Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19349 del 07/07/2021

Cassazione civile sez. VI, 07/07/2021, (ud. 08/04/2021, dep. 07/07/2021), n.19349

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7487-2018 proposto da:

COMUNE DI NOCI, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, CORSO VITTORIO EMANUELE II N. 18, presso lo

studio dell’avvocato NOTARNICOLA GENNARO ROCCO, che lo rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

AZIENDA TURISTICA AGRICOLA SRL, in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE TRASTEVERE

209, presso lo studio dell’avvocato MARAGLINO LUCA, rappresentata e

difesa dall’avvocato IMPERIO MICHELE;

– controricorrente –

avverso l’ordinanza RG 491/2016 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 25/01/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’08/04/2021 dal Consigliere Relatore Dott. IOFRIDA

GIULIA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte d’appello di Bari, con ordinanza ex art. 702-ter c.p.c., comma 5, depositata il 16/1/2018, – in controversia promossa dall’Azienda Turistica Agricola srl, nei confronti del Comune di Noci, in opposizione alla stima delle indennità, provvisorie, di espropriazione e di occupazione, in relazione a terreni di sua proprietà in agro del Comune di Noci, già di proprietà di Effeservice srl, occupati d’urgenza nel 2007, per la realizzazione del nuovo impianto depurativo a servizio dell’abitato, espropriati nell’agosto 2008, – ha, in accoglimento della domanda, determinato l’indennità dovuta, di espropriazione, in Euro 62.070,00 e, di occupazione, in Euro 11.291,04, ordinando il versamento presso la Cassa Depositi e Prestiti, detratto quanto già versato, oltre interessi decorrenti, per la prima indennità, dal decreto di esproprio e, per la seconda, dalla scadenza di ciascuna annualità.

In particolare, i giudici d’appello hanno rilevato che: a) l’area effettivamente espropriata concerneva una superficie di 31.035 mq, mentre l’indennità di occupazione doveva essere liquidata con riguardo all’intera superficie realmente occupata, di mq 62.535; b) i suoli avevano destinazione urbanistica agricola, sulla base del PRG del Comune, prima della dichiarazione di pubblica utilità (2001, in relazione ad una prima occupazione), ed erano vincolati secondo il P.U.T.T./Paesaggio approvato con DG.R. Regione Puglia n. 1748/2000, mentre, con le deliberazioni del consiglio comunale del 2001, erano state approvate alcune varianti e le aree erano state tipizzate come “Zone territoriali omogenee di tipo F10”, destinate ad “attrezzature ed impianti di interesse generale”, e, secondo le norme tecniche di attuazione, come “Zone G e G3”, sempre destinate ad attrezzature ed impianti tecnologici terminali, cosicchè il suolo restava di natura non edificatoria (difformemente da quanto ritenuto dal CTP di parte ricorrente); c) il CTU aveva applicato il metodo di stima sintetico-comparativo, acquisendo il maggior numero di dati oggettivi relativi al mercato di beni simili a quelli in esame, desunti da atti pubblici stipulati in periodi prossimi alla data del decreto di esproprio (nel 2008), stimando il più probabile valore unitario del suolo, alla data di esproprio, in Euro 2,00 al mq (e non erano da condividere le osservazioni del CTP di parte pubblica, in ordine all’applicabilità dei valori agricoli medi); d) le superfici residue, annesse e contigue ad altri suoli di proprietà della ditta espropriata ed accessibili direttamente dalla strada pubblica confinante non hanno subito un deprezzamento e non possono quindi considerarsi relitti.

Avverso la suddetta pronuncia, comunicata dalla cancelleria il 25/1/2018, il Comune di Noci propone ricorso per cassazione, notificato il 26/2/2018, affidato a tre motivi, nei confronti dell’Azienda Turistica Agricola srl (che resiste con controricorso).

E’ stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti. Il ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente lamenta: a) con il primo motivo, sia la nullità della pronuncia, per violazione, ex art. 360 c.p.c., n. 4, dell’at. 112 c.p.c., sia la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, degli artt. 112, 18, 191, 193 e 196 c.p.c., art. 72-ter c.p.c., comma 5, e D.P.R. n. 327 del 2001, artt. 32,40 e 50, sia l’omesso esame, ex art. 360 c.p.c., n. 5, di fatto decisivo, in relazione alla propria richiesta di acquisizione, da parte del consulente tecnico, di ulteriori elementi di valutazione del suolo, essendo gli atti di compravendita utilizzati dal consulente relativi ad aree agricole ma libere da vincoli, quali quelli gravanti sugli immobili in oggetto; b) con il secondo motivo, sia la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, del D.P.R. n. 327 del 2001, artt. 32, 40 e 50, sia l’omesso esame, ex art. 360 c.p.c., n. 5, di fatto decisivo, in relazione alla mancata considerazione della peculiare caratteristica dei terreni ablati, agricoli ma anche vincolati, essendo i fondi espropriati in “area annessa a bosco” e di “dolina”; c) con il terzo motivo, la violazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, degli artt. 91 e 92 c.p.c., L. n. 247 del 2012, art. 13, comma 6, D.M. n. 55 del 2014, art. 4, comma 1, in punto di statuizione sulle spese, in ragione del valore della controversia individuato nella misura delle indennità erroneamente liquidate.

2. La prima censura è inammissibile.

Invero, non si verte in ipotesi di omessa pronuncia ai sensi dell’art. 112 c.p.c., atteso che il giudice non ha l’obbligo di motivare il diniego di rinnovo di consulenza tecnica, che può essere anche implicito, e, seppure è tenuto a rispondere alle censure tecnico-valutative mosse, la doglianza sull’eventuale mancata risposta integra un vizio di motivazione in ordine alle ragioni addotte per rigettare le censure tecniche (Cass. 10849/2007; Cass. 9379/2011; Cass. 5339/2015).

Tuttavia, con riguardo al vizio, ex art. 360 c.p.c., n. 5, pure dedotto, nella specie, la Corte di merito ha motivato in ordine alle osservazioni tecniche mosse dai consulenti di parte ed ha dato atto del fatto che il consulente aveva preso in considerazioni solo quei suoli effettivamente comparabili con quelli oggetto di lite, in termini di caratteristiche intrinseche ed estrinseche e di data di stipulazione.

La censura si risolve quindi in un vizio, inammissibile, di insufficienza motivazionale.

3. La seconda censura è inammissibile.

Vero che, come già chiarito da questa Corte, la determinazione dell’indennità di esproprio di terreni soggetti a vincolo (nella specie, idrogeologico) deve tener conto del disvalore derivante dall’esistenza del vincolo, in quanto sia stato apposto in via generale e preventiva per intere categorie di beni determinabili solo per ubicazione, e nei confronti di una pluralità indeterminata di soggetti proprietari, in funzione della natura, ubicazione e destinazione assolta dall’intera zona su cui esso è venuto ad incidere (Cass. 10119/2005).

Ma, nella specie, i suoli sono stati ritenuti di natura agricola, non edificabile, anche tenuto conto della tipizzazione in zona G3, destinate ad impianti tecnologici terminali di quelli a rete e/o di accumulo finale; non si comprende, per difetto di autosufficienza del ricorso, perchè il vincolo boschivo allegato avrebbe dovuto comportare un’inferiore valore di mercato, comunque parametrato dalla Corte di merito a quello di terreni con la stessa destinazione agricola e non edificabile.

4. Il terzo motivo, in quanto formulato quale conseguenza dell’accoglimento delle prime due doglianze, è assorbito.

5.Per tutto quanto sopra esposto, va dichiarato inammissibile il ricorso. Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente al rimborso delle spese processuali del presente giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 4.000,00, a titolo di compensi, oltre Euro 100,00 per esborsi, nonchè al rimborso forfetario delle spese generali, nella misura del 15%, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 8 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 luglio 2021

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