Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19353 del 18/07/2019

Cassazione civile sez. I, 18/07/2019, (ud. 13/03/2019, dep. 18/07/2019), n.19353

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VALITUTTI Antonio – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13811/2018 proposto da:

O.S., domiciliato in Roma, P.zza Cavour, presso la Cancelleria

Civile della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso

dall’avvocato Udassi Elisabetta, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di CAGLIARI, del 21/03/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

13/03/2019 dal cons. Dott. FIDANZIA ANDREA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il Tribunale di Cagliari, con decreto depositato il 21 marzo 2018, ha rigettato la domanda di O.S., cittadino della Nigeria, volta ad ottenere il riconoscimento del diritto d’asilo, della protezione internazionale o, in subordine, della protezione umanitaria.

E’ stato, in primo luogo, ritenuto che difettassero i presupposti per il riconoscimento in capo al ricorrente del diritto d’asilo, avendo le tre forme di protezione previste dalla legge (status di rifugiato, sussidiaria ed umanitaria) dato piena attuazione al diritto d’asilo, non residuando nessun margine per una diretta applicazione dell’art. 10 Cost.

Con riferimento alla richiesta di protezione sussidiaria, il Tribunale di Cagliari ha evidenziato l’insussistenza del rischio del ricorrente di essere esposto a grave danno in caso di suo ritorno nella regione (OMISSIS), essendosi ivi verificati degli episodi di violenza solo ai danni di manifestanti, in occasione di manifestazioni di piazza, o dei soggetti sabotatori delle infrastrutture delle multinazionazionali presenti sul territorio.

Infine, il ricorrente non è stato ritenuto comunque meritevole del permesso per motivi umanitari, non essendo stata allegata una specifica situazione di vulnerabilità personale del ricorrente.

Ha proposto ricorso per cassazione O.S. affidandolo a nove motivi. Il Ministero dell’Interno si è costituito al solo fine della partecipazione all’udienza di discussione della causa a norma dell’art. 370 c.p.c., comma 1.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo è stata dedotta la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 in relazione al D.P.R. n. 303 del 2004, art. 4 in relazione all’art. 24,97 e 111 Cost. nonchè art. 10 Cost. in relazione all’art. 6 CEDU e art. 342 c.p.c..

Lamenta il ricorrente che il provvedimento della Commissione Territoriale è stato redatto e sottoscritto dal solo Presidente.

Espone di aver eccepito l’illegittimità costituzionale del D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 4,28 e 32 per contrasto con gli artt. 3 e 97 Cost. e L. 20 marzo 1865, n. 2248, artt. 4 e 5 per violazione degli artt. 3,24 e 11 Cost..

2. Il motivo è inammissibile.

E’ principio consolidato di questa Corte che i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena di inammissibilità, questioni che siano già comprese nel thema decidendum del precedente grado del giudizio, non essendo prospettabili per la prima volta in sede di legittimità questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase di merito, tranne che non si tratti di questioni rilevabili d’ufficio (Cass., 17/01/2018, n. 907; Cass., 09/07/2013, n. 17041). Ne consegue che, ove nel ricorso per cassazione siano prospettate questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, è onere della parte ricorrente, allo scopo di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, in ossequio al principio di specificità del motivo, non solo allegare l’avvenuta deduzione della predetta questione innanzi al giudice di merito, ma indicare in quale atto del giudizio lo avesse eventualmente fatto, onde consentire alla Suprema Corte di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della questione (vedi Sez 6-1, n. 15430 del 13/06/2018).

Nel caso di specie, il ricorrente non ha adempiuto a tale onere di allegazione, non indicando nè il luogo nè il modo di deduzione di tale censura innanzi al Tribunale di Cagliari.

Con riferimento alla dedotta questione di illegittimità costituzionale delle norme sopra indicate, la questione di legittimità costituzionale di una norma, in quanto strumentale rispetto alla domanda che implichi l’applicazione della norma medesima, non può costituire oggetto di autonomia istanza rispetto alla quale, in difetto di esame, sia configurabile (nel caso di censure concernenti – come nel caso di specie – le argomentazioni svolte dal giudice di merito) un vizio di motivazione, denunciabile con il ricorso per cassazione. La relativa questione è, infatti, deducibile e rilevabile nei successivi stati e gradi del giudizio, in caso di cassazione con rinvio, rimanendo in caso contrario assorbita dal passaggio in giudicato della sentenza (Cass. n. 19118/2016), laddove sia rilevante ai fini della decisione (Cass. n. 1311/2018; Cass. n. 8777/2018).

3. Con il secondo motivo è stata dedotta la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 in relazione al D.P.R. n. 303 del 2004, art. 4 in relazione all’art. 24,97 e 111 Cost. nonchè art. 10 Cost. in relazione all’art. 6 CEDU e art. 342 c.p.c..

E’ stata, altresì, dedotta la violazione di legge per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5).

Lamenta il ricorrente la mancata traduzione del provvedimento di rigetto della Commissione in una lingua allo stesso comprensibile.

4. Il motivo è inammissibile.

Anche di tale questione non vi è traccia nel provvedimento impugnato ed il ricorrente non ha indicato nè il luogo nè il modo di deduzione di tale censura innanzi al Tribunale di Cagliari, con conseguente inammissibilità del motivo per le stesse ragioni sopra illustrate.

5. Con il terzo motivo è stata dedotta violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 2 in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. . 2, lett. e) e L. n. 39 del 1990, art. 1 nonchè dell’art. 115 c.p.c..

E’ stata, altresì, dedotta la violazione di legge per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5).

Lamenta il ricorrente che il Tribunale di Cagliari non si è pronunciato in ordine alla vicenda dallo stesso narrata in sede di audizione amministrativa (temeva il rientro nel proprio paese in quanto ricercato dalla polizia per aver sul corpo dei tatuaggi e perchè accusato di far parte di una gang).

Il giudice di primo grado non ha dato atto che in Nigeria nei confronti delle persone sottoposte a restrizione della libertà personale vengono attuati trattamenti inumani e degradanti, nè del contesto di violenza diffusa ed incontrollabile che caratterizza la sua area territoriale di origine.

6. Il motivo è inammissibile, per le stesse argomentazioni illustrate nei punti 2 e 4, con riferimento alle censure riguardanti il racconto che il ricorrente avrebbe reso in sede di audizione amministrativa. Non è indicato dove e quando le questioni oggetto della censura relative ai tatuaggi ed alla sottoposizione a processo penale siano state proposte davanti al giudice di merito (posto che di tali questioni non vi è traccia nel provvedimento impugnato).

Il ricorrente ha dedotto di aver prodotto in causa distinti reports evidenzianti i motivi che lo avrebbero indotto a fuggire dal proprio paese, senza neppure indicare il contenuto di tali documenti, allegando l’esistenza di una situazione di violenza diffusa ed incontrollabile nella regione di provenienza, ma senza confrontarsi con le articolate argomentazioni con cui il provvedimento impugnato ha, invece, escluso la sussistenza di una siffatta situazione.

Le censure si traducono, in sostanza, in una richiesta di rivalutazione del giudizio di fatto operato dal Tribunale.

7. Con il quarto motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. in relazione all’art. 10 Cost., comma 2 e in relazione al D.Lgs. n. 286 del 1998, artt. 5 e 13 e 6 dir CEE n. 115/08.

Lamenta il ricorrente che la Commissione non si è pronunciata sulla richiesta di asilo, essendosi limitata a ritenere l’insussistenza dei presupposti per le protezioni richieste.

8. Il motivo è inammissibile.

Il ricorrente non ha colto la ratio decidenti del provvedimento impugnato, il quale, con riferimento alla richiesta di diritto d’asilo, ha dato atto del consolidato orientamento di questa Corte, secondo cui il diritto di asilo ha trovato piena attuazione attraverso la previsione delle situazioni finali previste nei tre istituti costituiti dallo “status” di rifugiato, dalla protezione sussidiaria e dal diritto al rilascio di un permesso umanitario, ad opera della esaustiva normativa di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007 e del D.Lgs.n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, cosicchè non v’è più alcun margine di residuale diretta applicazione del disposto di cui all’art. 10 Cost., comma 3, (Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 16362 del 04/08/2016, Rv. 641324).

9. Con il quinto motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 14 e 16 e al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3.

E’ stata, altresì, dedotta la violazione di legge per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5).

Lamenta il ricorrente ai punti 5.1.1. e 5.1.2. del suo ricorso, il difetto di motivazione del provvedimento impugnato in ordine al rischio effettivo dallo stesso rappresentato di subire un grave danno in caso di rimpatrio per effetto dei trattamenti inumani e degradanti cui sarebbe sottoposto in carcere, in quanto ritenuto facente parte di una gang.

Il ricorrente, nel punto 5.2. e seguenti del suo ricorso, ha censurato il provvedimento impugnato nella parte in cui è stata esclusa la dedotta situazione di violenza diffusa ed incontrollata nella regione del (OMISSIS).

Infine, il ricorrente ha invocato la protezione sussidiaria quantomeno per la gravità della situazione che lo stesso ha vissuto in Libia.

10. Il motivo è in parte inammissibile ed in parte infondato.

Per quanto concerne la dedotta violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 14, lett. a e b) la censura è inammissibile per le stesse ragioni sopra esposte (novità della questione, difetto di autosufficienza circa la sua proposizione in prime cure).

Quanto alla dedotta violazione dell’art. 14, lett. c) legge citata, la censura è inammissibile.

La Corte d’Appello ha, infatti, accertato – con ampia motivazione fondata su dati attinti da fonti internazionali – che nello Stato di provenienza del ricorrente non sussiste una situazione di violenza indiscriminata, e il relativo accertamento costituisce apprezzamento di fatto di esclusiva competenza del giudice di merito non censurabile in sede di legittimità (Cass. 12/12/2018 n. 32064).

Non vi dubbio quindi che il ricorrente si sia limitato a formulare mere censure di merito, in quanto finalizzate a sollecitare, in ordine alla situazione socio – politica esistente nella regione del Desta State della Nigeria, una diversa ricostruzione del fatto rispetto a quella accertata dal giudice di merito, non consentita, come detto, in sede di legittimità.

Infine, quanto alla situazione di violenza esistente in Libia, Paese di transito, va osservato che, nella domanda di protezione internazionale, l’allegazione da parte del richiedente che in un paese di transito si consumi un’ampia violazione dei diritti umani, e di averne patito le conseguenze, senza evidenziare quale connessione vi sia tra il transito attraverso quel Paese ed il contenuto della domanda, costituisce circostanza irrilevante ai fini della decisione (Cass. n. 2861/2018). Sotto tale ultimo profilo, pertanto, la censura è infondata.

11. Con il sesto motivo, è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19 e art. 6, comma 4 della direttiva CEE n. 115/2008.

E’ stata, altresì, dedotta la violazione di legge per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5).

Lamenta il ricorrente la mancata concessione della protezione umanitaria nonostante il suo rischio di essere sottoposto in caso di rimpatrio a trattamenti inumani e degradanti, correndo il pericolo di essere arrestato per un reato che prevede la pena detentiva di 7 anni.

12. Il motivo è inammissibile. E’ stato ripetutamente evidenziato che il ricorrente non ha indicato il modo ed il luogo di deduzione davanti al Tribunale di Cagliari – con conseguente mancanza di autosufficienza del ricorso – delle censure riguardanti il suo rischio di arresto e sottoposizione in carcere a trattamenti inumani e degradanti in caso di rimpatrio, non avendo il giudice di primo grado trattato minimamente tale questione.

13. Con il settimo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e art. 32, comma 3.

E’ stata, altresì, dedotta la violazione di legge per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5).

Lamenta il ricorrente il mancato riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari per essere lo stesso stato spettatore della guerra civile in Libia.

14. Anche tale motivo è inammissibile per le stesse argomentazioni già svolte ai punti 2, 4, 6 e 12. Non vi è traccia nel decreto impugnato del riferimento al periodo vissuto dal ricorrente in Libia e verosimilmente la difesa del ricorrente si riferisce ad altra vicenda, atteso che vengono citate le pagg. 9-10 del decreto impugnato, mentre quello del Tribunale di Cagliari per cui è causa è composto da sole 5 pagine.

15. Con l’ottavo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 5,6, e 14 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 oltre difetto di motivazione.

Si duole il ricorrente delle violazioni di legge in cui sarebbe incorso il Tribunale valutando non affidabili le sue dichiarazioni e non attivando l’accertamento officioso.

16. Il motivo è inammissibile. Anche di tali questioni non vi è traccia nel decreto impugnato e verosimilmente la difesa del ricorrente si riferisce ad altra vicenda processuale, atteso che, nel caso di specie, il Tribunale ha attivato i propri poteri ufficiosi, indicando con ricchezza di particolari, le fonti (COI) da cui ha tratto le informazioni sulla situazione sociopolitica della regione di provenienza del ricorrente.

In ogni caso, la valutazione della credibilità della narrazione dei fatti costituisce un accertamento demandato al giudice di merito (Cass. n. 3340/2019).

17. Con il nono motivo è stata dedotta la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, per il mancato riconoscimento della protezione umanitaria.

Lamenta il ricorrente l’omesso esame da parte del provvedimento impugnato della domanda di protezione umanitaria.

18. Il motivo è inammissibile.

Va preliminarmente osservato che sebbene con l’entrata in vigore del D.L. n. 113 del 2018 sia stato soppresso l’istituto della protezione umanitaria, questa Sezione, con sentenza n. 4890/2019, nell’ambito del ricorso deciso all’udienza del 23 gennaio 2019 ed iscritto al n. R.G. 19651/2018 (Bandia Aliou c. Ministero dell’Interno) ha già elaborato il seguente principio di diritto: “La normativa introdotta con il D.L. n. 113 del 2018, convertito nella L. n. 132 del 2018, nella parte in cui ha modificato la preesistente disciplina del permesso di soggiorno per motivi umanitari dettata dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, e dalle altre disposizioni consequenziali, sostituendola con la previsione di casi speciali di permessi di soggiorno, non trova applicazione in relazione alle domande di riconoscimento di un permesso di soggiorno per motivi umanitari proposte prima dell’entrata in vigore (5/10/2018) della nuova legge, le quali saranno pertanto scrutinate sulla base della normativa esistente al momento della loro presentazione…”.

Ne consegue che questo Collegio, condividendo il principio di diritto sopra riportato, provvederà anche all’esame di questa domanda.

Orbene, contrariamente a quanto dedotto dal ricorrente, il provvedimento ha regolarmente esaminato la domanda di protezione, non accogliendola non in forza delle ragioni che lo hanno indotto a non concedere le altre forme di protezione internazionale, essendosi limitato a richiamare la situazione dello Stato di provenienza dell’istante al solo fine di escludere la sussistenza di violazione dei diritti umani, mentre ha fondato la decisione sulla base della mancata allegazione di alcuna situazione specifica di vulnerabilità e sull’età e la capacità del ricorrente di provvedere alle sue necessità con il proprio lavoro.

Il ricorrente non ha quindi colto la ratio decidendi dell’impugnata sentenza (Cass. n 19989/2017).

Il rigetto del ricorso non comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, essendosi il Ministero dell’Interno costituito in giudizio solo ai fini di un’eventuale discussione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 13 marzo 2019.

Depositato in Cancelleria il 18 luglio 2019

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