Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19368 del 20/07/2018


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Civile Sent. Sez. 5 Num. 19368 Anno 2018
Presidente: CAMPANILE PIETRO
Relatore: DELL’ORFANO ANTONELLA

SENTENZA

sul ricorso n. 23614-2011 proposto da:
AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore p.t., elettivamente
domiciliata in ROMA, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che
la rappresenta e difende ope legis
– ricorrente contro
ELISA S.r.L., elettivamente domiciliata in ROMA, presso lo studio
dell’Avvocato CLAUDIO LUCISANO, che la rappresenta e difende assieme
all’Avvocato RAFFAELLO LUPI giusta procura speciale estesa a margine del
controricorso
– con troricorrente –

Data pubblicazione: 20/07/2018

R.G. 23614/2011

avverso la sentenza n. 166/10/2010 della COMMISSIONE TRIBUTARIA
REGIONALE dell’ABRUZZO, depositata il 30.6.2010, non notificata;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 26.6.2018 dal
Consigliere Dott.ssa ANTONELLA DELL’ORFANO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale MAURO VITIELLO

uditi per la ricorrente l’Avvocato dello Stato PASQUALE PUCCIARIELLO e per
la controricorrente l’Avvocato RAFFAELLO LUPI
FATTI DI CAUSA
Con sentenza del 30.6.2010 la Commissione Tributaria Regionale
dell’Abruzzo ha respinto l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate
avverso la sentenza n. 144/02/2007 della Commissione Tributaria
Provinciale di Pescara, che aveva accolto il ricorso, proposto dalla società
contribuente Elisa S.r.L., contro avviso di accertamento IVA IRPEG IRAP
annualità 2001, sulla base dei seguenti rilievi: elementi positivi di reddito
non dichiarati, rettifica delle giacenze iniziali e delle rimanenze finali,
indeducibilità dei costi relativi a compensi corrisposti ai consiglieri di
amministrazione, ad accantonamenti a titolo di TFM in favore dei medesimi
consiglieri.
Avverso la sentenza della CTR ha proposto ricorso per cassazione
l’Agenzia delle Entrate affidato a quattro motivi.
Con il primo motivo ha denunciato, ai sensi dell’art. 360, primo comma,
n. 4 c.p.c., «violazione dell’art. 112 c.p.c. per omessa pronuncia, o in
subordine dell’art. 36, 2° c. n. 4 Dlgs n. 546/92 per carenza assoluta di
motivazione».
Con il secondo motivo ha denunciato, ai sensi dell’art. 360, primo
comma, n. 3 c.p.c., «violazione degli artt. 16, 1° c. lett. c), 70, 1° c., 59,
74 e 76 TUIR (versione ante 2004), nonché dell’art. 2697 c.c.>>.
Con il terzo motivo ha denunciato, ai sensi dell’art. 360, primo comma,
n. 3 e 5 c.p.c., «violazione degli artt. 1 e 4 DPR n. 477/97. Violazione
degli artt. 2700 e 2730 c.c. – Omessa o comunque insufficiente motivazione
e contraddittoria motivazione».

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che ha concluso per l’accoglimento del primo motivo di ricorso;

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Con il quarto motivo ha denunciato, ai sensi dell’art. 360, primo
comma, n. 3 c.p.c., «violazione e falsa applicazione dell’art. 62, 3° c.
TUIR>>.
La società contribuente si è costituita con controricorso, deducendo
l’inammissibilità ed infondatezza del ricorso principale ed ha, altresì,

RAGIONI DELLA DECISIONE
1.1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta che la CTR non avrebbe
preso in considerazione gli argomenti svolti con l’appello relativi alla
deducibilità dell’accantonamento dell’indennità di fine mandato (TFM) dei
consiglieri di amministrazione della società contribuente ed alla riduzione
delle giacenze iniziali.
1.2. La censura in esame è infondata, atteso che ad integrare gli
estremi del vizio di omessa pronuncia ex art. 112 c.p.c. non basta la
mancanza di un’espressa statuizione del giudice, ma è necessario che sia
stato completamente omesso il provvedimento che si palesa indispensabile
alla soluzione del caso concreto: ciò non si verifica quando
la decisione adottata comporti la reiezione della pretesa fatta valere dalla
parte, anche se manchi in proposito una specifica argomentazione, dovendo
ravvisarsi una statuizione implicita di rigetto quando la pretesa avanzata col
capo di domanda non espressamente esaminato risulti incompatibile con
l’impostazione logico-giuridica della pronuncia (cfr.

ex multis Cass. n.

24155/2017).
1.3. Nel caso in esame la CTR, confermando la decisione di primo
grado, che aveva accolto il ricorso della contribuente anche relativamente ai
suddetti rilievi mossi dall’Ufficio finanziario, ribadendone l’infondatezza, ha
motivatamente disatteso tutti i motivi di censura dell’appellante relativi alla
pronuncia impugnata.
2.1. E’ fondato il profilo del secondo motivo di ricorso relativamente alle
censure circa l’affermata deducibilità degli accantonamenti del T.F.M. in
favore dei consiglieri di amministrazione della società contribuente sulla
base di delibera assembleare priva di data certa.

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illustrato le proprie ragioni con memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c.

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2.2. Questa Corte, in relazione ad vicende esattamente corrispondenti a
quella odierna, ove, appunto si dibatteva della deducibilità ai fini IRPEF ed
IRAP quali componenti negativi di reddito degli accantonamenti effettuati
dalla società in favore dei propri amministratori al fine del trattamento di
fine mandato, ha già avuto modo di chiarire che il rinvio che l’art. 70,

comma 1, lett. c) TUIR, è un rinvio pieno, nel senso che ai fini della
deducibilità dei relativi accantonamenti si richiede che il diritto all’indennità
risulti da atto di data certa anteriore all’inizio del rapporto.
2.3. Donde, considerata l’inesistenza di un pregresso atto scritto con
data certa (da ritenersi tale, in caso di delibera assembleare, in via
alternativa ed esemplificativa, in caso di redazione di verbale di assemblea
da parte di un notaio, di estratto notarile del libro delle deliberazioni
dell’assemblea, di autentica notarile delle firme dei soci sul verbale di
delibera, di rituale notifica del verbale di delibera all’amministratore stesso,
di registrazione della delibera dei soci presso l’Ufficio del Registro, o di invio
all’amministratore con raccomandata di copia della delibera in plico senza
busta, tutte ipotesi che pacificamente non ricorrono nell’odierna fattispecie),
la massima, che il Collegio pienamente condivide e alla luce del quale
occorre regolare anche il caso in disamina, secondo cui in tema di imposte
sui redditi, e con riguardo alla determinazione del reddito d’impresa, l’art.
70, terzo comma, del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, nello stabilire che le
disposizioni dei precedenti commi secondo e terzo, concernenti la
deducibilità degli accantonamenti ai fondi per le indennità di fine rapporto e
ai fondi di previdenza del personale dipendente, valgono anche per gli
accantonamenti relativi alle indennità di fine rapporto di cui alle lettere c)
del comma primo dell’art. 16 dello stesso t.u. – norma quest’ultima secondo
la quale l’imposta si applica separatamente alle indennità percepite per la
cessazione dei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, di cui al
comma secondo dell’art. 49, se il diritto all’indennità risulta da atto di data
certa anteriore all’inizio del rapporto-, opera un rinvio non ai soli fini
dell’identificazione della categoria del rapporto sottostante cui si riferisce
l’indennità (nel qual caso sarebbe stato sufficiente il rinvio al secondo

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comma 3, TUIR nel testo vigente prima del Dlg. 344/2003 opera all’art. 16,

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comma dell’art. 49 – pure menzionato alla lettera c dell’art. 16 -, che
individua appunto i redditi di lavoro autonomo, fra i quali rientra quello
dell’amministratore), ma altresì ai fini della sussistenza delle condizioni
richieste dalla stessa lettera c) dell’art. 16, e cioè che «il diritto
all’indennità risulta da atto di data certa anteriore all’inizio del rapporto»

2.4. E’ fondato anche il profilo del secondo motivo di ricorso con cui si
lamenta che la CTR abbia erroneamente ritenuto legittima la maggiorazione
forfettaria delle rimanenze in misura pari al 20% ai fini dell’accertamento
del reddito della società per l’anno 2000.
2.5. Risulta sia stato contestato, dall’Ufficio, il valore delle rimanenze
finali dell’annualità 2000 in relazione all’operata sottovalutazione delle
rimanenze per l’anno di imposta 1999, con riguardo alla quale la
contribuente deduce la sussistenza di un errore di ordine elaborativoinformatico che aveva impedito l’applicazione della maggiorazione ed a cui
era stato posto rimedio con successiva dichiarazione integrativa ai sensi
della legge 289/2002.
2.6. La valutazione delle rimanenze (cd. «giacenze di magazzino»),
come noto, è un’operazione tecnico-contabile necessitata dall’esigenza di
determinare periodicamente i risultati di un’attività imprenditoriale e si
risolve nell’attribuzione dì un valore alle stesse, previa rilevazione (conta
fisica) delle giacenze effettive, che può essere compiuta utilizzando una
pluralità di metodi tra loro alternativi.
2.7. Orbene, in materia di determinazione del reddito d’impresa, l’art.
59, cit. TUIR, nel testo vigente all’epoca (2000) cui si riferisce il presente
giudizio, dispone, al comma 1, che «le rimanenze finali … concorrono a
formare il reddito per un valore … non inferiore a quello determinato a
norma delle disposizioni che seguono»; quindi è stabilito, al comma 3
(relativamente agli esercizi successivi a quello in cui per la prima volta si
siano formate) che, < (art. 1, comma 20 , lett. b) ovvero «sono

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441 del 1997, tra i quali non è possibile annoverare gli elementi nella specie
utilizzati dal giudice di appello, il quale, pertanto, in sede di rinvio (a seguìto
di cassazione della sentenza gravata per l’accoglimento del motivo in
esame), in applicazione dei suddetti principi, dovrà accertare se la società
verificata abbia superato la presunzione legale di cessione con le modalità

4.1. E’ infondato il quarto motivo di ricorso, con cui l’Agenzia si limita a
lamentare che la CTR avrebbe ammesso la deducibilità dei compensi
corrisposti ai consiglieri di amministrazione della società contribuente, pur
trattandosi di società di capitali e non di società di persone.
4.2. In tema di reddito d’impresa, ai sensi dell’art. 62, comma 3,
richiamato dal successivo art. 95, comma 1, vigenti

“ratione temporis”,

risultano infatti deducibili anche i compensi spettanti
agli amministratori delle società di capitali (cfr. 9036/2013, 3243/2013).
5.

Sulla base di tutte le considerazioni che precedono il ricorso

dell’Agenzia delle Entrate va accolto limitatamente al secondo ed al terzo
motivo, respinti gli altri, sicché la sentenza impugnata va cassata con rinvio
alla CTR dell’Abruzzo, in diversa composizione, che provvederà ad applicare
i superiori principi ed anche alla regolamentazione delle spese del presente
giudizio.
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso dell’Agenzia delle Entrate limitatamente al
secondo ed al terzo motivo, respinti gli altri, cassa la sentenza impugnata e
rinvia alla Commissione Tributaria Regionale dell’Abruzzo, in diversa
composizione, che provvederà a regolare anche le spese del giudizio di
legittimità.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Tributaria

probatorie prescritte dalle disposizioni da ultimo citate.

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