Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19354 del 07/07/2021

Cassazione civile sez. VI, 07/07/2021, (ud. 08/04/2021, dep. 07/07/2021), n.19354

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11445-2020 proposto da:

D.N., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA BARNABA

TORTOLINI 30, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRO FERRARA, che

lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende, ope legis;

– resistente –

avverso il decreto RG 12248/2019 del TRIBUNALE di NAPOLI, depositato

il 06/02/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata dell’08/04/2021 dal Consigliere Relatore Dott. GIULIA

IOFRIDA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il Tribunale di Napoli, con decreto n. cronol. 1016/2020, depositato il 6/2/2020, ha respinto l’istanza di D.N., cittadino del Senegal, volta ad ottenere, a seguito di diniego della competente Commissione territoriale, il riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria ed umanitaria.

Il Tribunale ha ritenuto che la vicenda personale narrata dal richiedente (essere stato costretto a lasciare il Paese d’origine, sia perchè, soffrendo di lancinanti dolori addominali, non poteva ivi ricevere adeguate cure, anche per l’indisponibilità economica paterna, sia perchè era stato cacciato dallo zio, una volta che il padre, separatosi dalla madre, aveva lasciato l’abitazione ed essendo la madre gravemente malata), pur credibile, non integrava i presupposti della chiesta protezione umanitaria, per quanto ancora qui, in sede di legittimità, interessa, non emergendo alcun elemento di rilievo, in ordine alla vulnerabilità personale, neppure in relazione ad eventuali patologie o in relazione all’esperienza negativa vissuta in Libia, nè un effettivo inserimento lavorativo in Italia.

Avverso il suddetto decreto, D.N. propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi, nei confronti del Ministero dell’Interno (che dichiara di costituirai al solo fine di partecipare all’udienza pubblica di discussione).

E’ stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti. Il ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente lamenta, con il primo motivo, la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 6 e 19, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, artt. 12,13 e art. 32, comma 3, del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 6, comma 6, e art. 19, in relazione agli artt. 2 e 117 Cost., in riferimento al diniego di protezione umanitaria ed alla mancata attivazione dei poteri di istruttoria officiosa sulle condizioni oggettive del Senegal, di violazione dei diritti umani fondamentali, scrutinata solo in relazione alla richiesta di protezione sussidiaria; con il secondo motivo, si denuncia, poi, la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, art. 19, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 19, artt. 3, 8 e 13 CEDU, artt. 2 e 117 Cost., non avendo il Tribunale vagliato le violenze fisiche e psichiche patite in Libia, ove era stato fatto prigioniero per alcuni mesi, la rescissione di ogni legame famigliare in Senegal, i gravi problemi di salute.

2. Le due censure, da trattare insieme in quanto connesse, sono infondate.

Il Tribunale, con riferimento specifico al periodo trascorso in Libia (alcuni mesi, anche in stato di detenzione), Paese di transito prima dell’arrivo in Italia, ha ritenuto irrilevante la doglianza, non trattandosi del Paese d’origine nel quale sarebbe disposto il rimpatrio.

Questa Corte (Cass. n. 31676/2018) ha in effetti chiarito che “nella domanda di protezione internazionale, l’allegazione da parte del richiedente che in un Paese di transito (nella specie la Libia) si consumi un’ampia violazione dei diritti umani, senza evidenziare quale connessione vi sia tra il transito attraverso quel Paese ed il contenuto della domanda, costituisce circostanza irrilevante ai fini della decisione, perchè l’indagine del rischio persecutorio o del danno grave in caso di rimpatrio va effettuata con riferimento al Paese di origine o alla dimora abituale ove si tratti di un apolide. Il paese di transito potrà tuttavia rilevare (Dir. UE n. 115 del 2008, art. 3), nel caso di accordi comunitari o bilaterali di riammissione, o altra intesa, che prevedano il ritorno del richiedente in tale paese”.

Ora, il ricorrente non ha dedotto alcunchè quanto alla specifica lesione della sfera dei propri diritti personalissimi, limitandosi ad un riferimento generico alla situazione di instabilità e violazione dei diritti umani in Senegal ed alle sofferenze e violenze patite in Libia, paese di transito.

Il tema della generale violazione dei diritti umani nel Paese di provenienza costituisce senz’altro un necessario elemento da prendere in esame nella definizione della posizione del richiedente: tale elemento, tuttavia, deve necessariamente correlarsi alla vicenda personale dell’istante, perchè altrimenti si finirebbe per prendere in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo Paese d’origine in termini del tutto generali ed astratti in contrasto col parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 del 2007, art. 5, comma 6, che nel predisporre uno strumento duttile quale il permesso umanitario, demanda al giudice la verifica della sussistenza dei “seri motivi” attraverso un esame concreto ed effettivo di tutte le peculiarità rilevanti del singolo caso, quali, ad esempio, le ragioni che indussero lo straniero ad abbandonare il proprio Paese e le circostanze di vita che, anche in ragione della sua storia personale, egli si troverebbe a dover affrontare nel medesimo Paese, con onere in capo al medesimo quantomeno di allegare i suddetti fattori di vulnerabilità (cfr. Cass. 23 febbraio 2018, n. 4455).

Inoltre, l’accertata – da parte del giudice di merito – situazione sostanzialmente stabile, dal punto di vista della violenza e degli scontri armati, nella regione di provenienza dell’istante, e che ha indotto il Tribunale a denegare la protezione sussidiaria, con statuizione non impugnata in questa sede dal ricorrente, non impedirebbe di certo al medesimo il reinserimento sociale e lavorativo nel suo Paese; nè in questa sede il ricorrente ha fornito elementi che consentano una diversa valutazione, essendosi limitato ad allegare di avere intrapreso un ” percorso di integrazione socio-lavorativa (…) come la documentazione in atti può dimostrare”, richiamando “l’assunzione” presso una Ditta edile nel novembre 2019, con lavoro a tempo indeterminato.

Se è pur vero che il giudizio, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, circa l’esistenza di seri motivi che impongano di offrire tutela a situazioni di vulnerabilità individuale, esercitando i poteri istruttori ufficiosi conferiti al giudice, va condotto anche in maniera autonoma rispetto all’esame delle c.d. protezioni maggiori (Cass. n. 8819/2020; Cass. n. 29624/2020), è comunque necessario che il richiedente indichi i fatti costitutivi del diritto azionato e cioè fornisca elementi idonei a far desumere che il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani al di sotto del nucleo ineliminabile, costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza (Cass. n. 13573/2020).

Così si è affermato (Cass. n. 18808/2020) che “ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria è necessaria una valutazione comparativa tra la situazione, soggettiva e oggettiva del richiedente, riferita al Paese di origine, e l’integrazione dal medesimo raggiunta nel Paese di accoglienza e, poichè la comparazione investe una situazione (quella in cui il cittadino straniero verrebbe a trovarsi in caso di rimpatrio) che deve essere segnata dal rischio della lesione di diritti fondamentali, il richiedente è tenuto ad allegare quantomeno i fatti che sottendono tale rischio, senza che possa ritenersi sufficiente il richiamo alla mancanza “di alcun riferimento affettivo e familiare nel suo paese di origine”, trattandosi di espressione che, nella sua vaghezza, non è idonea a definire una vera e propria situazione di privazione dei diritti umani”. Giova aggiungere che le Sezioni Unite di questa Corte, nella recente sentenza n. 29460/2019, hanno ribadito, in motivazione, l’orientamento di questo giudice di legittimità in ordine al “rilievo centrale alla valutazione comparativa tra il grado d’integrazione effettiva nel nostro paese e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel paese di origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale”, rilevando che “non può, peraltro, essere riconosciuto al cittadino straniero il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari considerando, isolatamente e astrattamente, il suo livello di integrazione in Italia, nè il diritto può essere affermato in considerazione del contesto di generale e non specifica compromissione dei diritti umani accertato in relazione al paese di provenienza (Cass. 28 giugno 2018, n. 17072)”, in quanto “si prenderebbe altrimenti in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo paese di origine, in termini del tutto generali ed astratti, di per sè inidonea al riconoscimento della protezione umanitaria”.

Anche in relazione alla patologia di cui sarebbe affetto, il ricorrente si è limitato genericamente a descrivere di avere dolori addominali (con inammissibile allegazione nel corpo del ricorso di certificazioni mediche), ma il Tribunale ha esaminato tali fatti ritenendo che non fosse stata dimostrata una seria esposizione al rischio di una lesione del diritto alla salute, in caso di rientro in Senegal, cosicchè la doglianza risulta inammissibile perchè sottende una nuova valutazione dei fatti allegati nel merito.

3. Per tutto quanto sopra esposto, va respinto il ricorso. Non v’è luogo a provvedere sulle spese processuali, non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

PQM

La Corte respinge il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 8 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 luglio 2021

 

 

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