Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19437 del 23/09/2011

Cassazione civile sez. I, 23/09/2011, (ud. 10/05/2011, dep. 23/09/2011), n.19437

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROVELLI Luigi Antonio – Presidente –

Dott. MACIOCE Luigi – Consigliere –

Dott. GIANCOLA Maria C. – Consigliere –

Dott. DI VIRGINIO Adolfo – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

PROVINCIA DI PERUGIA, in persona del Presidente p.t. C.

G., elettivamente domiciliata in Roma, alla via G.B. Morgagni n.

2/a, presso l’avv. UMBERTO SEGARELLI, dal quale, unitamente all’avv.

MINCIARONI MASSIMO, è rappresentata e difesa in virtù di procura

speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

M.A., in qualità di erede di M.

F., nonchè M.P. e M.M.,

elettivamente domiciliati in Roma, alla via Maria Cristina n. 8,

presso l’avv. ALARICO MARIANI MARINI, dal quale, unitamente all’avv.

MIGLIOSI PIETRO, sono rappresentati e difesi in virtù di procura

speciale a margine del controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza della Corte di Appello di Perugia n. 14/05,

pubblicata il 18 gennaio 2005.

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 10

maggio 2011 dal Consigliere dott. Guido Mercolino;

udito l’avv. Minciaroni per i ricorrenti;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale dott. GOLIA Aurelio, il quale ha concluso per il rigetto del

ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. – M.F., M.P. e M. M. convennero in giudizio la Provincia di Perugia, chiedendo la determinazione del conguaglio dovuto per la cessione volontaria di tre aree di loro proprietà site in (OMISSIS), stipulata con atto del 29 aprile 1982, nel quale si facevano salvi i diritti dei venditori per l’eventualità che una futura norma di legge avesse attribuito ai beni un valore superiore al corrispettivo convenuto.

1.1. – Con sentenza del 6 aprile 1994, il Tribunale di Perugia rigettò la domanda.

2. – L’impugnazione proposta dagli attori è stata accolta dalla Corte d’Appello di Perugia, che con sentenza del 18 gennaio 2005 ha condannato la Provincia al pagamento delle somme rispettivamente di Euro 33.552,00, Euro 21.539,03 ed Euro 21.540,56, oltre interessi legali dalla decisione.

Premesso che con la citata clausola le parti avevano inteso riferirsi a qualsiasi ipotesi di sostituzione della disciplina all’epoca vigente con una più conveniente, ivi compreso l’intervento della Corte costituzionale, e precisato che tale sostituzione, verificatasi per effetto del D.L. 11 luglio 1992, n. 333, art. 5-bis, convertito in L. 8 agosto 1992, n. 359, costituiva una condizione dell’azione, da accertarsi con riferimento alla data della decisione, la Corte, per quanto ancora rileva in questa sede, ha ritenuto che la domanda, fondata su una clausola contrattuale e non preceduta dalla relazione dell’UTE, non fosse qualificabile come opposizione alla stima, rigettando pertanto l’eccezione d’incompetenza sollevata dalla Provincia.

Ai fini della determinazione delle somme dovute, ha poi richiamato la relazione del c.t.u., osservando che quest’ultimo aveva analiticamente risposto alle obiezioni formulate dalle parti, e rivalutando i relativi importi secondo gl’indici Istat; ha infine riconosciuto agli appellanti il danno da lucro cessante, liquidato in base al rendimento medio dell’investimento bancario delle somme dovute.

3. – Avverso la predetta sentenza la Provincia propone ricorso per cassazione, articolato in due motivi. Resistono con controricorso M.A., in qualità di erede di M. F., nonchè M.P. e M.M.. Le parti hanno depositato memorie.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo complesso motivo d’impugnazione, la ricorrente denuncia la violazione e la falsa applicazione della L. 22 ottobre 1971, n. 865, artt. 12 e 19, della L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 39, degli artt. 1362 e 1367 cod. civ., del D.L. n. 333 del 1992, art. 5-bis, dell’art. 22-bis, comma a), delle norme di attuazione del Piano regolatore generale del Comune di Assisi e della L.R. Umbria 2 settembre 1974, n. 53, art. 1, nonchè l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia.

Premesso che la cessione volontaria rappresenta soltanto uno dei modi attraverso i quali si perviene alla liquidazione dell’indennità di espropriazione, sostiene che il corrispettivo pattuito costituisce pur sempre un’indennità, da determinarsi secondo i criteri normativi vigenti, con la conseguenza che la competenza in ordine alla domanda di liquidazione del conguaglio spetta alla Corte d’Appello in unico grado.

Aggiunge che la Corte d’Appello ha omesso di verificare l’edificabilità legale delle aree cedute, non avendo tenuto conto della destinazione agricola prevista dal piano regolatore vigente all’epoca della cessione e della collocazione delle aree all’esterno del perimetro urbano. Nel calcolo delle somme dovute, ha recepito acriticamente le conclusioni del c.t.u., omettendo di esaminare le obiezioni da essa sollevate in ordine alla superficie edificabile ed alla volumetria realizzabile, alle quali il c.t.u. aveva replicato riportandosi apoditticamente alla propria relazione.

1.1. – Il motivo è in parte infondato, in parte inammissibile.

E’ pur vero, infatti, che, secondo l’orientamento ormai consolidato della giurisprudenza di legittimità, la competenza funzionale della corte d’appello in unico grado, originariamente prevista dalla L. n. 865 del 1971, art. 19 con riferimento alle sole ipotesi di opposizione alla stima, deve ritenersi estesa, a seguito dei numerosi interventi additivi della Corte costituzionale, a tutti i casi di determinazione giudiziale dell’indennità di espropriazione nell’ambito di un procedimento ablatorio promosso conformemente al modello delineato dalla predetta legge, ivi comprese le domande di determinazione del conguaglio dovuto sul corrispettivo di cessioni volontarie stipulate ai sensi della L. 29 luglio 1980, n. 385, in quanto la cessione volontaria costituisce un meccanismo di definizione del procedimento espropriativo, alternativo all’emissione del decreto ablatorio, imperniato sulla corresponsione di un’indennità determinata pur sempre sulla base di criteri inderogabilmente previsti dalla legge (cfr. Cass., Sez. Un., 6 dicembre 2010, n. 24687; Cass., Sez. 1, 9 maggio 2000, n. 5848).

Tale principio, tuttavia, non impone la cassazione della sentenza con cui, in sede di gravame avverso la decisione di primo grado del tribunale ritenutosi erroneamente competente, la corte d’appello abbia pronunciato nel merito della domanda di determinazione dell’indennità o del conguaglio, in quanto, avuto riguardo all’efficacia sostitutiva della sentenza di appello, destinata ad assorbire quella di primo grado, l’indennità viene in tal caso ad essere comunque determinata dal giudice funzionalmente competente (cfr. Cass., Sez. 1, 1 febbraio 2005, n. 1984; 8 settembre 2004, n. 18067; 26 ottobre 1998, n. 10617).

1.2. – Quanto alla valutazione dell’edificabilità del fondo ceduto, la Corte d’Appello ha richiamato i risultati delle indagini svolte dal c.t.u. nominato nel corso del giudizio, dando atto che quest’ultimo aveva risposto analiticamente alle obiezioni formulate dalle parti, e recependo pertanto le conclusioni cui egli era pervenuto in riferimento alla stima delle aree occupate.

La mancanza di una puntuale confutazione delle critiche mosse alla relazione del consulente non è di per sè sufficiente a rendere censurabile la decisione, non essendo il giudice tenuto ad esporre in modo specifico le ragioni del proprio convincimento, ove intenda aderire alle conclusioni del c.t.u., in quanto l’obbligo della motivazione deve ritenersi adempiuto già con l’indicazione delle fonti dell’apprezzamento espresso, soprattutto nel caso in cui, come nella specie, dalla stessa possa desumersi che le contrarie deduzioni delle parti sono state implicitamente rigettate (cfr. Cass., Sez. 1, 4 marzo 2011, n. 5229; Cass., Sez. 3, 6 ottobre 2005, n. 19745). In tal caso, la parte che in sede di legittimità si duole dell’acritica adesione del giudice alla consulenza tecnica d’ufficio, non può limitarsi a lamentare genericamente l’omesso esame delle proprie deduzioni e l’inadeguatezza della motivazione, ma, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso per cassazione ed al carattere limitato del relativo mezzo d’impugnazione, ha l’onere di trascrivere integralmente non solo le critiche mosse agli accertamenti ed alle conclusioni del c.t.u., ma anche i passaggi salienti e non condivisi della relazione di quest’ultimo, al fine di evidenziare gli errori commessi dal giudice di merito nel limitarsi a recepirla e nel trascurare completamente le critiche formulate dalla parte, nonchè di consentire l’apprezzamento dell’incidenza causale del difetto di motivazione (cfr. Cass., Sez. 2, 13 giugno 2007, n. 13845; Cass., Sez. 1, 13 settembre 2006, n. 19656; Cass., Sez. 1, 7 marzo 2006, n. 4885).

La ricorrente, invece, nel contestare la valutazione compiuta dalla Corte territoriale, si limita a ribadire le critiche sollevate nel giudizio di merito, astenendosi dal trascrivere nel ricorso le parti pertinenti della relazione, alla quale fa solo sommariamente riferimento, con la conseguenza che risulta impossibile cogliere la portata delle censure sollevate, nonostante la specifica menzione delle stesse.

2. – E1 invece fondato il secondo motivo, con cui la ricorrente deduce la violazione e la falsa applicazione della L. n. 865 del 1971, art. 22, del D.L. n. 333 del 1992, art. 5-bis e dell’art. 1219 c.c., comma 2, n. 1, art. 1223 c.c., art. 1224 c.c., comma 2, artt. 2043 e 2056 cod. civ., nonchè l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, censu-rando la sentenza impugnata nella parte in cui ha riconosciuto sulle somme liquidate la rivalutazione monetaria ed il danno da lucro cessante, senza tener conto del carattere indennitario dell’obbligazione, avente natura di debito di valuta, e della mancata prova del pregiudizio subito dagli attori.

2.1. – Il conguaglio dovuto sul corrispettivo della cessione volontaria stipulata ai sensi della L. n. 385 del 1980, da determinarsi in riferimento al valore che l’immobile ceduto aveva alla data della cessione, condivide la natura indennitaria del corrispettivo originariamente stabilito, risultando, al pari dello stesso, assimilabile all’indennità di espropriazione, avuto riguardo alla causa che lo giustifica, la quale non consiste nell’illecita acquisizione della proprietà del fondo, ma nel trasferimento della stessa verso il pagamento di un importo liquidato in base ai criteri inderogabilmente stabiliti dalla legge, al fine di consentire una più sollecita definizione del procedimento ablatorio (cfr. Cass., Sez. 1, 22 novembre 2006, n. 24857; 26 maggio 1997, n. 4658).

Questa Corte ha infatti affermato che il carattere imperativo dell’ari. 12 legge n. 865 del 1971, il quale fissa inderogabilmente, quale parametro per la determinazione del corrispettivo della cessione volontaria, la misura dell’indennità di esproprio dovuta secondo la normativa vigente all’epoca della procedura, comporta, in coerenza con la natura di contratto di diritto pubblico del negozio in esame, l’invalidità della clausola convenzionale che preveda un corrispettivo diverso, commisurato ad una normativa abrogata o dichiarata costituzionalmente illegittima (cfr. Cass., Sez. 1, 25 giugno 2010, n. 15331; 8 febbraio 2007, n. 2755; 23 novembre 2004, n. 22105). Tale invalidità non si estende all’intero negozio, ma comporta, ai sensi dell’art. 1419 c.c., comma 2, la sostituzione automatica della pattuizione invalida con il precetto desumibile dal criterio legale: ne consegue che, a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 223 del 1983, con cui è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale della L. n. 385 del 1980, artt. 1 e 2, che prorogavano provvisoriamente la vigenza dei criteri di determinazione dell’indennità di espropriazione già dichiarati illegittimi con la sentenza n. 5 del 1980, l’invalidità delle clausole che rinviavano ai predetti criteri ai fini della determinazione del corrispettivo della cessione non fa venir meno l’efficacia dell’atto, ma attribuisce al proprietario la facoltà di agire, nell’ordinario termine decennale di prescrizione, per la liquidazione della frazione di corrispettivo non coperta dall’acconto ricevuto (cfr. Cass., Sez. 1, 22 maggio 2007, n. 11843; 13 settembre 2006, n. 19656).

La relativa obbligazione non costituisce pertanto un debito di valore, ma un debito di valuta, soggetto al principio nominalistico (cfr. Cass., Sez. 1, 25 giugno 2010, n. 15331), con la conseguenza che il ritardo nell’adempimento non ne consente l’automatico adeguamento al mutato potere d’acquisto della moneta con riferimento alla data della liquidazione, nè giustifica il riconoscimento del danno da lucro cessante, incombendo al creditore l’onere di allegare e provare il danno derivante dall’indisponibilità della somma dovuta, non compensato dalla corresponsione degli interessi legali nella misura prevista dall’art. 1224 c.c., comma 1, e restando in ogni caso esclusa la possibilità del cumulo tra interessi legali e rivalutazione (cfr. Cass., Sez. Un., 31 luglio 2007, n. 16871; Cass., Sez. 2, 3 giugno 2009, n. 12828).

3. – La sentenza impugnata va pertanto cassata, nella parte in cui ha riconosciuto la rivalutazione monetaria ed il danno da lucro cessante sulle somme liquidate a titolo di conguaglio, in assenza della prova del pregiudizio subito dagli attori.

Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2, con la liquidazione in favore dei M. degl’importi indicati nella sentenza impugnata, esclusa la rivalutazione ed il danno da lucro cessante.

Su tali importi vanno poi riconosciuti gl’interessi legali, con decorrenza dalla data di pubblicazione della sentenza della Corte costituzionale sulla Gazzetta Ufficiale, dovendosi ricollegare alla stessa il venir meno dell’applicabilità dei criteri indennitari di cui alla L. n. 385 del 1980 e la nullità della clausola che ad essi rinviava, con la conseguente insorgenza del diritto dei ricorrenti al pagamento del conguaglio (cfr. Cass., Sez. 1, 22 maggio 2007, n. 11843, cit; 13 settembre 2006, n. 19656, cit).

4. – L’ulteriore riduzione delle somme dovute, rispetto a quelle liquidate con la sentenza impugnata, giustifica la conferma dell’integrale compensazione delle spese del giudizio di merito, che va estesa anche a quelle del giudizio di legittimità, avuto riguardo all’accoglimento soltanto parziale del ricorso.

PQM

La Corte rigetta il primo motivo di ricorso, accoglie il secondo, cassa la sentenza impugnata, in relazione al motivo accolto, e, decidendo nel merito, condanna la Provincia di Perugia al pagamento di Euro 12.100,66 in favore di M.A., in qualità di erede di M.F., Euro 7.768,32 in favore di M.P. ed Euro 7.668,73 in favore di M. M., oltre interessi legali con decorrenza dalla data di pubblicazione della sentenza della Corte costituzionale 15 luglio 1983, n. 223 nella Gazzetta Ufficiale; dichiara interamente compensate tra le parti le spese dei tre gradi di giudizio.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 10 maggio 2011.

Depositato in Cancelleria il 23 settembre 2011

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