Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19484 del 23/09/2011

Cassazione civile sez. II, 23/09/2011, (ud. 16/06/2011, dep. 23/09/2011), n.19484

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIOLA Roberto Michele – Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

T.M.V., elettivamente domiciliato in Roma, via Laura

Mantegazza n. 24, presso lo studio del Cav. Luigi Gardin,

rappresentato e difeso dall’Avvocato Gargano Raffaele, per procura

speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

N.S.;

– intimato –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Bari n. 480 del 2004;

Udita, la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 16

giugno 2011 dal Consigliere relatore Dott. Stefano Petitti;

sentito l’Avvocato Raffaele Gargano;

sentito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale dott.

CARESTIA Antonietta, che ha chiesto l’inammissibilità o, in

subordine, il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione notificata il 10-11 ottobre 1984, T.M., assumendo di non avere mai conferito all’ing. N.S. l’incarico relativo alla redazione di un progetto di massima, preventivo e sommario, e un progetto esecutivo concernenti il fabbricato da lui realizzato su un suolo di sua proprietà in (OMISSIS), dal momento che l’immobile era stato acquistato unitamente alla progettazione approvata dal Comune, conveniva il N. dinnanzi al Tribunale di Bari, per ivi sentir dichiarare non dovuta la somma di L. 12.831.167, pretesa quale corrispettivo di detta attività professionale.

Il N. si costituiva e, in via riconvenzionale, chiedeva il pagamento della predetta somma.

L’adito Tribunale, con sentenza depositata l’11 marzo 2002, rigettava la domanda principale e accoglieva quella riconvenzionale, condannando l’attore al pagamento della indicata somma oltre agli interessi legali e alla rivalutazione, equitativamente determinati nella misura del 10% annuo a decorrere dal 28 febbraio 1984.

Il Tribunale riteneva che non fosse stato provato l’avvenuto pagamento delle prestazioni professionali del N. da parte della dante causa del T., il quale nel 1981 si era avvalso del progetto elaborato dal N., facendo sottoscrivere dal medesimo copie eliografiche per la rinnovazione della concessione originariamente rilasciata alla dante causa del T..

Con sentenza n. 480 del 2004 la Corte d’appello di Bari rigettava il gravame proposto dal T..

La Corte rilevava innanzitutto che l’appellante non aveva posto in discussione nè il fatto che il professionista non fosse stato retribuito dalla dante causa del T. per la progettazione, nè il fatto che il medesimo T. avesse utilizzato quella progettazione, chiedendo il rinnovo della concessione edilizia nel 1981 e facendo sottoscrivere al professionista le nuove copie del progetto presentate alla competente autorità amministrativa. Su tali circostanze, valorizzate dal Tribunale per fondare l’obbligo del T. di pagare il N. non a titolo di indebito arricchimento, ma a titolo contrattuale, non era quindi più possibile dubitare.

Richiamata poi la giurisprudenza di legittimità relativamente alla libertà di forme per il conferimento di un incarico professionale, la Corte d’appello osservava che la richiesta formulata dal T. al N. di sottoscrivere le nuove copie del progetto del fabbricato, che sulla base di detto progetto era poi stato realizzato, comportava, all’evidenza, il consenso del professionista, al pari, del resto, della sottoscrizione delle copie stesse, con conseguente insorgenza di un rapporto contrattuale tra le parti avente ad oggetto, da un lato, la progettazione e, dall’altro, il pagamento del relativo compenso, la cui misura non era stata contestata.

La Corte riteneva inoltre generiche le censure mosse dall’appellante alle argomentazioni del Tribunale in ordine alla variante e quelle relative alla valutazione della prova testimoniale.

Da ultimo, la Corte rigettava l’eccezione di prescrizione, rilevando che il rapporto tra le parti era insorto nel 1981 e quindi alla data della richiesta di pagamento non era ancora decorso il triennio.

Per la cassazione di questa sentenza T.M.V. ha proposto ricorso sulla base di sei motivi; l’intimato non ha svolto attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

Deve preliminarmente rilevarsi che la mancanza nella copia autentica della sentenza impugnata, depositata dal ricorrente ai sensi dell’art. 369 cod. proc. civ., della attestazione dell’avvenuto deposito non è di ostacolo all’esame del ricorso nel merito.

Premesso che la data di deposito della sentenza rileva ai fini della verifica della tempestività dell’impugnazione, in assenza di notificazione della sentenza utile ai fini della decorrenza del termine breve (nella specie, invero, la sentenza è stata notificata alla parte personalmente in forma esecutiva), deve osservarsi che vi sono in atti indici sufficienti per ritenere che il ricorso sia stato proposto tempestivamente. La sentenza infatti è stata deliberata il 14 maggio 2004, sicchè, rispetto a tale data, il termine lungo di cui all’art. 327 cod. proc. civ. scadeva il 30 giugno 2005.

Dall’originale del ricorso, emerge che lo stesso è stato consegnato all’ufficiale giudiziario per la notifica il 29 giugno 2005, sicchè, per il noto principio della scissione degli effetti temporali della notificazione per il notificante e per il destinatario, deve ritenersi che per il notificante la notificazione si sia perfezionata a detta data e quindi tempestivamente.

Può quindi procedersi all’esame dei motivi del ricorso.

Con il primo motivo, il ricorrente denuncia violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, per contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia nonchè per evidente travisamento di fatto, e violazione dell’art. 2697 cod. civ. Il ricorrente sostiene che la Corte d’appello avrebbe del tutto erroneamente esonerato il professionista dall’onere della prova del conferimento dell’incarico. La stessa giurisprudenza di legittimità richiamata nella sentenza impugnata, del resto, richiede che il conferimento dell’incarico possa avvenire in qualsiasi forma idonea a manifestare inequivocabilmente la volontà del committente di avvalersi della prestazione professionale, fermo restando però che il cliente del professionista non è necessariamente il beneficiario della prestazione, ma colui che conferisce l’incarico. La contestazione circa il conferimento dell’incarico avrebbe quindi potuto essere superata solo attraverso la prova, il cui onere incombeva sul professionista, del conferimento dell’incarico. E, nella specie, una simile prova non era stata offerta.

Il motivo è inammissibile.

La Corte d’appello, con accertamento di fatto adeguatamente motivato e perciò non sindacabile in sede di legittimità, ha ritenuto che il N. abbia sottoscritto i progetti su richiesta del T.; in ciò ha ravvisato il conferimento di un incarico. Dalla sentenza impugnata emerge in particolare che il T., nel proporre il gravame, non ha posto in discussione le circostanze poste dal Tribunale a fondamento della propria decisione, e segnatamente: a) che il N. non è stato retribuito dalla Tr.; b) che il T. ha utilizzato la progettazione del N. chiedendo nel 1981 il rinnovo della licenza edilizia del 1969; c) che il T. ha fatto sottoscrivere al professionista le nuove copie eliografiche del progetto presentate all’autorità amministrativa competente per conseguire il rilascio di una nuova concessione.

Il ricorrente, del resto, non ha censurato la sentenza impugnata deducendo di avere formulato specifici motivi di gravame sulle circostanze ritenute provate dal Tribunale; sicchè tali punti non possono più essere posti in discussione.

Ne consegue che, in presenza di un giudicato interno su tali circostanze, la valutazione della Corte d’appello dell’avvenuto conferimento di un incarico professionale al N. da parte dell’odierno ricorrente, contrariamente a quanto sostenuto da quest’ultimo, appare del tutto logica e coerente, ed immune dal denunciato vizio di violazione delle norme sull’onere della prova.

Con il secondo motivo, il ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360 cod. proc. civ., n. 5 vizio di ultrapetizione a seguito di erronea qualificazione giuridica della fattispecie.

La Corte d’appello, sostiene il ricorrente, sarebbe incorsa nel denunciato vizio in quanto il N. aveva chiesto solamente il pagamento del progetto redatto per conto della dante causa sig.ra Tr. e utilizzato, a suo dire, da esso ricorrente, con ciò ammettendo sostanzialmente di non avere mai ricevuto un successivo incarico. Nè il N. aveva proposto una domanda ex art. 2041 cod. civ. La Corte d’appello avrebbe quindi reinterpretato il petitum e la causa petendi della domanda del N., nonostante in atti vi fosse la prova che egli aveva ricevuto l’incarico dalla Tr., e avrebbe quindi accolto una non proposta domanda ex art. 2041 cod. civ. Anche il secondo motivo è inammissibile.

Il ricorrente, invero, attribuisce alla Corte d’appello affermazioni che non si rinvengono nella sentenza impugnata, il cui percorso argomentativo è estremamente chiaro nel senso che la Corte d’appello ha ritenuto provato, attraverso la richiesta del T. di nuova sottoscrizione del progetto, la conclusione di un contratto di opera professionale, nel quale, ovviamente, la prestazione del professionista non era limitata alla sottoscrizione delle copie, ma consisteva nel rendere fruibile per il ricorrente un progetto altrimenti inutilizzabile. La Corte ha cioè ritenuto intercorso tra le parti un rapporto contrattuale avente ad oggetto la progettazione in questione, con il consequenziale obbligo sinallagmatico a carico dell’appellante per ciò che concerne il pagamento del relativo compenso, la cui misura non è stata peraltro contestata.

Il rilievo del ricorrente, secondo cui la sentenza impugnata sarebbe affetta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, da vizio di ultrapetizione a seguito di erronea qualificazione giuridica della fattispecie, da luogo ad una censura inammissibile, atteso che l’ultrapetizione, quale vizio della sentenza, deve essere fatta valere dal ricorrente per cassazione esclusivamente attraverso la deduzione del relativo error in procedendo e della violazione dell’art. 112 cod. proc. civ. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, e non già con la denunzia della violazione di differenti norme di diritto processuale o di norme di diritto sostanziale ovvero del vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5 (tra le tante, Cass. n. 24856 del 2006; Cass. n. 3190 del 2006; Cass. n. 12366 del 1999).

Solo la deduzione di un vizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, invero, consentirebbe al Collegio di prendere in esame gli atti del processo di merito e verificare la sussistenza o meno del denunciato vizio.

Con il terzo motivo, il ricorrente denuncia vizio di motivazione per erronea ed omessa applicazione degli artt. 2946 e 2956 cod. civ. in tema di prescrizione del diritto ad esigere il compenso professionale.

La Corte d’appello, sostiene il ricorrente, ha erroneamente parlato di prescrizione presuntiva e non ha invece considerato che la prestazione professionale si era svolta nel 1969, posto che il N. non aveva proposto una domanda volta a conseguire il pagamento delle proprie competenze professionali fondate sull’asserita progettata variante e sulla esecuzione dei rilievi eliografici e planimetrici. Erroneamente dunque il giudice del gravame avrebbe fatto riferimento al 1981 per individuare il momento iniziale del termine di prescrizione.

La censura è manifestamente infondata, atteso che correttamente la Corte d’appello, avendo riferito il conferimento dell’incarico professionale al momento della richiesta, accettata dal professionista, di nuova sottoscrizione del progetto per il rilascio della nuova concessione edilizia, ha ritenuto che al momento della richiesta di pagamento non fosse ancora decorso il termine triennale di prescrizione.

Con il quarto motivo, T.M.V. lamenta contraddittorietà della motivazione per violazione di legge ed in particolare dell’art. 1477 c.c., rilevando che la Corte d’appello non ha considerato che il regolare trasferimento di un immobile oggetto di concessione edilizia determina ex se il titolo dell’acquirente a subentrare nella concessione stessa, configurandosi la voltura come un atto di novazione soggettiva del rapporto tra amministrazione e privato. In sostanza, sostiene il ricorrente, quale acquirente del suolo egli era subentrato nei diritti correlati al progetto di massima e ciò gli dava titolo ad utilizzarlo.

Il motivo è manifestamente infondato, essendo indiscutibile che la esistenza del progetto redatto dal T. su incarico della Tr.

(e da questa non pagato: vedi quanto accertato sul punto dalla Corte d’appello), non faceva in alcun modo venire meno la necessità che la richiesta di rinnovo della concessione venisse corredata dalla allegazione di un nuovo progetto, in riferimento al quale la Corte d’appello ha ritenuto intervenuto un contratto di opera professionale tra le parti.

Con il quinto motivo, il ricorrente denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, contraddittoria motivazione su punto decisivo della controversia, nonchè per violazione di legge ed in particolare dell’art. 2041 c.c.. Anche ove si volesse ritenere che il N. abbia introdotto una domanda ex art. 2041 cod. civ., la stessa sarebbe stata infondata difettando nel caso di specie l’elemento dell’indebito, in quanto il N. ben avrebbe potuto chiedere e ottenere il pagamento da chi gli aveva commissionato il progetto.

Il motivo è inammissibile, atteso che la Corte d’appello non ha in alcun modo fatto applicazione dell’art. 2041 cod. civ., avendo ritenuto che tra le parti fosse intervenuto un accordo mediante la richiesta – accettata dal professionista -di nuova sottoscrizione del progetto.

Con il sesto motivo, il ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, contraddittoria motivazione su punto decisivo della controversia, nonchè per violazione di legge ed in particolare dell’art. 116 c.p.c.. La Corte d’appello, sostiene il ricorrente, avrebbe motivato in modo solo apparente il proprio convincimento in ordine alle censure relative alla valutazione del teste B.; in particolare, non avrebbe adeguatamente risposto al rilievo della scarsa attendibilità del teste perchè associato allo studio del N..

Il motivo è inammissibile.

Premesso che il contenuto della censura svolta dal ricorrente, pur se rubricata come contraddittorietà della motivazione, della quale non vengono esplicitati i termini, si sostanzia piuttosto nella denuncia di un vizio di omessa o insufficiente motivazione, deve rilevarsi che il vizio di motivazione, deducibile in sede di legittimità ex art. 360 c.p.c., n. 5, sussiste solo se nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile il mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia e non può invece consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalla parte, perchè la citata norma non conferisce alla Corte di legittimità il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice del merito al quale soltanto spetta di individuare le fonti del proprio convincimento e, a tale scopo, valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, e scegliere tra le risultanze probatorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione.

Del resto, il controllo della congruità e logicità della motivazione, al fine del sindacato di legittimità su un apprezzamento di fatto del giudice di merito, postula la specificazione da parte del ricorrente – se necessario, attraverso la trascrizione integrale nel ricorso – della risultanza (parte di un documento, di un accertamento del consulente tecnico, di una deposizione testimoniale, di una dichiarazione di controparte, ecc.) che egli assume decisiva e non valutata o insufficientemente valutata dal giudice, perchè solo tale specificazione consente al giudice di legittimità – cui è precluso, salva la denuncia di un error in procedendo, l’esame diretto dei fatti di causa – di deliberare la decisività della risultanza non valutata, con la conseguenza che deve ritenersi inidoneo allo scopo il ricorso con cui, nel denunciare l’omessa valutazione da parte del giudice di merito di una circostanza decisiva, ci si limiti a rinviare alla prospettazione fatta negli atti di causa.

Nel caso di specie, il ricorso non risponde a tale esigenza, atteso che il ricorrente ha trascritto solo frammenti delle dichiarazioni di un teste, che ha assunto non adeguatamente valutate dalla Corte d’appello, ma ha omesso del tutto di trascrivere le altre risultanze istruttorie sulla base delle quali la Corte ha formato il proprio convincimento, con conseguente inammissibilità della censura.

In conclusione, il ricorso deve essere rigettato.

Non vi è luogo a provvedere sulle spese del giudizio di legittimità, non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Seconda Sezione Civile della Corte suprema di Cassazione, il 16 giugno 2011.

Depositato in Cancelleria il 23 settembre 2011

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