Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19418 del 11/09/2010

Cassazione civile sez. II, 11/09/2010, (ud. 22/06/2010, dep. 11/09/2010), n.19418

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SETTIMJ Giovanni – rel. Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 3228/2008 proposto da:

S.E., P.A., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA NOMENTANA, 905, presso lo studio dell’avvocato DI ROSA

VALERIO ANTIMO, rappresentati e difesi dall’avvocato ORLANDO ANTONIO,

giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

P.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA COLA DI

RIENZO 28, presso lo studio dell’avvocato CAMMUSO Salvatore (STUDIO

AVVOCATO ROBERTO ZAZZA), che lo rappresenta e difende, giusta procura

speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3651/2006 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI del

18/10/06, depositata il 29/11/2006;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

22/06/2010 dal Presidente Relatore Dott. GIOVANNI SETTIMJ;

è presente il P.G. in persona del Dott. ANTONIETTA CARESTIA.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

S.E. ed P.A. hanno impugnato per cassazione la sentenza 29.11.06 n. 3651 con la quale la corte d’appello di Napoli ne ha rigettato il gravame proposto avverso la decisione del Tribunale di quel capoluogo che aveva dichiarato cessata la materia del contendere per intervenuta transazione nella controversia tra gli stessi e P.F. relativa a rendimento dei conti della gestione d’una società di fatto tra il giugno del 1981 e l’ottobre del 1982.

Il Consigliere designato ai sensi dell’art. 377 c.p.c., ha depositato la seguente relazione ex art. 380 bis c.p.c.:

“… era accaduto che a seguito di un accordo transattivo, intervenuto tra P.A. e P.F. nel corso del giudizio di primo grado e sottoposto all’esame del giudice unico del Tribunale, quest’ultimo aveva dichiarato la cessazione della materia del contendere. L’appello era stato proposto da P. A., il quale aveva lamentato l’erroneità della pronuncia per essere l’accordo transattivo invalido o inefficace perchè riguardante beni appartenenti al fondo patrimoniale costituito con la moglie S.E., perchè l’accordo era sottoposto a condizione essenziale della formalizzazione dei trasferimenti in quella sede previsti e perchè, infine, tra le parti era intervenuta una precedente scrittura privata del (OMISSIS), che aveva già definito la controversia. Nel giudizio d’appello interveniva anche S.E. per sentir dichiarare inopponibile nei suoi confronti la transazione intervenuta tra le parti.

La Corte territoriale rigettava l’appello ritenendo la validità della transazione e dichiarando inammissibile, perchè tardivo, l’intervento di S.E..

Resiste con controricorso P.F., il quale deduce l’inammissibilità del ricorso per violazione dell’art. 366 bis c.p.c..

I ricorrenti, nella parte del ricorso intitolata motivi espongono le doglianze, chiedendo poi di accertare e dichiarare: 1) la violazione dell’art. 360 c.p.c., commi 3 e 4, in combinato disposto con l’art. 102 c.p.c.; 2) la violazione dell’art. 360 c.p.c., commi 3 e 4, in combinato disposto con l’art. 169 cod. civ.; 3) la violazione all’art. 360 c.p.c., commi 3 e 4, in combinato disposto gli artt. 1350, 1351, 1352 cod. civ.; 4) la violazione dell’art. 360 c.p.c., commi 3 e 4, in combinato disposto con l’art. 1183 c.c., e segg..

Formulano quindi i seguenti quesiti:

1) accerti la Corte se vi è stata violazione dell’art. 102 c.p.c. ed enunci i principi di diritto ex art. 102 c.p.c.;

2) accerti la Corte se vi è stata la violazione dell’art. 169 cod. civ., ed enunci i principi di diritto ex art. 163 c.p.c. nell’interesse della legge e il principio al quale il giudice di merito avrebbe dovuto attenersi;

3) accerti la Corte se vi è stata violazione degli artt. 1350 e 1351 cod. civ., ed enunci i principi di diritto;

4) accerti la Corte se vi è stata violazione dell’art. 1346 cod. civ., ed enunci i principi di diritto;

5) accerti la Corte se vi è stata violazione dell’art. 1183 c.c., e segg., ed enunci i principi di diritto nell’interesse a legge.

Il ricorso, quanto alla formulazione dei quesiti, non appare rispondente alle prescrizioni contenute nell’art. 366 bis c.p.c..

Infatti, il ricorso, tenuto conto delle sopra indicate date di pronunzia e pubblicazione della sentenza impugnata, è soggetto ratione temporis (vedi D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 27, comma 2) alle nuove disposizioni regolanti il processo di cassazione, tra cui segnatamente per quel che rileva, l’art. 366 bis c.p.c. (inserito dall’art. 6 del citato D.Lgs.) a termini del quale nei casi previsti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 1, 2, 3, 4, l’illustrazione di ciascun motivo si deve concludere a pena di inammissibilità con la formulazione di un quesito di diritto e nel caso di cui al 5 con la chiara indicazione del fatto controverso.

L’impugnazione in esame, pur deducendo nei motivi con cui si denuncia violazione e falsa applicazione di norme processuali e sostanziali, non contiene un idoneo quesito di diritto in relazione ai principi affermati da questa Corte al riguardo. Infatti, il ricorrente deve necessariamente procedere all’enunciazione di un principio di diritto diverso da quello posto a base del provvedimento impugnato e, perciò, tale da implicare un ribaltamento della decisione adottata dal giudice a quo, non profilandosi, conseguentemente, come ammissibile un motivo che si concluda con l’esposizione di un quesito meramente ripetitivo del contenuto della norma applicata dal giudice del merito (sentenza, sez. 1^, n. 14682/2007 e, da ultimo, sentenza, sez. L., n. 28280/2008) o che si risolva in una generica istanza di decisione sull’esistenza della violazione di legge denunziata nel motivo (ordinanza, sez. 1^, n. 19892/2007 e, più recentemente, sentenza, sez. 3^, n. 11535/2008 e ordinanza, sez. 3^, n. 16569/2008) o, ancora, che consista, nella prospettazione, dopo l’evidenziazione dell’espressione quesito giuridico, di una mera elencazione di norme, asseritamente violate, senza che – a conclusione o nel corpo del mezzo impugnatorio – risulti formulato il quesito in ordine al quale si chiede alla S.C. l’enunciazione del correlativo principio di diritto (sentenza, S.U., n. 19811/2008). In altri termini, il quesito non può consistere in una mera richiesta di accoglimento del motivo o nell’interpello della S.C. in ordine alla fondatezza della censura così come illustrata nello svolgimento dello stesso motivo, ma deve costituire la chiave di lettura delle ragioni esposte e porre la medesima Corte in condizione di rispondere ad esso con l’enunciazione di una regala iuris che sia, in quanto tale, suscettibile di ricevere applicazione in casi ulteriori rispetto a quello sottoposto all’esame del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata. Ciò vale a dire che la Corte di legittimità deve poter comprendere dalla lettura del solo quesito, inteso come sintesi logico-giuridica della questione, l’errore di diritto asseritamene compiuto dal giudice e quale sia, secondo le prospettazioni del ricorrente, la regola da applicare (S.U. sent. n. 3519/2008, cit.). Si è, perciò, ulteriormente chiarito che il quesito di diritto di cui all’art. 366 bis cod. proc. civ., deve compendiare: a) la riassuntiva esposizione degli elementi di fatto sottoposti al giudice di merito; b) la sintetica indicazione della regola di diritto applicata da quel giudice; c) la diversa regola di diritto che, ad avviso del ricorrente, si sarebbe dovuta applicare al caso di specie. E’, pertanto, inammissibile il ricorso contenente un quesito di diritto che si limiti a chiedere alla S.C. puramente e semplicemente di accertare se vi sia stata o meno la violazione di una determinata disposizione di legge (v., da ultimo, ordinanza, sez. 3^, n. 19768/2008 e sentenza, sez. 3, n. 24339/ 2008). Infine, si è ribadito in proposito che il quesito di diritto richiesto dall’art. 366 bis c.p.c., a pena di inammissibilità del motivo di ricorso cui accede, oltre a dover essere conferente rispetto al decisum, deve essere formulato in modo da poter circoscrivere la pronuncia del giudice nei limiti di un accoglimento o un rigetto del quesito medesimo, senza che esso debba richiedere, per ottenere risposta, una scomposizione in più parti prive di connessione tra loro (v.

sentenza, sez. L., n. 17064/2008)”.

Ritualmente notificatasi la sopra riportata relazione alle parti ed al P.G., nè le une hanno depositato memorie critiche, nè l’altro ha fatto pervenire conclusioni scritte contrarie.

Ritiene il Collegio che le osservazioni di cui alla detta relazione e la conclusione d’inammissibilità del ricorso cui è pervenuto il Consigliere designato, alla quale ha aderito il P.G. in adunanza, debbano essere recepite, in quanto pienamente conformi alla giurisprudenza di legittimità in materia, anche successiva alla citata (v. e pluribus, SS.UU. 21194/09 in motivazione, 2863/09 idem, 4044/09, 5624/09), quale applicabile al caso di specie come risulta evidente alla semplice lettura dei quesiti testualmente riportati in parte espositiva.

Parte intimata non avendo svolto difese in questa fase, non v’ha luogo a pronunzia sulle spese.

PQM

LA CORTE dichiara inammissibile il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 22 giugno 2010.

Depositato in Cancelleria il 11 settembre 2010

 

 

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