Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19354 del 18/07/2019

Cassazione civile sez. I, 18/07/2019, (ud. 13/03/2019, dep. 18/07/2019), n.19354

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VALITUTTI Antonio – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20923/2018 proposto da:

A.P., domiciliato in Roma, P.zza Cavour, presso la

Cancelleria Civile della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso

dall’avvocato Di Frenna Mario, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in Roma, Via dei Portoghesi n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato, che lo rappresenta e difende ope legis;

– resistente –

contro

Commissione Territoriale Riconoscimento Protezione Internazionale

Ancona;

– intimata –

avverso il decreto del TRIBUNALE di BOLOGNA, del 22/05/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

13/03/2019 dal cons. Dott. FIDANZIA ANDREA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il Tribunale di Bologna, con decreto depositato il 22 maggio 2018, ha rigettato la domanda di A.P., cittadino della Nigeria, volta ad ottenere il riconoscimento della protezione internazionale o, in subordine, della protezione umanitaria.

E’ stato, in primo luogo, ritenuto che difettassero i presupposti per il riconoscimento in capo al ricorrente dello status di rifugiato, non essendo le sue dichiarazioni state ritenute attendibili (costui aveva riferito di essere fuggito dalla Nigeria, temendo per la propria incolumità fisica, per essersi rifiutato di ricoprire il ruolo già svolto precedentemente dal padre di sacerdote del culto “(OMISSIS)”)

Inoltre, con riferimento alla richiesta di protezione sussidiaria, il Tribunale di Bologna ha evidenziato l’insussistenza del rischio del ricorrente di essere esposto a grave danno in caso di ritorno nel paese d’origine, non essendovi pericolo per la sicurezza della popolazione civile nella sua regione di provenienza ((OMISSIS)).

Infine, il ricorrente non è stato comunque ritenuto meritevole del permesso per motivi umanitari, non essendo stata comprovata una sua specifica situazione di vulnerabilità personale.

Ha proposto ricorso per cassazione A.P. affidandolo a due motivi. Il Ministero dell’Interno non ha svolto difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo è stata dedotta la violazione dell’art. 360, comma 1, nn. 3 e 5 in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 8 e dell’art. 5, comma 6 T.U.I..

Lamenta il ricorrente che il giudice di merito ha erroneamente valutato non credibile il suo racconto, ritenendo sussistenti le contraddizioni evidenziate dallo stesso giudice verosimilmente dovute ad una maggior capacità dell’interprete nominato in sede di giudizio.

Contesta il mancato riconoscimento della protezione sussidiaria, evidenziando la realtà drammatica che colpisce le sorti dei civili nigeriani, nonchè della protezione umanitaria, essendo lo stesso stato costretto a lasciare il suo paese per una minaccia alla propria vita, come emergente dalle dichiarazioni assolutamente coerenti dallo stesso rese sia innanzi alla Commissione Territoriale che davanti al Tribunale di Bologna.

2. Il motivo è inammissibile.

Va osservato che, anche recentemente, questa Corte ha statuito che la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c). Tale apprezzamento di fatto è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito. (Sez. 1 -, Ordinanza n. 3340 del 05/02/2019, Rv. 652549).

Nel caso di specie, il Tribunale di Bologna ha valutato le dichiarazioni del ricorrente proprio sotto il profilo della plausibilità e la coerenza, evidenziando con ricchezza di particolari i punti nei quali nei quali il narrato del richiedente era privo di tali necessari requisiti.

D’altra parte, il ricorrente ha censurato in modo generico le obiezioni svolte dal giudice di primo grado al suo racconto, facendo riferimento solo alla maggiore capacità dell’interprete nominato in sede di giudizio. Lo stesso, peraltro, non si è confrontato minimamente con le articolate argomentazioni del decreto impugnato con le quali è stata evidenziata l’estrema genericità, l’incoerenza e la contraddittorietà delle sue dichiarazioni.

In proposito, come evidenziato dal decreto impugnato, non sono neppure state indicate le caratteristiche del culto e del ruolo di sacerdote in cui il ricorrente avrebbe dovuto subentrare ed il suo narrato contrasta con le informazioni specifiche di cui si si dispone relativamente al paese d’origine, sia in relazione alle modalità di reclutamento per la successione nella carica di sacerdote, sia in ordine alle conseguenze del rifiuto.

Inoltre, il ricorrente, con l’apparente doglianza della violazione da parte del Tribunale di Bologna di una norma di legge, ovvero del citato art. 3, comma 5 Legge cit. ha, in realtà, svolto – peraltro in modo assai generico – delle censure di merito, in quanto finalizzate a prospettare una diversa lettura delle sue dichiarazioni.

In proposito, questa Corte, sempre nella pronuncia n. 3340 del 05/02/2019 sopra citata, ha statuito che, in tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta al sindacato di legittimità.

Alla luce di quanto sopra illustrato, coerentemente il Tribunale di Bologna ha negato la protezione sussidiaria in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b).

In ordine alla richiesta di protezione sussidiaria a norma dell’art. 14, lett. C) Legge cit, il Tribunale di Bologna ha evidenziato – mediante il ricorso a diverse fonti internazionali aggiornate – l’insussistenza di una situazione di violenza diffusa ed indiscriminata nel (OMISSIS) ed il relativo accertamento costituisce apprezzamento di fatto di esclusiva competenza del giudice di merito non censurabile in sede di legittimità (Cass. 12/12/2018 n. 32064).

Con riferimento alla protezione umanitaria, va preliminarmente osservato che sebbene con l’entrata in vigore del D.L. n. 113 del 2018 sia stato soppresso l’istituto della protezione umanitaria, questa Sezione, con sentenza n. 4890/2019, nell’ambito del ricorso deciso all’udienza del 23 gennaio 2019 ed iscritto al n. R.G. 19651/2018 (Bandia Aliou c. Ministero dell’Interno) ha già elaborato il seguente principio di diritto: “La normativa introdotta con il D.L. n. 113 del 2018, convertito nella L. n. 132 del 2018, nella parte in cui ha modificato la preesistente disciplina del permesso di soggiorno per motivi umanitari dettata dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, e dalle altre disposizioni consequenziali, sostituendola con la previsione di casi speciali di permessi di soggiorno, non trova applicazione in relazione alle domande di riconoscimento di un permesso di soggiorno per motivi umanitari proposte prima dell’entrata in vigore (5/10/2018) della nuova legge, le quali saranno pertanto scrutinate sulla base della normativa esistente al momento della loro presentazione…”.

Ne consegue che questo Collegio, condividendo il principio di diritto sopra riportato, provvederà anche all’esame di questa domanda.

Non vi è dubbio che il Tribunale di Bologna abbia negato correttamente al ricorrente il permesso umanitario.

Va preliminarmente osservato che questa Corte ha già affermato che, anche ove sia dedotta dal richiedente una effettiva e significativa compromissione dei diritti fondamentali inviolabili nel paese d’origine, pur dovendosi partire, nella valutazione di vulnerabilità, dalla situazione oggettiva di tale paese, questa deve essere necessariamente correlata alla condizione personale che ha determinato la ragione della partenza. Infatti, ove si prescindesse dalla vicenda personale del richiedente, si finirebbe per prendere in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo paese d’origine in termini del tutto generali ed astratti, e ciò in contrasto con il parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 (in questi termini sez. 1 n. 4455 del 23/02/2018).

Orbene, nel caso di specie, il ricorrente, non solo non ha dedotto una situazione nel paese d’origine di grave e sistematica violazione dei diritti umani, ma fonda la dedotta situazione di vulnerabilità su un racconto che il giudice di merito ha coerentemente ritenuto non credibile ed inattendibile.

3. Con il secondo motivo è stato dedotto il vizio del provvedimento impugnato sotto il profilo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5.

Lamenta il ricorrente che il giudice, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, deve valutare l’inserimento lavorativo del soggetto, la sua integrazione nella società, il suo corretto comportamento.

4. Il motivo è inammissibile.

Il Tribunale di Bologna non ha affatto omesso l’esame il fatto storico della integrazione del ricorrente nel paese d’accoglienza, ma ne ha articolatamente ritenuto l’irrilevanza facendo riferimento all’indirizzo giurisprudenziale di questa Corte sopra sintetizzato ed evidenziando, altresì, che non vi è stato un radicamento del ricorrente nel territorio italiano tale da sconsigliarne il rientro nel paese d’origine, tenuto conto che in quel paese di collocano tutti i suoi riferimenti affettivi e familiari.

L’accertata inammissibilità del ricorso non comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, non essendosi il Ministero dell’Interno costituito in giudizio.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 13 marzo 2019.

Depositato in Cancelleria il 18 luglio 2019

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA