Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19443 del 18/07/2019

Cassazione civile sez. VI, 18/07/2019, (ud. 04/04/2019, dep. 18/07/2019), n.19443

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. GIANNITI Pasquale – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al numero 27452 del ruolo generale dell’anno

2017, proposto da:

S.A.F. (C.F.: (OMISSIS)) rappresentata e difesa dagli

avvocati Frascà Alberto (C.F.: FRS LRT 74H16 L219Q) e Palmeri

Giovanni (C.F.: PLM GNN 61C13 G273V);

– ricorrente –

nei confronti di

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, in persona del Presidente del

Consiglio pro tempore (C.F.: (OMISSIS));

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA (C.F.:

(OMISSIS)), in persona del Ministro pro tempore;

MINISTERO DELLA SALUTE (C.F.: (OMISSIS)), in persona del Ministro pro

tempore;

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE (C.F.: (OMISSIS)), in persona

del Ministro pro tempore;

tutti rappresentati e difesi dall’Avvocatura Generale dello Stato

(C.F.: (OMISSIS));

– controricorrenti –

per la cassazione della sentenza della Corte di appello di Torino n.

862/2017, pubblicata in data 19 aprile 2017;

udita la relazione sulla causa svolta nella camera di consiglio in

data 4 aprile 2019 dal consigliere Tatangelo Augusto.

Fatto

RILEVATO

Che:

S.A.F., medico iscritto ad un corso di specializzazione universitaria negli anni accademici tra il 2003/04 ed il 2006/07, deducendo di avere ricevuto la borsa di studio prevista dal D.Lgs. 8 agosto 1991, n. 257 ma non gli adeguamenti previsti dal detto decreto D.Lgs. n. 257 del 1991, art. 6, ha agito in giudizio nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, del Ministero della Salute, del Ministero dell’Economia e delle Finanze, nonchè dell’Università degli Studi di Torino e della Regione Piemonte, per ottenere il pagamento dei suddetti o, in subordine, il risarcimento del relativo danno, anche per violazione di obblighi comunitari dello Stato o mancato adempimento della conseguente obbligazione indennitaria.

L’attrice, già nel corso del giudizio di primo grado, ha rinunciato alla domanda nei confronti della Regione Piemonte.

Il Tribunale di Torino, dichiarato il difetto di legittimazione passiva dell’Università degli Studi di Torino, ha rigettato – nei confronti degli altri enti convenuti – la domanda di adeguamento annuale della borsa di studio al tasso di inflazione programmata, mentre ha accolto quella di pagamento dell’importo dovuto a titolo di rideterminazione triennale della borsa stessa in funzione del miglioramento stipendiale tabellare minimo previsto dal contratto collettivo nazionale relativo ai medici del servizio sanitario.

La Corte di Appello di Torino, su appello delle pubbliche amministrazioni condannate ed in riforma della decisione di primo grado, ha invece rigettato anche la domanda accolta in primo grado, ritenendo prescritto il relativo diritto.

Ricorre la S., sulla base di due motivi.

Resistono con controricorso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, il Ministero della Salute, il Ministero dell’Economia e delle Finanze.

E’ stata disposta la trattazione in camera di consiglio, in applicazione degli artt. 375,376 e 380-bis c.p.c., in quanto il relatore ha ritenuto che il ricorso fosse destinato ad essere dichiarato in parte inammissibile ed in parte manifestamente infondato.

E’ stata quindi fissata con decreto l’adunanza della Corte, e il decreto è stato notificato alle parti con l’indicazione della proposta.

La ricorrente ha depositato memoria ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., comma 2.

Il collegio ha disposto che sia redatta motivazione in forma semplificata.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo del ricorso principale si denunzia “Violazione o falsa applicazione dell’art. 2948 c.c., n. 4, in combinato disposto con il D.Lgs n. 257 del 1991, art. 6”.

Il motivo di ricorso in esame contiene due distinte censure.

In primo luogo la ricorrente sostiene che il diritto alla ride-terminazione della borsa di studio percepita, da lei fatto valere in giudizio, non rientrerebbe nella previsione di cui all’art. 2948 c.c., n. 4, come ritenuto dalla corte di appello, in quanto non si tratterebbe di una componente dell’importo della stessa borsa, ma di una prestazione, cioè di un credito, del tutto autonomo, non legato da un vicolo di accessorietà alla prima, che “deve essere qualificato alla stregua del diritto al risarcimento del danno da omesso recepimento della direttiva comunitaria, il quale è stato pacificamente equiparato, dalla giurisprudenza di legittimità alla responsabilità di natura contrattuale”, con conseguente durata decennale del relativo termine di prescrizione.

In secondo luogo, sostiene che anche la stessa prestazione principale, avente ad oggetto il pagamento della borsa di studio dovuta ai medici specializzandi, non sarebbe soggetta alla disposizione di cui all’art. 2948 c.c., n. 4, in quanto essa, pur essendo erogata in ratei bimestrali, avrebbe carattere unitario.

1.1 La prima censura è inammissibile, ancor prima che manifestamente infondata.

La corte di appello ha precisato che l’unica domanda accolta in primo grado (e da essa ritenuta invece oggetto di prescrizione) era la domanda principale dell’attrice, di pagamento dell’importo preteso a titolo di adeguamento della borsa di studio percepita, sulla base della previsione di legge della sua necessaria rideterminazione triennale (in funzione del miglioramento stipendiale tabellare minimo previsto dal contratto collettivo nazionale relativo ai medici del servizio sanitario), credito soggetto a prescrizione quinquennale ai sensi dell’art. 2948 c.c., n. 4.

Ha altresì precisato che lo stesso tribunale, nel riconoscere il relativo diritto, aveva chiarito non trattarsi di una obbligazione risarcitoria e ha fatto presente che le domande subordinate originariamente avanzate dall’attrice stessa, di pagamento del medesimo importo ma a titolo di risarcimento del danno, anche per violazione di obblighi comunitari dello Stato e/o mancato adempimento della conseguente obbligazione indennitaria, non esaminate in primo grado, non erano state riproposte nel giudizio di secondo grado, ai sensi dell’art. 346 c.p.c. (onde esse dovevano ritenersi abbandonate).

La ricorrente, nel ribadire la propria tesi per cui l’obbligo di ri-determinazione della borsa di studio deriverebbe dalla violazione di obblighi gravanti sullo Stato italiano in dipendenza della mancata o tardiva attuazione di direttive Europee (sia sotto il profilo del diretto obbligo di risarcimento del danno, ai sensi dell’art. 2043 c.c., sia sotto il profilo del mancato adempimento della conseguente obbligazione indennitaria gravante sullo Stato per la mancata o tardiva attuazione delle direttive Europee, in entrambi i casi peraltro con operatività del termine ordinario decennale di prescrizione), non coglie dunque la effettiva ratio decidendi alla base della sentenza impugnata.

Nè, d’altra parte, nel ricorso risultano in qualche modo oggetto di specifiche censure le affermazioni dei giudici di secondo grado per cui l’unica domanda dell’attrice accolta dal tribunale era quella principale – di pagamento della differenza dovuta sulla borsa di studio percepita, corrispondente al suo mancato adeguamento triennale – mentre le domande risarcitorie e/o indennitarie, non esaminate in primo grado, non erano state riproposte in appello.

Tanto meno viene specificamente richiamato il contenuto della sentenza di primo grado e quello degli atti difensivi del giudizio di secondo grado, dai quali possa eventualmente desumersi il contrario (come sarebbe stato necessario, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6).

1.2 Anche la seconda censura per un verso difetta di specificità e per altro verso risulta manifestamente infondata.

La corte di appello ha evidenziato che la borsa di studio in favore dei medici specializzandi iscritti a decorrere dall’anno accademico 2003/04 era prevista dal D.Lgs. 8 agosto 1991, n. 257 in una determinata misura per ogni anno di corso frequentato, con erogazione bimestrale.

La ricorrente si limita a sostenere che la previsione di erogazione bimestrale non comporterebbe che si tratti di obbligazione periodica, in quanto le modalità di corresponsione non escluderebbero la natura unitaria della relativa prestazione.

Ma la corte di appello ha espressamente chiarito che la borsa di studio in questione era prevista per ciascun anno di corso (sia pure con erogazione in ratei bimestrali); essa non ha quindi affatto negato la natura unitaria della relativa prestazione, ancorandola però all’anno di corso frequentato dal medico specializzando, sulla base della espressa previsione di legge, con periodicità che di conseguenza – prescindendo dall’erogazione bimestrale – comunque rientra nell’ambito di applicazione della disposizione di cui all’art. 2948 c.c., n. 4 (che riguarda tutte le prestazione da pagarsi periodicamente “ad anno o in termini più brevi”).

Sotto questo aspetto nel ricorso manca una specifica censura della effettiva ratio decidendi posta alla base della sentenza impugnata. Le contestazioni, anche sotto il profilo in esame, non risultano dotate del necessario requisito della specificità. D’altronde le argomentazioni svolte dalla corte territoriale risultano del tutto conformi alle previsioni legislative richiamate.

Anche a scopo di completezza espositiva, può comunque osservarsi che (pur a prescindere dalla inammissibilità e dalla manifesta infondatezza dei motivi alla base del presente ricorso) la pretesa fatta valere in giudizio dalla ricorrente risulta comunque infondata, essendo ormai consolidato l’orientamento di questa Corte secondo il quale “l’importo delle borse di studio dei medici specializzandi iscritti ai corsi di specializzazione negli anni accademici dal 1998 al 2005 non è soggetto all’adeguamento triennale previsto dal D.Lgs. n. 257 del 1991, art. 6, comma 1, in quanto la L. n. 449 del 1997, art. 32, comma 12, con disposizione confermata dalla L. n. 289 del 2002, art. 36, comma 1, ha consolidato la quota del Fondo sanitario nazionale destinata al finanziamento delle borse di studio ed escluso integralmente l’applicazione del citato art. 6” (Cass., Sez. L, Sentenza n. 4449 del 23/02/2018, Rv. 647457 – 01).

La questione risulta oggetto di uno specifico motivo dell’appello proposto dalle amministrazioni convenute, dichiarato assorbito dai giudici di secondo grado: essa sarebbe stata quindi esaminabile, anche eventualmente nella presente sede, laddove avesse potuto trovare accoglimento il ricorso dell’attrice, con conseguente cassazione della decisione impugnata, dovendosi in tal caso procedere nuovamente all’esame di tutti i motivi dell’originario gravame: la domanda della ricorrente quindi in nessun caso avrebbe potuto trovare accoglimento nel merito.

2. Con il secondo motivo si denunzia “Violazione o falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c. in luogo dell’art. 92 c.p.c.”.

La ricorrente censura la decisione impugnata nella parte in cui essa contiene la sua condanna al pagamento delle spese dell’intero giudizio di merito, sostenendo che la corte di appello avrebbe dovuto ravvisare giuste ed eccezionali ragioni per compensare tali spese, ai sensi dell’art. 92 c.p.c..

Il motivo è manifestamente infondato.

La corte di appello ha correttamente applicato il disposto dell’art. 91 c.p.c., secondo il quale la parte soccombente va condannata al rimborso delle spese in favore di quella vittoriosa (cd. principio di soccombenza): non vi è dubbio infatti che la soccombenza dell’attrice sia stata integrale.

D’altra parte, la facoltà di disporre la compensazione delle spese processuali tra le parti rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, il quale non è tenuto a dare ragione con una espressa motivazione del mancato uso di tale sua facoltà, con la conseguenza che la pronuncia di condanna alle spese, anche se adottata senza prendere in esame l’eventualità di una compensazione, non può essere censurata in cassazione, neppure sotto il profilo della mancanza di motivazione (cfr. Cass., Sez. U, Sentenza n. 14989 del 15/07/2005, Rv. 582306 – 01; conf., in precedenza: Cass., Sez. 3, Sentenza n. 851 del 01/03/1977, Rv. 384463 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 1898 del 11/02/2002, Rv. 552178 – 01; Sez. L, Sentenza n. 10861 del 24/07/2002, Rv. 556171 – 01; Sez. 1, Sentenza n. 17692 del 28/11/2003, Rv. 572524 – 01; successivamente: Sez. 3, Sentenza n. 22541 del 20/10/2006, Rv. 592581 – 01; Sez. 1, Sentenza n. 28492 del 22/12/2005, Rv. 585748 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 7607 del 31/03/2006, Rv. 590664 – 01). 3. Il ricorso è rigettato.

Per le spese del giudizio di cassazione si provvede, sulla base del principio della soccombenza, come in dispositivo.

Deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012 n. 228, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte:

– rigetta il ricorso;

– condanna la ricorrente a pagare le spese del giudizio di legittimità in favore delle amministrazioni controricorrenti, liquidandole in complessivi Euro 3.500,00, oltre spese prenotate a debito.

Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso (se dovuto e nei limiti in cui lo stesso sia dovuto), a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 4 aprile 2019.

Depositato in Cancelleria il 18 luglio 2019

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