Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19487 del 08/07/2021

Cassazione civile sez. I, 08/07/2021, (ud. 17/03/2021, dep. 08/07/2021), n.19487

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. MERCOLINO Guido – rel. Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 15270/2020 R.G. proposto da:

O.O., rappresentato e difeso dall’Avv. Maurizio Veglio, con

domicilio eletto in Roma, via Torino, n. 7, presso lo studio

dell’Avv. Laura Barberio;

– ricorrente –

contro

PREFETTO DI TORINO, e MINISTERO DELL’INTERNO;

– intimati –

avverso l’ordinanza del Giudice di pace di Torino depositata il 25

settembre 2019.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 17 marzo 2021

dal Consigliere Dott. Guido Mercolino.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. O.O., cittadino della Nigeria, propose opposizione al decreto emesso il 3 dicembre 2018, con cui il Prefetto di Torino ne aveva disposto l’espulsione ai sensi del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 13, comma 2, lett. a), per essere entrato nel territorio dello Stato sottraendosi ai controlli di frontiera.

Premesso di aver chiesto il riconoscimento della protezione internazionale e di essere stato ascoltato dalla Commissione competente, che con provvedimento del 12 aprile 2018 aveva rigettato l’istanza, riferì di aver proposto impugnazione dinanzi al Tribunale di Ancona, che con sentenza del 10 novembre 2018 aveva rigettato la domanda, e di aver successivamente interposto appello, ancora pendente. Sostenne che il decreto di espulsione era fondato su erronei presupposti di fatto, essendo applicabile del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 2, lett. b) e dedusse la violazione dell’art. 19, comma 1, lett. b), del medesimo Decreto, in relazione alla situazione di conflitto esistente in Nigeria.

1.1. Con ordinanza del 25 settembre 2019, il Giudice di pace di Torino ha rigettato l’opposizione.

A fondamento della decisione, il Giudice di pace ha ritenuto corretta

L’applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 2, lett. a), rilevando che il ricorrente aveva fatto ingresso in Italia il 2 settembre 2016, mentre era stato ascoltato dalla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale il 22 novembre 2016. Precisato comunque che il giudizio non aveva ad oggetto la regolarità formale del decreto di espulsione, ma la sussistenza dei relativi presupposti, ha rilevato che il ricorrente era stato posto in condizione di proporre tempestivamente ricorso e di difendersi in fatto ed in diritto, in quanto la motivazione del provvedimento recava la chiara indicazione della violazione addebitatagli, con la conseguente irrilevanza dell’erronea evocazione delle norme di legge. Ha aggiunto che il rigetto in primo grado dell’impugnazione proposta avverso il diniego della protezione internazionale, impugnabile soltanto con ricorso per cassazione, aveva fatto venir meno l’effetto sospensivo automatico previsto dal D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 35-bis, comma 3, non risultando che fosse stata disposta la sospensione per gravi motivi.

In ordine alla situazione di conflitto esistente in Nigeria, ha rilevato che il ricorrente si era limitato ad enunciare principi generali, senza addurre elementi di fatto relativi al caso concreto e senza chiarire le ragioni per cui avrebbe dovuto essere perseguitato, osservando comunque che la sua situazione era già stata valutata dalla Commissione competente, la quale aveva ritenuto non veritiero il suo racconto. Ha ritenuto infine legittimo il provvedimento anche sotto il profilo sostanziale, rilevando che dinanzi alla Commissione il ricorrente aveva dichiarato non avere legami sul territorio nazionale e di essere privo di un’occupazione che gli consentisse di mantenersi lecitamente.

2. Avverso la predetta ordinanza l’ O. ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un solo motivo. Gl’intimati non hanno svolto attività difensiva.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con l’unico motivo d’impugnazione, il ricorrente denuncia la nullità dell’ordinanza impugnata per violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 2, lett. a), sostenendo che, nel ritenere configurabile la fattispecie prevista da tale disposizione, il Giudice di pace non ha considerato che dallo stesso decreto di espulsione emergeva la sua sottoposizione ai controlli di frontiera, in occasione della quale egli era stato segnalato dalle forze dello ordine come richiedente la protezione. Aggiunge che, nel ritenere ininfluente l’errata indicazione della norma di legge, l’ordinanza impugnata non ha considerato che, ai fini della valutazione della legittimità del decreto di espulsione, occorre verificare la corrispondenza tra la situazione di fatto e la fattispecie contestata.

1.1. Il motivo è infondato.

Come si evince dalla lettura dei passi salienti della relativa motivazione, trascritti a corredo delle predette censure, il decreto di espulsione non si limitava ad addebitare al ricorrente la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 2, lett. a), la cui applicabilità alla fattispecie in esame è stata contestata con l’opposizione, ma recava anche una puntuale descrizione della condotta accertata, consistente nell’aver fatto ingresso nel territorio dello Stato attraverso la frontiera della Sicilia, sottraendosi agli ordinari controlli, nonché l’indicazione della relativa data, risalente al mese di settembre 2016, e delle modalità dell’accertamento, effettuato attraverso la segnalazione da parte delle forze dell’ordine come richiedente la protezione internazionale.

Tali indicazioni devono ritenersi sufficienti ai fini del rispetto dell’obbligo di motivazione imposto dell’art. 13 cit., comma 3, il cui adempimento, come ripetutamente affermato da questa Corte, non può essere escluso in virtù della mancanza o dell’errata indicazione delle norme di legge violate, essendo tale obbligo imposto in funzione dello scopo della motivazione stessa, consistente nel permettere al destinatario di tutelare tempestivamente i propri diritti mediante l’opposizione dinanzi al giudice chiamato ad esercitare il controllo giurisdizionale sull’atto, con la conseguenza che la prescrizione deve ritenersi osservata allorquando, sulla base degli elementi contenuti nel provvedimento, sia possibile, con l’uso dell’ordinaria diligenza, identificare con sufficiente chiarezza la violazione addebitata al ricorrente (cfr. Cass., Sez. I, 13/01/2010, n. 462; 14/03/2006, n. 5518; 7/05/2002, n. 6535).

Quanto poi alla riconducibilità della violazione contestata alla norma indicata nel decreto di espulsione, la mera circostanza, risultante dalla motivazione di quest’ultimo, che il ricorrente abbia fatto ingresso in Italia attraverso la frontiera della Sicilia non si pone in contrasto con la ritenuta configurabilità della sottrazione ai controlli di frontiera, non essendo stato dedotto né dimostrato che l’ingresso abbia avuto luogo attraverso un valico di frontiera: la sottoposizione ai controlli postula infatti che lo straniero sia entrato in Italia attraverso i predetti valichi, luoghi appositamente istituiti per l’attraversamento delle frontiere dello Stato e riportati nell’elenco pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’UE ai sensi del regolamento UE n. 2016/399 del 9 marzo 2016, presso i quali è organizzato il controllo della polizia di frontiera, la quale, ove accerti che lo straniero non è in possesso dei requisiti per l’ingresso, ne dispone il respingimento immediato, ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 10, comma 1. Per frontiera deve invece intendersi il confine esterno del territorio nazionale, il cui attraversamento in un luogo diverso dai valichi, non consentito al di fuori dei casi di forza maggiore (D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 4, comma 1), comporta di per sé la sottrazione ai controlli, indipendentemente dalla circostanza che lo straniero venga immediatamente fermato e sottoposto alle prescritte verifiche; in tal senso depone chiaramente la disciplina dettata dell’art. 10 cit., comma 2, lett. a), per il respingimento dello straniero che si sia sottratto ai controlli di frontiera, la quale si riferisce espressamente all’ipotesi in cui lo stesso sia stato fermato “all’ingresso o subito dopo”, ed attribuisce la relativa competenza al questore, anziché alla polizia di frontiera. Non può pertanto condividersi il richiamo della difesa del ricorrente al principio enunciato dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui, in tanto si può parlare di ingresso clandestino nel territorio dello Stato, con sottrazione ai controlli di frontiera, ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 2, lett. a), in quanto dalle autorità preposte non sia stato effettuato alcun controllo sull’ingresso dello straniero, mentre nel caso in cui il controllo sia stato effettuato e (ancorché erroneamente) non abbia evidenziato ostacoli all’ingresso in Italia, può porsi soltanto il problema della mancanza di un titolo di soggiorno, rilevante ai fini della configurabilità della diversa fattispecie di cui del medesimo art. 13, comma 2, lett. b), (cfr. Cass., Sez. I, 27/09/2017, n. 22625; 25/10/ 2005, n. 20668): tale principio può trovare infatti applicazione soltanto nel caso in cui, diversamente da quanto accaduto nella fattispecie in esame, l’ingresso in Italia abbia avuto luogo attraverso i valichi di frontiera ed all’esito positivo del relativo controllo, essendo altrimenti previsto l’immediato respingimento dello straniero da parte della polizia di frontiera, con la conseguenza che, al di fuori dell’ipotesi dell’errore o dell’omissione del controllo, resta esclusa in radice la configurabilità della fattispecie di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 2, lett. b).

2. Il ricorso va pertanto rigettato, senza che occorra provvedere al regolamento delle spese processuali, avuto riguardo alla mancata costituzione dell’intimato.

Trattandosi di procedimento esente dal contributo unificato, non trova applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 17 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 luglio 2021

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