Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19365 del 22/09/2011

Cassazione civile sez. I, 22/09/2011, (ud. 18/07/2011, dep. 22/09/2011), n.19365

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITRONE Ugo – Presidente –

Dott. SALME’ Giuseppe – Consigliere –

Dott. BERRUTI Giuseppe Maria – rel. Consigliere –

Dott. BERNABAI Renato – Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 26996/2005 proposto da:

C.R. (c.f. (OMISSIS)), M.R., in

proprio e nella qualità di genitori esercenti la patria potestà sul

figlio minore C.A., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA TRIONFALE 21 (STUDIO LEGALE AVV. STELLA VALENTINOTTI),

presso l’avvocato PALONI MARCO, rappresentati e difesi dall’avvocato

NATOLI Oreste, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

P.G. (C.F. (OMISSIS)), elettivamente

domiciliato in ROMA, CORSO TRIESTE 169/B, presso l’avvocato NANGANO

ANNA MARIA, rappresentato e difeso dall’avvocato CARONNA Andrea,

giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA, CENTRO

SERVIZI AMMINISTRATIVI DI PALERMO, GARANTE PER LA TUTELA DEI DATI

PERSONALI;

– intimati –

avverso la sentenza n. 2448/2005 del TRIBUNALE di PALERMO, depositata

il 08/07/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

18/07/2011 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE MARIA BERRUTI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CESQUI Elisabetta, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

C.R. e M.R., in proprio e nella qualità di genitori esercenti la patria potestà sul minore C.A., con ricorso depositato il 4 febbraio 2005, chiedevano al Tribunale di Palermo la condanna del Ministro dell’Istruzione, del Centro servizi amministrativi di Palermo, e di P.G., al risarcimento dei danni da essi subiti, anche nella qualità, a seguito dell’ illegittimo trattamento di taluni dati personali ad essi riferibili.

Narravano che entrambi, in quanto professori presso un istituto scolastico di Palermo, avevano occupato le prime due posizioni nell’elenco dei perdenti posto di cui all’art. 7, comma 5, del contratto collettivo della scuola applicabile, avvantaggiandosi di un particolare punteggio previsto in ragione delle condizioni di salute del figlio A., ai sensi delle disposizioni della L. n. 104 del 1992. Era accaduto che P.G., professore presso il medesimo istituto, inserito nella stessa graduatoria perdenti posto ma in posizione inferiore rispetto ad essi ricorrenti, aveva chiesto al Dirigente scolastico di visionare, attraverso accesso agli atti, la documentazione che aveva consentito di precederlo ai sensi della citata L. n. 104 del 1992.

Quindi lo stesso P. aveva, a mezzo lettera raccomandata inviata all’Ufficio di segreteria per la conciliazione presso il Centro Servizi amministrativi di Palermo, avanzato richiesta di tentativo di conciliazione, lamentando in quella missiva che la graduatoria da lui contestata era stata formulata sul presupposto errato della sussistenza dei requisiti capaci di far godere ad essi ricorrenti i benefici di cui alla citata L. del 1992. Ai sensi del vigente contratto collettivo nazionale della scuola l’istanza, contenente un riferimento ai problemi di salute del predetto minore, era stata affissa nell’apposito albo del Centro Servizi. I ricorrenti individuavano in tali circostanze una condotta illegittima tanto del professor P. quanto delle indicate Amministrazioni. Resisteva il Ministero chiedendo il rigetto del ricorso facendo rilevare che l’affissione nell’albo del Centro Servizi Amministrativi, quest’ultimo mera branca organizzativa priva di autonoma personalità, era stata effettuata ai sensi del contratto collettivo della scuola e che peraltro la documentazione prodotta dai ricorrenti a sostegno della loro pretesa di miglior punteggio non era mai stata consegnata ad alcuno, tanto meno al professor P..

Si costituiva anche il predetto professore P. resistendo e rilevando di essersi limitato ad inoltrare l’istanza innanzi menzionata in busta chiusa e di non essere in alcun modo responsabile degli atti successivi compiuti dalla Pubblica Amministrazione.

Chiedeva in via riconvenzionale di essere risarcito del danno per lite temeraria.

Il Tribunale di Palermo riteneva anzitutto che l’informazione relativa allo stato di salute del figlio minore dei ricorrenti costituisse dato personale sensibile esclusivamente con riguardo al minore, in quanto capace di rivelare lo stato di salute di costui soltanto. Riteneva che invece quanto ai ricorrenti, genitori del minore, l’informazione connessa allo stato di salute del figlio costituisse mero dato personale e non dunque anche dato sensibile.

Quindi riteneva che la richiesta di accesso avanzata dal professor P. fosse stata correttamente considerata ammissibile dalla Pubblica Amministrazione che l’aveva ricevuta, giacchè fondata su di un diritto di rango pari a quello dell’interessato, come previsto dal D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 60, ovvero sulla tutela di un diritto risalente alla protezione costituzionale del lavoro. Escludeva quindi ogni illegittimità nella condotta del professor P. avendo lo stesso, per tutelare siffatto suo diritto di rango costituzionale, semplicemente richiesto, e quindi ottenuto, di visionare una documentazione per verificare se, nella specie, il suo diritto fosse stato conculcato. Riteneva infatti l’istanza di accesso soggetta al vaglio di una pubblica autorità alla quale quindi soltanto spettava non soltanto il potere di assentire alla richiesta stessa ma anche di determinarsi in conseguenza della delicatezza dei diritti in contesa.

Escludeva che la richiesta del tentativo di conciliazione avesse costituito illecito ovvero dato luogo a circostanza cui ricondurre causalmente la lesione lamentata.

Il giudice del merito quindi, passando all’esame della condotta della PA, condividendo la ritenuta inesistenza di alcuna autonoma soggettività in capo al Centro Servizi, e dunque individuando quale soggetto legittimato passivo il solo Ministero convenuto, riteneva anzitutto che la pubblicazione di dati personali e non anche sensibili, peraltro prevista dal contratto collettivo nazionale, non potesse costituire illecito. Riteneva invece, sulla base della distinzione dei dati in questione, ritenuti sensibili solo con riferimento alla persona del minore di età, che nella specie operasse il disposto dell’art. 22 del D.Lgs., in esame, comma 8, in base al quale i dati idonei a rivelare lo stato di salute non possono essere diffusi. Ad avviso del Tribunale di Palermo dunque l’Amministrazione una volta ricevuto l’atto non poteva diffonderlo rendendolo pubblico mediante l’affissione ad un albo, in quanto comunque contenente un riferimento ad un dato sensibile. Riteneva del tutto irrilevante ad escludere tale illegittimità il rilievo del contratto collettivo nazionale vigente prevedente per l’appunto siffatta modalità di diffusione senza eccezione alcuna, essendo detta fonte normativa negoziale e dunque dovendo essa cedere di fronte al dato legislativo appena citato. La pubblica Amministrazione dunque, ad avviso del Tribunale di Palermo, ricevuta l’istanza di tentativo di conciliazione contenente dati sensibili relativi ad un soggetto terzo rispetto a coloro sui quali la contrattazione collettiva poteva produrre effetti, non avrebbe dovuto procedere all’affissione pubblica dell’istanza ma piuttosto dare luogo a comunicazioni dirette e riservate agli interessati. Pertanto il Tribunale, esclusa ogni lesione del patrimonio dei ricorrenti C. e M., e riconosciuta invece la lesione subita dal minore, rappresentato dai predetti, liquidava in via equitativa in favore del minore soltanto i danni lamentati,nella somma complessiva di Euro 1000,00 oltre interessi. Negava anche la sussistenza in capo ai ricorrenti del diritto a vedersi risarcito il cosiddetto danno riflesso. Negava quindi la sussistenza dei presupposti necessari alla emissione di una condanna risarcimento del danno per lite temeraria e dunque rigettava sul punto la richiesta del P.. Condannava invece i ricorrenti in proprio e nella qualità a corrispondere a quest’ultimo le spese di lite ed a rimborsare al Ministero il 50% delle spese legali dal medesimo sostenuto. Condannava il Ministero ha rimborsare ai ricorrenti, nella qualità, le spese da essi sostenute per far valere le ragioni del minore quantificandole nel 50% di quelle da essi complessivamente sostenute, in quanto l’altro 50% riteneva fosse stato sostenuto per far valere le pretese avanzate in proprio.

Contro questa sentenza ricorrono per cassazione con atto articolato su sei motivi C.R. e M.R. in proprio e nella qualità di genitori esercenti la patria potestà sul figlio minore A..

Ha resistito con contro ricorso il solo professor P. G..

Non si sono costituiti il Ministero per l’Istruzione Università e Ricerca, intimato, nè il Garante per la tutela dei dati personali al quale il ricorso è stato notificato.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo del ricorso i coniugi C. – M. lamentano relazione al D.Lgs. n. 196 del 2003, artt. 1, 2, 3, 4, 6, 17, 18, 19, 20, 21, 22, nonchè degli artt. 2 e 3 Cost., della Repubblica. Lamentano altresì la motivazione omessa insufficiente e contraddittoria con riferimento al punto in questione, ritenuto decisivo della controversia. I ricorrenti contestano l’affermazione del Tribunale secondo il quale, con riferimento alla divulgazione del dato di cui si tratta, esso costituirebbe, si è detto, dato personale quanto ai due genitori ed anche dato sensibile quanto al minore. Ritengono invece che il dato stesso sia sensibile anche con riferimento ai due genitori, e ritengono tale errore all’origine della esclusione di ogni diritto al risarcimento del danno in capo ad essi direttamente. Ritengono altresì che tale erronea differenziazione sia stata causa della ritenuta legittimità della diffusione ovvero della riferibilità del trattamento contestato alle funzioni istituzionali dell’Amministrazione. Sostengono che tutti i dati, personali e sensibili, debbono essere trattati con accorgimenti e cautele previste dalla normativa in questione ed affermano che, anche andando oltre l’errore della inesatta distinzione criticata , il Tribunale ha mancato di motivare in relazione ad una propalazione che è stata comunque eccessiva.

1.A. Ritiene il collegio che la doglianza, in qualche punto ripetitiva, individui, nel nucleo essenziale riassunto riguardante la distinzione tra dato sensibile e dato personale, la necessità di una migliore precisazione dei principi in gioco.

La trama normativa che consente di ricostruire sul piano giuridico la vicenda che ne occupa muove dall’art. 1 del D.Lgs. di cui si tratta.

Esso recita: “chiunque ha diritto alla protezione dei dati personali che lo riguardano”. E’ di tutta evidenza la ampiezza dell’oggetto della protezione,giacchè l’uso della dizione “dati personali che lo riguardano” fa diventare “personali” tutti i dati che, per l’appunto, quale che ne sia l’origine ontologica, riguardano la persona che rivendica la protezione in questione.

L’art. 4, quindi, nel chiarire i concetti essenziali che strutturano la normativa alla lettera d) qualifica dato personale, “qualunque informazione relativa a persona fisica, persona giuridica, enti o associazioni, identificati o identificabili, anche indirettamente, mediante riferimento a qualsiasi altra informazione, ivi compreso un numero di identificazione personale”.

Ritiene il collegio che con tale espressione la legge ha inteso individuare ogni circostanza trattabile come dato, ovvero capace di essere raccolta in un archivio per qualsivoglia successivo trattamento, in quanto riferibile ad una persona e capace di consentirne la identificazione.

Infine, e per quanto riguarda la questione oggetto del motivo di ricorso, alla lett. d), l’articolo stesso definisce come dati sensibili, quelli, “idonei a rivelare l’origine razziale ed etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni politiche, l’adesione a partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni di carattere religioso, filosofico, politico sindacale, nonchè i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale”.

Da tale previsione il Tribunale di Palermo trae la conclusione che il dato relativo alla salute che rileva è quello riferibile alla sola persona del soggetto vittima di una condizione negativa di salute.

Il collegio ritiene siffatta distinzione eccessiva rispetto alla finalità della legge, e dunque arbitraria.

1.a. E’ opportuno partire, per risolvere la questione, dalla differenza di regime giuridico attribuita al dato sensibile rispetto al più generico dato personale.

Per il secondo in via di principio va detto che l’interessato, ovvero il soggetto al quale il dato si riferisce e che il dato identifica, ha diritto di ottenere conferma della esistenza o meno “di dati che lo riguardano con l’indicazione dei medesimi, delle finalità e delle modalità del trattamento” art. 7 D.Lgs. del 2003). Ha diritto di ottenere l’aggiornamento, la rettificazione o, quando vi ha interesse, l’integrazione che ritiene o la cancellazione o la trasformazione in forma anonima, ed in ogni caso i dati stessi devono essere trattati in modo lecito e secondo specifiche regole che si possono definire di correttezza. Essi devono essere espliciti, legittimi, esatti, aggiornati, per temi pertinenti, completi , e non eccedenti rispetto alla finalità dichiarata. I dati sono custoditi e controllati anche in relazione alla conoscenza acquisita sulla base del progresso tecnico, alla natura dei medesimi e alle caratteristiche del trattamento, così che si evitino rischi di distruzione, perdita, o diffusione; ed ovviamente, chiunque cagiona danno ad altri per effetto del trattamento dei dati stessi è tenuto a risarcirlo anche se non patrimoniale.

I dati personali facenti parte della elencazione di cui alla lettera d) precedentemente citata, ovvero i dati sensibili, ricevono un ulteriore specifico trattamento, anzitutto con l’art. 20 del D.Lgs..

Il principio è quello espresso al numero 1 della norma suddetta, secondo il quale il trattamento dei dati sensibili da parte di soggetti pubblici è consentito solo se autorizzato da espressa disposizione di legge, nella quale sono specificati i tipi di dati che possono essere trattati, nonchè “le operazioni eseguibili e le finalità di rilevante interesse pubblico perseguite”.

La restante parte dell’art. 20 disciplina quindi le specifiche modalità di operazioni eseguibili rispetto a tali dati sensibili da parte di soggetti pubblici. Conclusione che se ne trae è che la storica esperienza dell’uso discriminante, arbitrario, oppressivo, di dati della persona che per la loro delicatezza, (si pensi a quelli che riguardano opinioni politiche, adesione a partiti, origine razziale, ovvero come dimostra anche la attualità, quelli relativi a specifiche malattie particolarmente invalidanti oppure ad una vita sessuale particolare, da parte delle Pubbliche Amministrazioni e dei Governi, ha fatto prescrivere che qualunque catalogazione di tali dati e qualunque uso se ne intenda fare debbano essere autorizzati dalla legge.

Quindi la norma si preoccupa, per il caso in cui la legge specifichi la finalità di interesse pubblico che giustifica il trattamento ma non indichi le modalità nè i tipi di dati sensibili ai quali il trattamento si dovrebbe riferire, di stabilire l’intervento del Garante che, caso per caso, determina modi e tempi di particolare protezione. Infine la norma precisa che laddove la legge non prevede il trattamento di uno specifico dato, pur rientrante nella categoria della sensibilità, dovrà allora affidarsi al Garante l’individuazione, previo accertamento dell’interesse pubblico al trattamento stesso, dei modi nei quali esso può essere portato a termine.

1.b. Osserva il collegio che la protezione assegnata al dato sensibile non è solo più forte di quella assegnata al dato meramente personale. Essa è qualitativamente diversa, giacchè sottolinea l’interesse pubblico ad un trattamento rispettoso di fondamentali principi di convivenza democratica e sociale. Al punto che essa, in realtà, rende insufficiente la sola autorizzazione al trattamento da parte del titolare del dato, ovvero da parte del soggetto che pure riveste quella posizione culturale, religiosa, politica, oppure di salute, ritenuta abbisognevole di protezione anche con la tutela della sua riservatezza. Infatti l’art. 26, operante fuori del caso dell’utilizzo del dato sensibile da parte di una Pubblica Amministrazione, precisa ancora un fondamentale principio secondo il quale essi dati possono essere trattati solo previo consenso scritto dell’interessato ed autorizzazione del Garante. A dimostrazione che non si tratta solo di un interesse, per quanto fondamentale, del soggetto la cui situazione culturale, politica o sanitaria può essere racchiusa in un dato, ma si tratta invece di un princìpio generale di ordine pubblico delle relazioni tra i soggetti. Sinteticamente,dunque, ritiene il collegio possa dirsi che ogni dato che consenta l’identificazione in capo ad un soggetto di una situazione di debolezza, di disagio, ovvero di una situazione e l’esperienza storica ha dimostrato possa dar luogo a situazioni discriminatorie ovvero lesive dei diritti del titolare del dato stesso, viene prudenzialmente protetto in maniera più forte che non qualunque dato che attenga alla generica riservatezza della persona, con un regime che implica per definizione l’intervento del Garante, quanto meno accanto alla volontà del titolare, se non addirittura in via ed in misura prevalente. Esistono insomma particolari disagi o pericoli di particolari disagi nei confronti dei quali il legislatore ha voluto che il dato personale che ne consente il disvelamento sia particolarmente vigilato. In ragione, appunto, della strutturale ed ontologica pericolosità del disvelamento.

Pertanto, che una notizia riguardante la salute di un minore sia in quanto tale dato personale e sensibile, relativamente al minore stesso, è fuori questione.

Non può dirsi invece che non sia parimenti dato personale e sensibile anche relativamente ad altre persone, come i genitori, alle quali la legge, individuando una specifica diretta conseguenza negativa della malattia, analoga a quella che risente l’ammalato, ovvero individuando un disagio avente la stessa origine fattuale, riconosce per l’appunto il diritto ad ottenere uno specifico beneficio. In definitiva lo stato di salute del figlio, considerato espressamente dalla legge a fondamento di un diritto del padre, e pertanto dato personale del padre stesso,appare pervaso dalla stessa intrinseca delicatezza che fa individuare una necessità di riservatezza ed un disagio analoghi a quelli che si riferiscono all’ammalato nel momento in cui egli espone ad un terzo, ovvero ad una Pubblica Amministrazione, la propria malattia.

Esistono, insomma,a parere del collegio, informazioni che appartengono alla persona non tanto perchè attinenti la fisicità della stessa ma perchè la cultura, nel tempo, ha spinto, all’atto in cui essa individua il patrimonio giuridico della persona, a porre dentro di esso una particolare protezione a fronte della maturata consapevolezza sociale dell’ esistenza di un peso meritevole di aiuto. Nel caso che ne occupa si tratta della protezione (prevista dalla L. n 104 del 1992, ma in generale tutte le provvidenze che il sistema giuridico riconosce alla famiglia dell’ammalato portatore di handicap) che deriva dall’essere legato ad obblighi genitoriali di assistenza verso un ammalato. E’, dunque, l’obbligo di assistenza che rende personale un dato che nasce sensibile nella situazione soggettiva di altra persona. E tale dato non perde la sua caratteristica di “sensibilità”, non diventa dunque meno sensibile, per il fatto che va a strutturare anche il patrimonio di altra persona, diversa da quella dell’ammalato, ma tenuta al carico, anche sociale, della stessa malattia. Dunque, e ciò va precisato anche in considerazione della funzione nomofilattica della Corte oltre che per la rilevanza che detta precisazione può rivestire nella soluzione della vicenda, la distinzione fatta dal Tribunale di Palermo, tra dati meramente personali e dati anche sensibili, certamente corretta sul piano esegetico e sistematico, non trova applicazione nella specie. Giacchè il dato sensibile, letteralmente tale in capo al minore, in quanto caratterizza il complessivo statuto dei diritti che fanno capo al padre lavoratore e pervaso dalla stessa delicatezza culturale, è anche dato sensibile riferibile a questi. La estensione del dato in questione, necessitata dalla richiesta di una provvidenza quale quella di cui alla Legge n 104 citata, conduce ad una dolorosità ed a rischi di discriminazione sociale che riguardano appunto il genitore, cosicchè il trattamento di tali dati da parte di una PA deve rispondere alle cautele che la legge ha connesso a quei dati.

Conclusivamente deve dirsi che il dato sulla salute, ovvero riguardante una condizione negativa di salute di una persona, che da luogo a conseguenze giuridiche nel patrimonio di familiari tenuti agli obblighi di assistenza, e che per tale caratteristica necessita di ostensione, deve essere assistito dalla protezione del dato sensibile anche quando identifica la persona del familiare predetto, ovvero il suo statuto di diritti.

1.c. Tutto ciò premesso ciò che nella specie rileva a risolvere la controversia è che l’informazione sanitaria in questione è stata trasmessa alla Pubblica Amministrazione dai coniugi C., perchè essa ne facesse uso nell’interesse di essi medesimi.

L’autorizzazione all’uso della informazione, e dunque al connesso trattamento, prevista dal D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 20, n. 1, assolve nella vicenda ad una funzione specifica, che è di riconoscere che il patrimonio del fornitore dell’informazione è in qualche modo arricchito, a compenso del disagio di una specifica assistenza, da uno specifico diritto, che riguarda il punteggio concorsuale previsto dalla legge. Allora, come è organico alla materia del trattamento dei dati, la comunicazione dell’informazione la quale avviene nell’interesse di chi la trasmette, consente a questi di controllare la relazione tra l’uso che ne viene fatto e la funzione al quale l’uso deve assolvere.

Orbene l’art. 11 del D.Lgs., in questione, intitolato alle modalità del trattamento dei requisiti dei dati, chiarisce alla lettera d) che i dati personali oggetto della eventuale diffusione, debbono essere, tra l’altro, pertinenti, completi e “non eccedenti” rispetto alle finalità per le quali sono raccolti o successivamente trattati.

Cosicchè qualunque dato personale trasmesso dal titolare nel proprio interesse, deve essere trattato in modo che il trattamento stesso non ecceda la funzione. La quale , nel caso che ne occupa, era quella di anzitutto verificare la sussistenza del diritto al beneficio giuridico di cui alla L. n. 104 del 1992, e quindi, nel caso di contestazione della legittimità dell’attribuzione del punteggio, di consentire i necessari diritti di difesa a tutti gli interessati.

Il problema concreto che si poneva, e che il giudice del merito ha risolto nel modo che si è detto, era quello l della relazione tra la funzione pubblica esercitata e la protezione che spetta a siffatto dato, sensibile oltrechè personale.

Ritiene pertanto il collegio che correttamente il giudice del merito ha ritenuto, ancorchè non abbia adoperato siffatta espressione, eccedente, ovverosia non delimitata dai confini logici della funzione pubblica, la affissione in bacheca la quale era tale da consentire anche al pubblico non avente interesse giuridicamente rilevante, di conoscere la situazione riservata in questione. La PA ben avrebbe potuto assolvere alle essenziali necessità di comunicazione in forme riservate, ed osservare eventuali obblighi di pubblicazione indicando semplicemente che vi era stata una richiesta di procedura conciliativa e che essa era conoscibile nei suoi particolari solo dai titolari di interessi giuridicamente differenziati. Ovvero ben avrebbe potuto fare uso del potere di rivolgersi al Garante, ai sensi del comma n. 3 dello steso art. 20 citato, e chiedere con quali modalità detto dato dovesse essere trattato perchè fosse soddisfatta tanto la riservatezza quanto la trasparenza della attività amministrativa nei confronti dei controinteressati professori.

1.d. Consegue che la doglianza dei ricorrenti deve essere accolta sul punto del mancato riconoscimento della lesione del loro patrimonio giuridico personale per effetto della diffusione dei predetti dati, sensibili anche con riferimento ad essi.

2. Con il secondo motivo di ricorso i due ricorrenti lamentano violazione delle stesse norme del D.Lgs., innanzi menzionate, nonchè è ancora la motivazione omessa, insufficiente e contraddittoria con riferimento al punto stesso, decisivo della questione. Sostengono che il Tribunale ha errato nell’escludere ogni responsabilità in capo al professor P.. Ritengono che il rango degli interessi coinvolti fosse diverso e che dunque già la semplice richiesta di accesso ai documenti in questione da parte del P. e quindi la ricezione della copia degli atti allo stesso sia stata illegittima e lesiva.

2.a. Il motivo è infondato. Il professor P. ha fatto uso di un diritto previsto dalla legge, e peraltro, come ha stabilito il Tribunale di Palermo, fondato ai sensi dell’art. 60 del D.Lgs. in questione, sulla tutela del suo diritto al lavoro, che non è, come sembrano credere i ricorrenti,posizione di rango costituzionale soltanto quando tocca la difesa del posto di lavoro. La tutela prevista dalla Costituzione si estende a tutte le articolazioni concrete del medesimo e dunque il professor P., che ha fatto uso di un diritto, per l’appunto dotato della più alta protezione giuridica consentita nel nostro ordinamento, non ha fatto, nè cagionato, danno ad alcuno, secondo una nozione di causalità adeguata.

3. Con il terzo motivo i ricorrenti lamentano ancora la violazione delle stesse norme indicate al primo motivo del decreto legislativo n. 196 del 2003. Quindi ancora la motivazione omessa, insufficiente e contraddittoria sul relativo punto decisivo.

3.a. Il motivo è sostanzialmente ripetitivo di quello precedente giacchè ancora una volta sostiene la responsabilità del professor P. nella richiesta di copia degli atti e di accesso. Esso è dunque infondato per le stesse ragioni esposte nell’esame del motivo che precede.

4. Con il quarto motivo i ricorrenti lamentano anzitutto, ancora una volta, la violazione delle stesse norme del D.Lgs. n. 196 del 2003, menzionate ai primi motivi. Quindi lamentano la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1226 e 2056 cod. civ., nonchè dell’art. 432 cod. proc. civ..

Quindi, ancora, lamentano la violazione dell’art. 116 cod. proc. civ., e, sempre, la motivazione omessa, insufficiente e contraddittoria sul relativo punto. Sostengono l’errore del giudice di merito nell’aver ritenuto di liquidare equitativamente il danno richiesto nella qualità. Sostengono che il Tribunale ha mancato di istruire adeguatamente il punto, e peraltro ha mancato di valutare compiutamente gli esiti dell’istruzione ricorrendo affrettatamente allo strumento equitativo.

4.a. La doglianza è generica nella parte in cui non chiarisce in concreto quali circostanze emerse dall’istruttoria il giudice avrebbe trascurato e quali prove testimoniali sarebbero stati utili in tal senso, e su quali circostanze. E’ peraltro infondato nella parte in cui, con qualche ripetitività, allega violazioni di legge già proposte nei motivi precedenti e già esaminate.

5. Con il quinto motivo i ricorrenti lamentano la violazione delle medesime norme, innanzi indicate, del D.Lgs. n. 196 del 2003, quindi degli artt. 1223, 2056, 2059 cod. civ., del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 167. Infine ancora lamentano la motivazione omessa, insufficiente e contraddittoria con riferimento al punto decisivo della controversia. Sostengono che il Tribunale ha errato nel negare il riconoscimento del risarcimento del cosiddetto danno esistenziale riflesso. Nella specie infatti, sia pure astrattamente, la vicenda sarebbe riconducibile al delitto di cui all’art. 167 del D.Lgs., in questione. Pertanto sulla base di tale astratta riconducibilità il giudice del marito avrebbe dovuto per l’appunto risarcire il danno richiesto.

5.a. Il motivo è infondato. L’art. 167 del D.Lgs., in questione richiede letteralmente, perchè il reato possa essere configurato, dunque anche in astratto, il fine da parte dell’agente di trame per sè profitto ovvero di recare ad altri danno. Nella specie è del tutto evidente come ha adeguatamente accertato il giudice di merito, che l’intento del professor P. era di esercitare una specifica e prevista sua facoltà. Il P., secondo tale accertamento, ha esercitato i propri diritti rivolgendosi, in modo peraltro riservato, alla pubblica amministrazione. Nemmeno in astratto è individuabile la riconducibilità di tale condotta alla figura specifica di delitto di cui si tratta.

6. Con l’ultimo motivo i ricorrenti, allegando ancora la violazione delle norme di legge sempre citate della intestazione di ciascuno dei precedenti motivi, lamenta altresì la violazione dell’art. 2233 cod. civ., nonchè degli artt. 91 e 92 c.p.c., della L. n. 794 del 1942, art. 24, e segg., della L. n. 1051 del 1957, art. 1, della L. 3 agosto 1949, n. 536, art. 1. Infine ancora lamentano la motivazione omessa, insufficiente e contraddittoria sul punto, decisivo, in questione. Affermano che il tribunale erroneamente ha liquidato le spese di giudizio andando al di sotto dei minimi di tariffa, che non ha tenuto conto della domanda relativa al cosiddetto danno riflesso e dunque non ha considerato tale domanda ai fini delle spese, che non ha tenuto conto della differenza di attività professionali svolte dalle parti liquidando le stesse somme a titolo di spese di giudizio, tanto ai ricorrenti quanto ai resistenti. Ha errato infine nel condannare essi coniugi in proprio al pagamento delle spese di lite.

6.a. La doglianza è complessivamente è generica laddove manca di individuare in concreto le specifiche voci di tariffa che sarebbero state omesse o violate. E’ infondata nella parte in cui allega a fondamento la domanda di riconoscimento del cosiddetto danno riflesso giacchè il giudice di merito ha escluso ogni danno al patrimonio dei ricorrenti.

7. Il fondamento del primo motivo nel senso precisato conduce alla cassazione della sentenza sul punto con rinvio del causa ad altro giudice del merito che provvederà ad esaminare la domanda di risarcimento diretta dei coniugi C. – M., il giudice di rinvio provvederà anche sulle spese di questa fase tra gli stessi ricorrenti e la Pubblica Amministrazione. I ricorrenti vanno invece condannati al pagamento delle spese del giudizio di cassazione nei confronti del resistente P..

PQM

La corte accoglie il ricorso, nei sensi di cui in motivazione nei confronti della Pubblica Amministrazione e lo respinge nei confronti di P.G.. Cassa la sentenza impugnata nei limiti di cui in motivazione e rinvia anche per le spese al Tribunale di Palermo in persona di diverso magistrato. Condanna i ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di cassazione nei confronti di P.G. e le liquida in Euro 1.000,00 per onorari ed Euro 200,00 per esborsi nonchè alle spese generali ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 18 luglio 2011.

Depositato in Cancelleria il 22 settembre 2011

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