Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19362 del 20/07/2018


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Civile Sent. Sez. 5 Num. 19362 Anno 2018
Presidente: CHINDEMI DOMENICO
Relatore: DELLI PRISCOLI LORENZO

SENTENZA

sul ricorso 23055-2011 proposto da:
LODI FLAVIO, LODI GIOVANNA, LODI SERVIZI TESSILI SRL
in persona dell’Amm.re Unico e legale rappresentante
pro tempore, elettivamente domiciliati in ROMA VIALE
G. MAZZINI 119, presso lo studio dell’avvocato MARIA
GRAZIA BATTAGLIA, che li rappresenta e difende giusta
2018

delega a margine;
– ricorrenti –

701

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro
tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI
PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO

Data pubblicazione: 20/07/2018

STATO, che lo rappresenta e difende;
– controricorrente –

avverso la sentenza n. 107/2010 della COMM.TRIB.REG.
di MILANO, depositata il 24/06/2010;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica

DELLI PRISCOLI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. GIOVANNI GIACALONE che ha concluso per
l’inammissibilità in subordine rigetto del ricorso.

udienza del 03/05/2018 dal Consigliere Dott. LORENZO

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FATTI DI CAUSA
Con avviso di accertamento del 5 aprile 2008, l’Agenzia delle entrate di
Como notificava a Lodi Servizi Tessili s.r.l. un avviso di accertamento per
imposte IRES, IRAP e IVA per l’anno 2005, con sette rilievi ai fini IRES e
IRAP per un totale di euro 400.120,81 e separatamente altri tre rilievi ai
fini IVA per un totale di euro 170.926,00; a ciascuno dei due soci al 50% Giovanna Lodi e Flavio Lodi – veniva notificato lo stesso avviso di

Avverso tale avviso proponevano ricorso sia la società che i soci; la
Commissione Tributaria Provinciale di Como, riuniti i ricorsi, rigettava
quelli presentati dalla società e dalla socia Giovanna Lodi, ma accoglieva,
con decisione di annullamento dell’atto impositivo, quello dì Flavio Lodi, in
quanto non era stato notificato a quest’ultimo il processo verbale di
contestazione (cd. P.V.C.).
La sentenza di primo grado, non censurata sul punto, specifica che
l’oggetto della controversia è limitato a quattro riprese: tre del gruppo
IRES e IRAP e una del gruppo IVA. In particolare si contestava l’indebita
esposizione da parte di Lodi s.r.l. di costi insussistenti mediante
registrazione di quattro fatture per operazioni ritenute insussistenti: di
queste tre attinenti alla fornitura di prodotti da fotoincisione da parte della
società Numa System s.r.l. ed una attinente alla compravendita di
attrezzature industriali da parte della società Numa System s.r.l.
Contro tale sentenza proponevano appello la società e i soci (anche il
socio Flavio Lodi nonostante fosse vincitore in primo grado, chiedendo “la
conferma della nullità dell’accertamento nei suoi confronti”); l’Ufficio
proponeva appello incidentale.
La Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, con sentenza n.
107/19/2010 del 24 giugno 2010, accoglieva in parte l’appello dei
contribuenti e respingeva l’appello incidentale dell’Agenzia delle entrate.

Ric. n. rg. 23055 del 2011 – Udienza del 3 maggio 2018

accertamento.

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Riferisce la sentenza impugnata che: la società Numa System s.r.I., che
ha emesso le fatture, era in procinto di fallire; la contabilità era tenuta in
maniera irregolare; i pagamenti sarebbero stati fatti almeno in parte in
contanti; non vi era traccia dei beni venduti. A beneficio dei contribuenti si
ipotizza però che fossero stati svolti dei lavori da Numa System s.r.l. per
euro 59.892,19 euro. Quanto all’appello incidentale dell’Ufficio, veniva
respinto perché la mancata notifica del P.V.C. costituisce violazione

Avverso detta sentenza, la società e i soci proponevano ricorso affidato
a quattro motivi; si costituiva, con controricorso, l’Agenzia delle entrate,
chiedendo che il ricorso sia dichiarato inammissibile o comunque
infondato.
RAGIONI DELLA DECISIONE
Con il primo motivo d’impugnazione, in relazione all’art. 360 cod. proc.
civ., comma 1, n. 3 e 5, i ricorrenti deducono violazione o falsa
applicazione dell’art. ‘111, comma 5, Cost. (obbligo di motivazione
adeguata e sufficiente); dell’art. 116 cod. proc. civ. (prudente
apprezzamento delle prove) nonché dell’art. 2729 cod. civ. (utilizzo di
presunzioni semplici solo se gravi, precise e concordanti) nonché omessa,
insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e
decisivo per il giudizio: esistenza fisica, in quantità e qualità, dei prodotti
di fotoincisione forniti da Numa System s.r.l. e mancata valutazione delle
risultanze documentali rappresentate dalla fatture di acquisto e di vendita
di Lodi s.r.l.
Con il secondo motivo d’impugnazione, in relazione all’art. 360 cod.
proc. civ., comma 1, n. 3 e 5, i ricorrenti deducono violazione o falsa
applicazione dell’art. 111, comma 5, Cost. (obbligo di motivazione
adeguata e sufficiente); dell’art. 116 cod. proc. civ. (prudente
apprezzamento delle prove) nonché dell’art. 2729 cod. civ. (utilizzo di
presunzioni semplici solo se gravi, precise e concordanti) nonché omessa,

Ric. n. rg. 23055 del 2011 – Udienza del 3 maggio 2018

dell’art. 7 della legge n. 212 del 2000 (cd. Statuto del contribuente).

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insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e
decisivo per il giudizio: . mancato esame dei documenti contabili societari proporzionalità e congruenza tra costi e ricavi di Lodi s.r.l. nonché tra i
costi sostenuti presso Numa System s.r.l. considerati fittizi e gli altri costi
non oggetto di contestazione, sostenuti presso l’altro fornitore, Spring
s.r.l.
Con il terzo motivo d’impugnazione, in relazione all’art. 360 cod. proc.

applicazione dell’art. 111, comma 5, Cost. (obbligo di motivazione
adeguata e sufficiente); dell’art. 116 cod. proc. civ. (prudente
apprezzamento delle prove) nonché dell’art. 2729 cod. civ. (utilizzo di
presunzioni semplici solo se gravi, precise e concordanti) nonché omessa,
insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e
decisivo per il giudizio: esistenza fisica, in quantità e qualità, delle
attrezzature industriali da fotoincisione di cui alla fattura n. 365 del 2004.
Con il quarto motivo d’impugnazione, in relazione all’art. 360 cod.
proc. civ., comma 1, n. 3 e 5, i ricorrenti deducono violazione o falsa
applicazione dell’art. 111, comma 5, Cost. (obbligo di motivazione
adeguata e sufficiente); dell’art. 116 cod. proc. civ. (prudente
apprezzamento delle prove) nonché dell’art. 2729 cod. civ. (utilizzo di
presunzioni semplici solo se gravi, precise e concordanti) nonché omessa,
insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e
decisivo per il giudizio: mancato apprezzamento delle risultanze del
procedimento penale svolto nei confronti dell’amministratore di Lodi s.r.l.
in merito ai medesimi fatti di causa.
I motivi, che per la loro stretta connessione possono essere affrontati
congiuntamente, sono inammissibili o comunque infondati.
I motivi di ricorso sono innanzitutto nel loro insieme inammissibili in
quanto sono promiscuamente denunciati in unici motivi di ricorso vizi di
violazioni di legge e vizi di motivazione, con il che i motivi sono

Ric. n. rg. 23055 del 2011 – Udienza del 3 maggio 2018

civ., comma 1, n. 3 e 5, i ricorrenti deducono violazione o falsa

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specificamente inammissibili per mescolanza non scindibile dei vizi (Cass.
10 febbraio 2017, n. 3554): infatti, nel ricorso per cassazione, i motivi di
impugnazione che prospettino una pluralità di questioni sono inammissibili
in quanto, da un lato, costituiscono una negazione della regola della
chiarezza e rendono il ricorso poco scientifico (Cass. 17 gennaio 2018, n.
1008), e, dall’altro, contraddicendo in maniera smaccata il principio di
specificità, richiedono un intervento della Corte – alla quale la stessa non è

arbitrario – volto ad enucleare dalla mescolanza dei motivi le parti
concernenti le separate censure (Cass. 14 settembre 2016, n. 18021).
Inoltre, i motivi di ricorso contengono o questioni di fatto o questioni
giuridiche che implicano accertamenti di fatto, ed è stato affermato da
questa Corte: che con il ricorso per cassazione la parte non può rimettere
in discussione, proponendo una propria diversa interpretazione, la
valutazione delle risultanze processuali e la ricostruzione della fattispecie
operate dai giudici del merito poiché la revisione degli accertamenti di
fatto compiuti da questi ultimi è preclusa in sede di legittimità (Cass. 7
dicembre 2017, n. 29404); che in tema di valutazione delle prove, il
principio del libero convincimento, posto a fondamento degli artt. 115 e
116 cod. proc. civ., opera interamente sul piano dell’apprezzamento di
merito, insindacabile in sede di legittimità (Cass. 12 ottobre 2017, n.
23940); che, in tema di ricorso per cassazione, il ricorrente che proponga
una determinata questione giuridica – che implichi accertamenti di fatto ha l’onere, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità
della censura, non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione o
di una determinata circostanza dinanzi al giudice di merito, ma anche, per
il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, di indicare in
quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto ed in quale sede e modo
la circostanza sia stata provata o ritenuta pacifica, onde dar modo alla
Corte di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione, prima di

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tenuta e che oltre ad essere particolarmente complesso rischia di essere

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esaminare nel merito la questione (Cass. 21 novembre 2017, n. 27568;
Cass. 12 ottobre 2017, n. 24062); del resto nel giudizio di cassazione non
si possono prospettare nuove questioni di diritto ovvero nuovi temi di
contestazione che implichino indagini ed accertamenti di fatto non
effettuati dal giudice di merito, nemmeno se si tratti di questioni rilevabili
d’ufficio (Cass. 25 ottobre 2017, n. 25319).
Peraltro, il ricorrente il quale, in sede di legittimità, denunci il difetto di

valutazione di esso, ha l’onere di indicare specificamente le circostanze
oggetto della prova, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di
consentire il controllo della decisività dei fatti da provare, e, quindi, delle
prove stesse, che, per il principio dell’autosufficienza del ricorso per
cassazione, il giudice di legittimità deve essere in grado di compiere sulla
base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è consentito
sopperire con indagini integrative (Cass. 10 agosto 2017, n. 19985);
ancora, in base al principio di autosufficienza del ricorso per cassazione,
sancito dall’art. 366 cod. proc. civ., nel giudizio tributario, qualora il
ricorrente censuri la sentenza di una Commissione Tributaria Regionale
sotto il profilo del vizio di motivazione nel giudizio sulla congruità della
motivazione dell’avviso di accertamento, è necessario che il ricorso riporti
testualmente i passi della motivazione di detto avviso, che si assumono
erroneamente interpretati o pretermessi, al fine di consentire la verifica
della censura esclusivamente mediante l’esame del ricorso (Cass. 16
giugno 2017, n. 16147; Cass. 16 febbraio 2018, n. 3830).
Deve altresì aggiungersi che il ricorrente lamenta la violazione di una
serie di norme di cui non si fa menzione nella sentenza impugnata, ed è
inammissibile la doglianza mediante la quale gli argomenti addotti dal
ricorrente, per difetto, come nel caso di specie, di chiarezza e specificità,
non consentano di individuare le norme e i principi di diritto asseritamente
trasgrediti, precludendo la delimitazione delle questioni sollevate (Cass.

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motivazione su un’istanza di ammissione di un mezzo istruttorio o sulla

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20 settembre 2017, n. 21819), dato che il vizio della sentenza previsto
dall’art. 360, comma 1, n. 3, cod. proc. civ. (quand’anche per ipotesi lo si
ritenesse specificamente contestato), dev’essere dedotto, a pena
d’inammissibilità del motivo giusta la disposizione dell’art. 366, n. 4, cod.
proc. civ., non solo con l’indicazione delle norme che si assumono violate
ma anche, e soprattutto, mediante specifiche argomentazioni intellegibili
ed esaurienti, intese a motivatamente dimostrare in qual modo

debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della
fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornite dalla giurisprudenza
di legittimità, diversamente impedendo alla corte regolatrice di adempiere
al suo compito istituzionale di verificare il fondamento della lamentata
violazione. Risulta, quindi, formulata in maniera non idonea la deduzione
di errori di diritto individuati per mezzo della sola preliminare indicazione
delle singole norme che si assumono violate, ma non dimostrati per mezzo
di una critica delle soluzioni adottate dal giudice del merito nel risolvere le
questioni giuridiche poste dalla controversia, operata mediante specifiche
e puntuali contestazioni nell’ambito di una valutazione comparativa con le
diverse soluzioni prospettate nel motivo e non attraverso la mera
contrapposizione di queste ultime a quelle desumibili dalla motivazione
della sentenza impugnata (Cass. 29 novembre 2016, n. 24298).
Peraltro, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di
un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della
fattispecie astratta recata da una norma di legge e implica

determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata

necessariamente un problema interpretativo della stessa; l’allegazione di
un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze
di causa è, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce
alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta al sindacato di
legittimità (Cass. 13 ottobre 2017, n. 24155), ed è inammissibile il ricorso
per cassazione con cui si deduca, apparentemente, una violazione di

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2nr

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norme di legge mirando, in realtà, alla rivalutazione dei fatti operata dal
giudice di merito, così da realizzare una surrettizia trasformazione del
giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito
(Cass. 4 aprile 2017, n. 8758). A tal proposito ha affermato la Cassazione
in tema di accertamento dei fatti storici allegati dalle parti, che i vizi
deducibili con il ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 360, comma 1, n.
5 (e tanto meno attraverso denuncia del n. 3) cod. proc. civ., non possono

delle parti, poiché, a norma dell’art. 116 cod. proc. civ., rientra nel potere
discrezionale – come tale insindacabile – del giudice di merito individuare
le fonti del proprio convincimento, apprezzare le prove, controllarne
l’attendibilità e la concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie,
quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione. Tale operazione,
che suppone un accesso diretto agli atti e una loro delibazione, non è
consentita davanti alla Cassazione (Cass. 18 gennaio 2018, n. 1118; Cass.
27 luglio 2017, n. 18665).
Occorre aggiungere che il vizio di violazione di legge consiste nella
deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento
impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e
implica necessariamente un problema interpretativo della stessa;
l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo
delle risultanze di causa è, invece, esterna all’esatta interpretazione della
norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta al
sindacato di legittimità (Cass. 13 ottobre 2017, n. 24155); inoltre nel
giudizio di cassazione non si possono prospettare nuove questioni di diritto
ovvero nuovi temi di contestazione che implichino indagini ed
accertamenti di fatto non effettuati dal giudice di merito, nemmeno se si
tratti di questioni rilevabili d’ufficio (Cass. 25 ottobre 2017, n. 25319).
Occorre altresì considerare che il controllo della motivazione in fatto ai
sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5, cod. proc. civ., nel testo previgente

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riguardare apprezzamenti di fatto difformi da quelli propugnati da una

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rispetto alla novella di cui all’art. 54 del d.l. n. 83 del 2012, convertito con
modificazioni in legge n. 134 del 2012, si compendia nel verificare che il
discorso giustificativo svolto dal giudice di merito presenti i requisiti
minimi dell’argomentazione (fatto probatorio – massima di esperienza fatto accertato), mentre non è consentito alla Corte sostituire la massima
di esperienza utilizzata con altra diversa o confrontare la sentenza
impugnata con le risultanze istruttorie, al fine di prendere in

assunti a fondamento della decisione impugnata (Cass. 20 febbraio 2018,
n. 4070); inoltre, i vizi motivazionali deducibili con il ricorso per
cassazione ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., sempre nel testo
previgente rispetto alla novella di cui all’art. 54 del d.l. n. 83 del 2012,
non possono riguardare apprezzamenti di fatto difformi da quelli
propugnati da una delle parti, poiché, a norma dell’art. 116 c.p.c., rientra
nel potere discrezionale – come tale insindacabile – del giudice di merito
individuare le fonti del proprio convincimento, apprezzare le prove,
controllarne l’attendibilità e la concludenza e scegliere, tra le risultanze
probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione. Tale
operazione, che suppone un accesso diretto agli atti e una loro
delibazione, non è consentita davanti alla Cassazione, neanche quando il
giudice di merito abbidposto alla base del suo apprezzamento massime di
esperienza, potendosi in tal caso esercitare il sindacato di legittimità solo
qualora il ricorrente abbia evidenziato l’uso di massime di esperienza
inesistenti o la violazione di regole inferenziali (Cass. 27 luglio 2017, n.
18665).
Pertanto, e in considerazione del fatto che la sentenza impugnata è
sorretta da adeguata e razionale motivazione, anche i motivi di
impugnazione fondati su un vizio di motivazione sono inammissibili.
In effetti, la sentenza impugnata, con motivazione sintetica ma chiara,
ha svolto un processo argomentativo, condotto per gran parte in punto di

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considerazione un fatto probatorio diverso o ulteriore rispetto a quelli

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fatto, logico e ragionevole, che ha condotto i Giudici a ritenere che
l’emissione di fatture fosse avvenuta per operazioni oggettivamente
inesistenti in quanto: la società Numa System s.r.I., che ha emesso le
fatture, era in procinto di fallire; la contabilità era tenuta in maniera
irregolare; i pagamenti sono stati fatti almeno in parte in contanti; non vi
era traccia dei beni venduti.
Pertanto, il ricorsò dei contribuenti va respinto e la condanna alle

P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso dei contribuenti e li condanna alle spese del
giudizio di legittimità a favore dell’Agenzia delle entrate, che liquida in
complessivi euro 7.500, oltre a spese prenotate a debito.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio del 3 maggio 2018.

spese seguono la soccombenza.

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