Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19339 del 07/07/2021

Cassazione civile sez. III, 07/07/2021, (ud. 09/02/2021, dep. 07/07/2021), n.19339

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – rel. Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

T.O., (cod. fisc. (OMISSIS)), rappresentato e difeso, giusta

procura speciale apposta in calce al ricorso, dall’Avvocato Felice

Bianco, del Foro di, presso il cui studio è elettivamente

domiciliato in S. Antimo (NA), Via Carducci n. 12;

– ricorrente –

contro

IL MINISTERO DELL’INTERNO, (cod. fisc. (OMISSIS)), in persona del

Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ope legis

dall’Avvocatura dello Stato, domiciliata in via del Portoghesi n.

12;

– resistente –

avverso la sentenza della Corte di appello di Napoli n. 2286/2019,

pubblicata il 24/4/2019;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 9 febbraio

2021 dal Presidente, Dott. Giacomo Travaglino.

 

Fatto

PREMESSO IN FATTO

– che il signor T., nato in (OMISSIS), ha chiesto alla competente commissione territoriale il riconoscimento della protezione internazionale di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 4, ed in particolare:

(a) in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 7 e ss.;

(b) in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14;

(c) in via ulteriormente subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6, (nel testo applicabile ratione temporis);

– che la Commissione Territoriale ha rigettato l’istanza;

– che, avverso tale provvedimento, egli ha proposto, ai sensi del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 35, ricorso dinanzi al Tribunale di Napoli, che lo ha rigettato con ordinanza in data 29.3.2018;

– che il provvedimento, appellato dal soccombente, è stata confermato con la sentenza di cui in epigrafe;

– che, a sostegno della domanda di riconoscimento delle cd. “protezioni maggiori”, il ricorrente aveva dichiarato di essere fuggito dal proprio Paese in ragione di una faida familiare intercorsa con gli appartenenti ad un’altra famiglia, aderente ad un gruppo religioso maggioritario, in occasione di una festa religiosa non condivisa dalla famiglia avversaria. In quell’occasione, il fratello del ricorrente era stato ucciso e lui stesso era rimasto ferito al capo, mentre l’autore dell’omicidio, benchè arrestato, era stato rilasciato dopo un solo mese, ed egli stesso, una volta dimesso dall’ospedale, aveva ferito a sua volta il figlio minore della famiglia avversa, per poi trasferirsi – temendo ritorsioni – insieme con la madre in un altro villaggio, recandosi dapprima in Libia, dove avrebbe lavorato come muratore, e poi in Italia, nel 2015;

– che, in via subordinata, aveva poi dedotto l’esistenza dei presupposti per il riconoscimento, in suo favore, della protezione umanitaria, in considerazione della propria – oggettiva e grave – condizione di vulnerabilità;

– che, a fondamento della decisione assunta, la corte territoriale ha evidenziato l’insussistenza dei presupposti per il riconoscimento di tutte le forme di protezione internazionale invocate dal ricorrente, alla luce: 1) della sostanziale inattendibilità del suo racconto (in consonanza con il giudizio espresso, in parte qua, dal tribunale, integrato da puntuali considerazioni in ordine al Paese d’origine quanto ai rapporti tra le diverse etnie – f. 4 della sentenza), ritenuto generico, contraddittorio, non sufficientemente circostanziato (attesane, inoltre, l’incongruenza logica), e comunque inidoneo – pur non volendone escludere del tutto l’attendibilità – a fondare i presupposti per la concessione dello status di rifugiato; 2) della insussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria, in ciascuna delle forme di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 14, in conseguenza tanto del giudizio di non credibilità del ricorrente, quanto dell’insussistenza dei relativi presupposti (lett. b), quanto dell’inesistenza di un conflitto armato nel Paese di respingimento (lett. c); 3) dell’impredicabilità di un’effettiva situazione di vulnerabilità idonea a giustificare il riconoscimento dei presupposti per la protezione umanitaria;

– che il provvedimento della Corte d’appello è stato impugnato per cassazione dall’odierno ricorrente sulla base di 5 motivi di censura;

– che il Ministero dell’interno non si è costituito in termini mediante controricorso.

Diritto

LA CORTE OSSERVA

Col primo motivo, si censura la sentenza impugnata, ex art. 360 c.p.c., n. 5, per omessa valutazione circa fatti decisivi oggetto della discussione e contraddittorietà palese della motivazione.

Col secondo motivo, si lamenta la violazione o falsa applicazione di legge in relazione al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3;

Con il terzo motivo, si censura il provvedimento della Corte territoriale per la violazione o falsa applicazione di legge in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14.

Con il quarto motivo, si denuncia la violazione o falsa applicazione di legge in relazione al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 35 in relazione al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6;

Con il quinto motivo, si denuncia la violazione di legge relativamente al diritto di asilo politico previsto dall’art. 10 Cost.

E’ fondato il quarto motivo di censura.

Il primo, secondo e terzo motivo sono infondati, il quinto è inammissibile.

Quanto al primo, al secondo e al terzo motivo – da esaminarsi congiuntamente, e salvo quanto si dirà in sede di esame del quarto motivo sotto il profilo della violazione dei diritti umani (f. 6 del ricorso) – si censura la sentenza impugnata sub specie:

– del mancato accoglimento della domanda D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 14, lett. c), lamentando un’erronea valutazione della situazione-Paese, mentre il (OMISSIS) andava qualificato “ad alto rischio” (ricorso f. 5, primo capoverso): basti osservare, in proposito, che, alle COI utilizzate dalla Corte territoriale (Amnesty International 2016-2017) per escludere l’esistenza di un conflitto armato (“semmai esistente in una zona, la (OMISSIS), a sud del Paese, diversa da quella di provenienza dell’appellante”, scrive la Corte al f. 4 della sentenza) viene contrapposto un articolo del settimanale “Panorama” (peraltro privo di data: ricorso f. 5, terzo capoverso), mentre la restante parte del motivo, che riferisce della situazione sanitaria in (OMISSIS), è del tutto fuori fuoco rispetto al vizio lamentato;

– dell’erronea valutazione delle dichiarazioni del ricorrente, da ritenersi “pienamente credibile” (ricorso f. 9), anche alla luce dei principi costantemente espressi, in materia, da questa Corte regolatrice (riportati a ff. 8-9 del ricorso). Osserva il collegio come il motivo si risolva, in parte qua, nella censura della valutazione degli elementi probatori così come operata in sede di giudizio di merito in ordine alla idoneità degli stessi a dimostrare la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento in capo ricorrente del suo buon diritto alla forma di protezione richiesta: ma una siffatta censura, sotto il profilo della valutazione di credibilità del ricorrente, può trovare ingresso in questa sede soltanto nei limiti già ripetutamente indicati da questa Corte, e cioè lamentando una non corretta applicazione dei principi che impongono al giudice di merito di esaminare i singoli elementi del racconto secondo un criterio non puramente atomistico, caratterizzato da una (non legittima) scomposizione/dissociazione/confutazione di ciascun singolo fatto esposto rispetto al generale contesto narrativo, bensì procedendo alla necessaria, e ben diversa, disamina complessiva dell’intera vicenda riferita dal richiedente asilo. Si è condivisibilmente osservato come la valutazione delle dichiarazioni del richiedente asilo in sede giurisdizionale non possa ritenersi volta alla capillare e frazionata ricerca delle singole, eventuali contraddizioni, pur talvolta esistenti, insite nella narrazione della sua personale situazione, volta che il procedimento di protezione internazionale è caratterizzato, per sua natura, da una sostanziale mancanza di contraddittorio (stante la sistematica assenza dell’organo ministeriale), con conseguente impredicabilità della diversa funzione – caratteristica del processo civile ordinario – di analitico e perspicuo bilanciamento tra posizioni e tesi contrapposte inter pares. Nella valutazione di credibilità della narrazione, il giudice di merito si è rigorosamente attenuto a tali principi, volta che (f. 3 del provvedimento impugnato), richiamando, del tutto legittimamente, il contenuto delle valutazioni espresse dapprima dalla Commissione territoriale, poi dal Tribunale, ha ritenuto di confermarle – non senza rilevare (f. 3) la insussistenza dei presupposti per la concessione delle invocate misure di protezione “pur non volendo escludere del tutto la credibilità del racconto del richiedente” – per poi procedere dapprima a valutare i singoli elementi del racconto, evidenziandone l’insanabile contraddittorietà quanto alle ragioni dell’espatrio, per poi concludere, del tutto correttamente, nel senso di una complessiva ed irredimibile non credibilità dell’intera narrazione resa dal richiedente asilo (ff. 3-4 della sentenza).

Il quinto motivo è inammissibile, essendo ius receptum presso questa Corte il principio secondo il quale non residuano spazi ulteriori, ai fini della richiesta di asilo, diversi da quelli disciplinati normativamente con le apposite disposizioni di legge.

Il quarto motivo è fondato.

Risulta, difatti, insanabilmente contraddittoria e irrimediabilmente omissiva la motivazione adottata dalla Corte territoriale nella parte in cui, pur riconoscendo espressamente “la permanenza di una grave violazioni dei diritti umani e di estrema povertà generalizzata” (f. 4, ultimo rigo), al cui proposito il ricorrente offre ulteriori e convincenti argomentazioni (f. 6-7 del ricorso), omette poi di trarne le necessarie conclusioni in termini di giudizio comparativo con la situazione del richiedente asilo in Italia, sub specie della pur comprovata (ma non considerata) integrazione sociale (frequentazione di corsi di italiano, attività di lavoro stagionale: f. 12 del ricorso), da condursi secondo i principi più volte affermati da questa Corte regolatrice, che possono così riassumersi:

A) Se, per il riconoscimento dello status di rifugiato, o della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, lett. a) e b) deve essere dimostrato che il richiedente asilo abbia subito, o rischi concretamente di subire, atti persecutori come definiti dall’art. 7 (atti sufficientemente gravi per natura o frequenza, tali da rappresentare una violazione grave dei diritti umani fondamentali, ovvero costituire la somma di diverse misure il cui impatto si deve risolvere in una grave violazione dei medesimi diritti), così che la decisione di accoglimento consegue ad una valutazione prognostica dell’esistenza di un rischio, onde il requisito essenziale per il riconoscimento di tale forma di protezione consiste nel fondato timore di persecuzione, personale e diretta, nel paese di origine del richiedente asilo, alla luce di una violazione individualizzata – e cioè riferibile direttamente e personalmente al richiedente asilo, in relazione alla situazione del Paese di provenienza, da compiersi in base al racconto ed alla valutazione di credibilità operata dal giudice di merito, diversa, invece, è la prospettiva dell’organo giurisdizionale in tema di protezione umanitaria, per il riconoscimento della quale è necessaria e sufficiente (anche al di là ed a prescindere dal giudizio di credibilità del racconto) la valutazione comparativa tra il livello di integrazione raggiunto in Italia e la situazione del Paese di origine, qualora risulti ivi accertata la violazione del nucleo incomprimibile dei diritti della persona che ne vulnerino la dignità – accertamento che prende le mosse, e non può prescindere, dal dettato costituzionale di cui all’art. 10, comma 3, ove si discorre di impedimento allo straniero dell’esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana. Ne consegue che, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, deve ritenersi necessaria e sufficiente la valutazione dell’esistenza e della comparazione degli indicati presupposti (per tutte, Cass. 8819/2020), che non sono, pertanto, condizionati dalla eventuale valutazione negativa di credibilità.

B) Il riconoscimento della protezione umanitaria postula – una volta che il richiedente abbia allegato i fatti costitutivi del diritto – l’obbligo, per il giudice del merito, di cooperare nell’accertamento della situazione reale del Paese di provenienza mediante l’esercizio di poteri/doveri officiosi d’indagine, essendo quel giudice investito di singole vicende aventi ad oggetto i diritti fondamentali della persona, e non di cause cd. “seriali”. Ciascuna domanda va, pertanto, esaminata alla luce di informazioni aggiornate sul Paese di origine del richiedente e, al fine di ritenere adempiuto tale obbligo officioso, l’organo giurisdizionale è altresì tenuto ad indicare specificatamente le fonti in base alle quali abbia svolto l’accertamento richiesto (Cass. n. 11312 del 2019), senza incorrere nell’errore di utilizzare le fonti informative che escludano l’esistenza di un conflitto armato interno o internazionale (rilevanti al solo fine di valutare la domanda di protezione internazione sub specie del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c)) – al diverso fine di valutare la situazione del Paese di origine sotto l’aspetto della tutela dei diritti umani e del loro nucleo incomprimibile.

C) L’orizzontalità dei diritti umani fondamentali comporta che, ai fini del suo riconoscimento, occorre operare la valutazione comparativa della situazione oggettiva (oltre che eventualmente soggettiva) del richiedente con riferimento al Paese di origine sub specie della libera esplicazione dei diritti fondamentali della persona, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza (pur senza che abbia rilievo esclusivo l’esame del livello di integrazione, isolatamente ed astrattamente considerato: Cass. 4455/2018).

Sulla base di tali premesse, rilevata la fondatezza del motivo di ricorso nei termini sopra specificati, deve essere disposta la cassazione della sentenza impugnata, con il conseguente rinvio alla Corte d’appello di Napoli che, in diversa composizione, applicherà i principi di diritto dianzi indicati, oltre a provvedere alla regolazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie il quarto motivo di ricorso, rigetta il primo, il secondo e il terzo, dichiara inammissibile il quinto; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia il procedimento alla Corte di appello di Napoli, che, in diversa composizione, farà applicazione dei principi di diritto suesposti.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, si dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Terza civile della Corte di cassazione, il 9 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 luglio 2021

 

 

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