.

Il motivo è inammissibile nella parte in cui lamenta che l’inammissibilità delle richieste istruttorie della Banca sarebbe stata inizialmente pronunciata dal giudice istruttore all’esito di una valutazione delle medesime richieste (e quindi, sembra intendere il ricorrente, per ragioni diverse dalla decadenza per mancata comparizione all’udienza per l’ammissione dei mezzi di prova).

Non risulta infatti trascritto il contenuto dell’ordinanza istruttoria, in violazione del principio dell’art. 366 c.p.c., n. 6.

E’ infondato nella parte in cui afferma che la decadenza dai mezzi di prova della parte che, pur avendo tempestivamente articolato le proprie richieste istruttorie, non sia comparsa all’udienza per la decisione sulle stesse, sarebbe ricavabile dai principi di sistema.

La mancata comparizione della parte all’udienza successiva al deposito di memorie istruttorie nei termini perentori fissati dal giudice ex art. 184 c.p.c., non comporta la decadenza dai mezzi di prova già dedotti, in quanto nel silenzio della legge non è possibile introdurre in via interpretativa una decadenza non prevista dalla stessa (Cass. n. 21346/2006).

5.3. Con il terzo motivo di ricorso, il ricorrente si duole della “violazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, del disposto di cui all’art. 112 c.p.c., per omessa pronuncia sulla domanda di accertamento del credito che la Banca avrebbe inteso tutelare con le azioni spiegate e per omessa pronuncia sulla eccepita invalidità della fideiussione ai sensi del combinato disposto degli artt. 1956,1175 e 1371 c.c., con conseguente liberazione del fideiussore per aver continuato la banca a far credito alla società garantita che si trovava in grave difficoltà come dimostrato dal successivo fallimento della stessa”.

In appello il P. avrebbe riproposto tale domanda nella ipotesi in cui la causa non fosse stata sospesa.

Il motivo è inammissibile.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, il principio di autosufficienza del ricorso impone che esso contenga tutti gli elementi necessari a porre il giudice di legittimità in grado di avere la completa cognizione della controversia e del suo oggetto, di cogliere il significato e la portata delle censure rivolte alle specifiche argomentazioni della sentenza impugnata, senza la necessità di accedere ad altre fonti ed atti del processo, ivi compresa la sentenza stessa (Cass. civ. Sez. 2, Sent., 20-08-2015, n. 17049; Cass. civ., Sez. 2, n. 7825 del 04/04/2006; Cass. civ., Sez. 6-3, Ord. n. 1926 del 03/02/2015).

Tale principio si applica anche nel caso in cui il ricorrente denunzi che il giudice di appello abbia omesso di pronunziare su apposita censura mossa con l’atto di gravame (nel caso di specie, quella con la quale egli avrebbe asseritamente sollecitato l’accertamento negativo del credito vantato dalla Banca nei confronti del P.).

E invero, non essendo tale censura esposta nella sentenza di secondo grado, era onere del ricorrente trascriverla nel ricorso, onde consentire alla Corte, da un lato, di verificare che la questione prospettata non fosse “nuova” e – come tale – inammissibile (Cass. n. 2140/2006), dall’altro di valutare la fondatezza del motivo senza dover procedere all’esame dei fascicoli di ufficio o di parte (Cass. n. 17049/2015).

5.4. Con il quarto motivo di ricorso, si lamenta la “violazione ex art. 360 c.p.c., n. 4, per avere la Corte di appello pronunciato la sentenza in dispregio del principio sancito dall’art. 112 c.p.c., ovvero del principio del divieto di altra petita, per essersi la Corte pronunciata su domanda giudiziale non avanzata o non coltivata dall’appellata in sede di gravame”.

La Corte di appello avrebbe illegittimamente colmato una lacuna del giudice di primo grado (il quale avrebbe omesso di pronunciarsi sulla eccepita pregiudizialità del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo rispetto – anche – all’azione di simulazione), senza che sul punto fosse svolto da controparte appello incidentale volto ad ottenere una riforma della pronuncia impugnata.

Il motivo è infondato.

Il giudice di appello, incorre nel vizio di extrapetizione allorchè pronunci oltre i limiti delle richieste e delle eccezioni fatte valere della parti ovvero su questioni non dedotte e che non siano rilevabili di ufficio, attribuendo alle parti un bene della vita non richiesto o diverso da quello domandato.

Nella specie, ciò non è avvenuto, essendosi il giudice del gravame limitato ad integrare la motivazione del Tribunale circa la non pregiudizialità del giudizio di opposizione a d.i. rilevando come gli stessi principi di diritto enunciati in primo grado relativamente all’azione revocatoria siano applicabili anche con riferimento alla domanda di simulazione.

Peraltro, nel caso di conformità a diritto della decisione, persino il giudice di legittimità ha il potere di provvedere a correggere ed integrare la motivazione della sentenza (purchè la sostituzione della motivazione sia soltanto in diritto e non comporti indagini e valutazioni di fatto nè violazione del principio dispositivo, cfr. Cass. n. 15764/2004).

5.5. Con il quinto motivo di ricorso, si lamenta la “omessa e insufficiente motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 3, per violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, in ordine alla sussistenza dei presupposti della simulazione”.

La Corte di Appello avrebbe confermato l’accoglimento della domanda di simulazione assoluta fondandosi su circostanze che non avrebbero valore indiziario e sulla sola individuazione del motivo concreto per cui le parti avrebbero posto in essere un contratto da esse in realtà non voluto.

Non sarebbe possibile rintracciare il percorso logico della decisione anche considerato che la sentenza del gravame non ha neppure preso in considerazione una parte delle circostanze ritenute indiziarie dal Giudice di prime cure.

Il motivo è inammissibile.

In tema di ricorso per Cassazione la motivazione omessa o insufficiente è configurabile soltanto qualora dal ragionamento del giudice di merito, come risultante dalla sentenza impugnata, emerga la totale obliterazione di elementi che potrebbero condurre ad una diversa decisione, ovvero quando sia evincibile l’obiettiva carenza, nel complesso della medesima sentenza, del procedimento logico che lo ha indotto, sulla base degli elementi acquisiti, al suo convincimento, ma non già quando – come nel caso di specie – vi sia mera difformità rispetto alle attese ed alle deduzioni della parte ricorrente sul valore e sul significato dal primo attribuiti agli elementi delibati, altrimenti risolvendosi il motivo di ricorso in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e del convincimento di quest’ultimo tesa all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, certamente estranea alla natura ed ai fini del giudizio di cassazione (Cass. n. 10437/2017). Come, appunto, nel caso di specie.

5.6. Con il sesto motivo di ricorso, il ricorrente lamenta la “insufficiente motivazione in relazione al rigetto della richiesta inammissibilità delle domande di simulazione e revocatoria per evidente incompatibilità delle stesse con conseguente violazione o falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, della norma di cui all’art. 132 c.p.c., n. 4”.

Anche se proposte in via gradata tra loro, le due domande sarebbero incompatibili in quanto i loro presupposti si fondano su elementi di fatto del tutto contrapposti e discordanti.

Il motivo è infondato.

E’ infatti indiscusso in giurisprudenza il principio secondo cui “nello stesso giudizio possono essere proposte, in forma alternativa o subordinata, due diverse richieste tra loro incompatibili, senza con ciò venir meno all’onere della domanda e al dovere di chiarezza che l’attore è tenuto ad osservare nelle proprie allegazioni” (cfr., ex multis, Cass. n. 16876/2010; Cass. n. 14065/2008; Cass. n. 6629/2008).

6. Le spese del presente giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

PQM

 

la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 6.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200, ed agli accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 21 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 4 agosto 2017

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