Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19388 del 17/09/2020

Cassazione civile sez. trib., 17/09/2020, (ud. 05/03/2020, dep. 17/09/2020), n.19388

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. BRUSCHETTA Ernestino Luigi – Consigliere –

Dott. NONNO Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. CASTORINA Rosaria Maria – Consigliere –

Dott. DINAPOLI Marco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 15477/2014 R.G. proposto da:

Ecoturistica s.r.l., in persona del legale rappresentante

pro-tempore, rappresentata e difesa dall’Avv. Giovanni Fiannaca,

presso il cui studio elettivamente domiciliata in Messina, giusta

procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle entrate in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

la quale è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Sicilia n. 57/27/13, depositata il 10 aprile 2013.

Udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. Dinapoli Marco nella

camera di consiglio del 5 marzo 2020.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1.1- Ecoturistica s.r.l. in persona del suo legale rappresentante pro-tempore ricorre in primo grado avverso un avviso di accertamento relativo all’anno di imposta 2002 per indebita detrazione dell’Iva su operazioni inesistenti, in violazione del D.P.R. n. 633 del 1973, art. 19 bis.

1.2- La Commissione tributaria provinciale di Messina rigetta il ricorso con sentenza n. 818/10/2010 del 31 novembre 2010, avverso cui la società propone appello.

1.3- La Commissione tributaria regionale della Sicilia, con la sentenza indicata in epigrafe, rigetta l’appello. Precisa in motivazione che l’oggetto del contendere è costituito solo dal recupero dell’Iva indebitamente detratta per operazioni inesistenti (Euro 154.937,00) mentre non vi rientra la questione relativa alla contabilizzazione di un contributo pubblico, eccepita dall’appellante ma non ricompresa nell’avviso di accertamento impugnato. Illustra poi i motivi per cui le operazioni contestate sono da ritenersi inesistenti e rileva che la contribuente non ha fornito la prova del suo diritto alla detrazione dell’Iva.

1.4- La società ricorre per cassazione avverso la sentenza di appello con 2 motivi, chiedendone l’annullamento, con ogni conseguenza anche in ordine alle spese.

1.5- l’Agenzia delle entrate resiste e deposita controricorso con cui contrasta l’avverso ricorso, chiedendone il rigetto, vinte le spese.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

2.- Il primo motivo di ricorso denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., art. 2697 c.c., del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36 in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3) e 4) perchè l’Agenzia delle entrate non avrebbe fornito la prova della pretesa fiscale in quanto l’avviso di accertamento richiama un p.v.c. della Guardia di Finanza che però non è stato prodotto in giudizio

2.1.- Il secondo motivo di ricorso denunzia violazione degli artt. 112 e 132 c.p.c., del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 1 e 36 in relazione all’art. 360 c.p.c., nn, 3 e 4 perchè la sentenza impugnata avrebbe affrontato solo la questione relativa alla detraibilità dell’Iva e non quella relativa al recupero a tassazione del contributo percepito ex L. n. 488 del 1992 nè l’eccezione relativa al divieto di doppia imposizione.

2.2- L’Agenzia delle entrate resiste con controricorso ed eccepisce l’inammissibilità di entrambi i motivi di ricorso, oltre che l’infondatezza del primo in quanto il PVC della G.d.F. era stato prodotto in giudizio in data 16 giugno 2009.

3.1- Entrambi i motivi di ricorso sono inammissibili per i motivi di seguito illustrati.

3.2.- In primo luogo entrambe le censure sono ricondotte in alternativa a due possibili vizi, con mancanza assoluta di specificità delle argomentazioni riferite all’uno o all’altro, e violazione del principio secondo cui il giudizio di cassazione è fondato sulla critica vincolata ed è delimitato e vincolato dai motivi di ricorso, che assumono una funzione identificativa, condizionata dalla loro formulazione tecnica con riferimento alle ipotesi tassative formalizzate dal codice di rito; ogni motivo di ricorso, dunque, deve necessariamente possedere i caratteri della tassatività e della specificità ed esige una precisa enunciazione, di modo che il vizio denunciato rientri in una delle categorie logiche previste dall’art. 360 c.p.c., “sicchè è inammissibile la critica generica della sentenza impugnata, formulata.con un unico motivo sotto una molteplicità di profili tra loro confusi e inestricabilmente combinati, non collegabili ad alcuna delle fattispecie di vizio enucleate dal codice di rito.” (ex multis Cass. 11603/2018).

3.3- In secondo luogo entrambi i motivi mancano del requisito dell’autosufficienza, richiesto a pena di inammissibilità dall’art. 366 c.p.c., nn. 4 e 6. La ricorrente lamenta infatti l’omessa valutazione da parte dei giudici del merito di documenti che però non indica specificamente, non trascrive nel ricorso nella parte ritenuta rilevante, nè allega ad esso, ed infine non “localizza” nell’ambito del giudizio di merito con l’indicazione dei modi e dei tempi della loro produzione per cui il ricorso non possiede l’autonomia indispensabile per consentire alla Corte, senza il sussidio di altre fonti, l’immediata e pronta individuazione delle questioni proposte.

3.4- Il ricorso, infine, appare inammissibile anche perchè, sotto l’apparenza delle censure mosse, contrasta in realtà la valutazione di merito della sentenza impugnata, e mira ad una rivisitazione del materiale probatorio acquisito nel corso del processo, inammissibile in sede di legittimità.

4.- In conclusione, per effetto delle considerazioni che precedono, il ricorso deve essere rigettato. Le spese processuali, come liquidate in dispositivo, seguono alla soccombenza. Deve darsi atto, infine, della sussistenza dei presupposti processuali per il raddoppio del contributo unificato.

PQM

la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali liquidate in Euro 5.600 (cinquemilaseicento) complessivi; dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 5 marzo 2020.

Depositato in cancelleria il 17 settembre 2020

 

 

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