Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19427 del 17/09/2020

Cassazione civile sez. VI, 17/09/2020, (ud. 08/09/2020, dep. 17/09/2020), n.19427

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ACIERNO Maria – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6687-2019 proposto da:

G.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA FEDERICO CESI

72, presso lo studio dell’avvocato PAOLO DE ANGELIS, rappresentato e

difeso dall’avvocato MASSIMO MILAZZO;

– ricorrente –

contro

A.S., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dagli avvocati

CARLA ADAMO, CARMELA NAPOLI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1682/2018 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 18/07/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 08/09/2020 dal Consigliere Relatore Dott. IOFRIDA

GIULIA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte d’appello di Catania, con sentenza n. 1682/2018, depositata in data 18/7/2018, – in controversia promossa, nel 2012, da A.S. nei confronti di G.C., sposato con matrimonio contratto nell’ottobre 2011, al fine di sentire pronunciare la separazione personale tra i coniugi, con addebito della stessa al coniuge convenuto, il quale aveva, a sua volta, avanzato domanda di addebito, – ha parzialmente riformato la decisione di primo grado, che aveva pronunciato la separazione giudiziale tra i coniugi, respingendo le reciproche domande di addebito e ponendo a carico del marito l’obbligo di contribuire al mantenimento del coniuge, con un assegno mensile di Euro 700,00.

In particolare, i giudici d’appello hanno disposto che la separazione venisse addebitata al G., confermando per il resto la decisione di primo grado, rilevando che la prova delle ripetute violenze morali e fisiche subite dalla A. durante il matrimonio emergevano dalle deposizioni testimoniali dei testi Al.Ro. (la quale aveva udito le urla della A., nel corso di una conversazione telefonica dell’estate 2012 ed aveva personalmente constatato la presenza di tumefazioni sul corpo della stessa), M.P. (la cui deposizione confermava quanto riferito dal primo teste, avendo anche tale teste confermato di avere visto sul corpo della A. lividi al torace ed all’addome) e avv. Gibilisco (che aveva assistito ad aggressioni verbali del G. alla moglie, nell’agosto 2012), del figlio di primo letto della A., P.M., e del parroco R., nonchè dal materiale fotografico prodotto dalla A. e solo genericamente disconosciuto dal convenuto, e dal referto del Pronto Soccorso del (OMISSIS), ove la A. si era recata riferendo di essere stata aggredita dal marito.

Avverso la suddetta pronuncia, G.C. propone ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, nei confronti di A.S. (che resiste con controricorso).

E’ stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente lamenta: 1) con il primo motivo, la violazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, degli artt. 2727, 2729 e 2697 c.c., avendo la Corte d’appello dato unicamente rilievo a testimonianze de relato actoris, di nessun valore istruttorio, in quanto la fonte di conoscenza dei testimoni era sempre la stessa A.; 2) con il secondo motivo, la violazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, degli artt. 2712 e 2697 c.c., avendo la Corte di merito attribuito valore probatorio ad alcune fotografie raffiguranti l’effigie della A. o parti del suo coro con ecchimosi, prive di ogni riferimento a circostanze di luogo e di tempo, tempestivamente disconosciute; 3) con il terzo motivo, la violazione, e art. 360 c.p.c., n. 3, degli artt. 2697, 2727 e 2729 c.c., avendo la Corte di merito dato rilievo alle deposizioni del teste Gibilisco ed ai certificati medici del 2122/10/2012, non aventi carattere di valida prova presuntiva.

2. La prima e la terza censura sono inammissibili.

Invero, in tema di valutazione delle risultanze probatorie in base al principio del libero convincimento del giudice, la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. è apprezzabile, in sede di ricorso per cassazione, nei limiti del vizio di motivazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), e deve emergere direttamente dalla lettura della sentenza, non già dal riesame degli atti di causa, inammissibile in sede di legittimità (Cass. 14627/2006; Cass. 24434/2016; Cass. 23934/2017).

L’art. 116 c.p.c.. – norma peraltro non menzionata nel ricorso – inoltre prescrive che il giudice deve valutare le prove secondo prudente apprezzamento, a meno che la legge non disponga altrimenti. La sua violazione è concepibile solo se il giudice di merito valuta una determinata prova, ed in genere una risultanza probatoria, per la quale l’ordinamento non prevede uno specifico criterio di valutazione diverso dal suo prudente apprezzamento, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore, ovvero il valore che il legislatore attribuisce ad una diversa risultanza probatoria, ovvero se il giudice di merito dichiara di valutare secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza soggetta ad altra regola, così falsamente applicando e, quindi, violando detta norma (cfr. Cass. 8082/2017; Cass. 13960 /2014; Cass., 20119/ 2009).

La Corte d’appello ha motivatamente dato rilievo ai fini del disposto addebito della separazione ad un insieme di elementi, complessivamente vagliati, desumibili dalle prove testimoniali espletate (valutando anche i reciproci riscontri fattuali tra le deposizioni rese da persone tutte estranee, a parte il figlio della A.) e dalla documentazione prodotta (fotografie e referti medici).

Le censure tendono invece ad un’inammissibile nuova ricostruzione fattuale, riservata al giudice di merito e non sindacabile in sede di legittimità, al di fuori dei ristretti limiti dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

3. Anche il secondo motivo è inammissibile.

Anzitutto i dati fotografici sono stati valutati dalla Corte di merito non isolatamente ma nell’ambito di un esame complessivo delle risultanze istruttorie.

Inoltre, la Corte d’appello ha affermato che era del tutto generica la contestazione del G. su tale produzione.

Questa Corte, anche di recente, ha infatti ribadito che la fotografia costituisce prova precostituita della sua conformità alle cose e ai luoghi rappresentati, sicchè chi voglia inficiarne l’efficacia probatoria non può limitarsi a contestare i fatti che la parte che l’ha prodotta intende con essa provare, ma ha l’onere di disconoscere tale conformità (Cass. 9977/2018; conf. a Cass. 8682/2009).

Ora, il ricorrente si limita ad affermare, del tutto genericamente, di avere disconosciuto le fotografie e che comunque esse erano prive di ogni riferimento certo ad un contesto di luogo e tempo, non spiegando perchè dalle stesse non emergesse alcun riferimento soprattutto temporale.

3. Per tutto quanto sopra esposto, va dichiarato inammissibile il ricorso. Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente al rimborso delle spese processuali del presente giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 3.000,00, a titolo di compensi, oltre Euro 100,00 per esborsi, nonchè al rimborso forfetario delle spese generali, nella misura del 15%, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Dispone che, ai sensi del D.Lgs. n. 198 del 2003, art. 52, siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi, in caso di diffusione del presente provvedimento.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 8 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 17 settembre 2020

 

 

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