Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19428 del 17/09/2020

Cassazione civile sez. VI, 17/09/2020, (ud. 08/09/2020, dep. 17/09/2020), n.19428

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ACIERNO Maria – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12867-2019 proposto da:

U.R.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TORINO

7, presso lo studio dell’avvocato LAURA BARBERIO, rappresentato e

difeso dall’avvocato GIANLUCA VITALE;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL RICONOSCIMENTO

DELLA RPOTEZIONE INTERNAZIONALE DI TORINO, PROCURATORE GENERALE

PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1757/2018 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 05/10/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 08/09/2020 dal Consigliere Relatore Dott. IOFRIDA

GIULIA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte d’appello di Torino, con sentenza depositata in data 5/10/2018, ha confermato la decisione di primo grado, che aveva respinto la richiesta di U.R.M., cittadino della Nigeria, di riconoscimento della protezione sussidiaria ed umanitaria, a seguito di diniego della competente commissione territoriale.

In particolare, i giudici d’appello, premettendo che l’appellante straniero aveva limitato il gravame alla richiesta di protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007 ex art. 14, lett. c), e di protezione umanitaria, hanno sostenuto che la vicenda personale narrata dal richiedente (essere stato costretto a lasciare il Paese d’origine perchè accusato falsamente di furto dal suo datore di lavoro), giudicata non credibile in primo grado, comunque non integrava i presupposti della chiesta tutela, in quanto, in relazione alla sussidiaria, il Sud della Nigeria, regione di provenienza del richiedente, quale rinvenibile sui siti maggiormente consultati e sulla base di notizie di pubblico dominio, non era interessato da violenza indiscriminata o conflitti interni, mentre in relazione alla protezione per ragioni umanitarie non sussisteva uno stato di vulnerabilità oggettiva o soggettiva e l’integrazione in Italia da sola non era sufficiente. Avverso la suddetta pronuncia, U.R.M. propone ricorso per cassazione, affidato ad un motivo, nei confronti del Ministero dell’Interno (che non svolge difese).

E’ stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente lamenta, con unico motivo, la falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, del D.P.R. n. 21 del 2015, art. 6, comma 6, in relazione alla mancata istruttoria sulla situazione generale del Paese d’origine, in difetto di indicazione di alcuna fonte informativa specifica, rilevando che invece nell’atto di appello si erano illustrate le informazioni contrarie relative alla Nigeria.

2. La censura è inammissibile per difetto di specificità

Questa Corte (Cass. 13403/2019, ha di recente ribadito, in tema di protezione internazionale sussidiaria, di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), che, ove il richiedente invochi l’esistenza di uno stato di diffusa e indiscriminata violenza nel Paese d’origine tale da attingerlo qualora debba farvi rientro, e quindi senza necessità di deduzione di un rischio individualizzato, l’attenuazione del principio dispositivo, cui si correla l’attivazione dei poteri officiosi integrativi del giudice del merito, opera esclusivamente sul versante della prova, non su quello dell’allegazione, cosicchè “il ricorso per cassazione deve allegare il motivo che, coltivato in appello secondo il canone della specificità della critica difensiva ex art. 342 c.p.c., sia stato in tesi erroneamente disatteso, restando altrimenti precluso l’esercizio del controllo demandato alla S.C. anche in ordine alla mancata attivazione dei detti poteri istruttori officiosi”.

Invero, la specificità della critica difensiva in appello, a cui deve correlarsi la risposta del giudice, non consente al ricorrente, che della decisione di secondo grado censuri l’illegittimità, di far valere per la prima volta nel giudizio di cassazione deduzioni ed allegazioni mancate nella fase impugnatoria di merito.

Ora, il ricorrente non ha compiutamente allegato il motivo che, coltivato in appello, avrebbe ricevuto risposta erronea nella sentenza impugnata, così restando precluso l’esercizio del controllo demandato al giudice di legittimità sulla correttezza dell’interpretazione e dell’applicazione della norma e sulla rispondenza della motivazione a canoni di logica e di valutazione dei fatti decisivi per la decisione.

Il ricorrente, nell’estrema sinteticità del motivo, si è limitato a fare rinvio ai doc.ti “2-5”, di appello, contenenti le informazioni relative alla Nigeria e la giurisprudenza di merito favorevole a tale tipo di protezione per i richiedenti provenienti dal Sud della Nigeria.

Nel ricorso in esame non sono poi specificate le fonti specifiche alternative allegate nel merito non prese in considerazione dal Tribunale e dalla Corte d’appello. Questa Corte (Cass. 26728/2019) ha precisato che “ai fini della dimostrazione della violazione del dovere di collaborazione istruttoria gravante sul giudice di merito, non può procedersi alla mera prospettazione, in termini generici, di una situazione complessiva del Paese di origine del richiedente diversa da quella ricostruita dal giudice, sia pure sulla base del riferimento a fonti internazionali alternative o successive a quelle utilizzate dal giudice e risultanti dal provvedimento decisorio, ma occorre che la censura dia atto in modo specifico degli elementi di fatto idonei a dimostrare che il giudice di merito abbia deciso sulla base di informazioni non più attuali, dovendo la censura contenere precisi richiami, anche testuali, alle fonti alternative o successive proposte, in modo da consentire alla S. C. l’effettiva verifica circa la violazione del dovere di collaborazione istruttoria”.

3. Per tutto quanto sopra esposto, va dichiarato inammissibile il ricorso. Non v’è luogo a provvedere sulle spese processuali, non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 8 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 17 settembre 2020

 

 

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