Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19337 del 07/07/2021

Cassazione civile sez. III, 07/07/2021, (ud. 09/02/2021, dep. 07/07/2021), n.19337

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – rel. Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

M.A., nato in (OMISSIS) (cod. fisc. (OMISSIS)), rappresentato

e difeso, giusta procura speciale apposta in calce al ricorso,

dall’Avvocato Antonino Novello, del Foro di Catania, presso il cui

studio è elettivamente domiciliato in Catania, Via Vitaliano

Brancati n. 14;

– ricorrente –

contro

IL MINISTERO DELL’INTERNO, (cod. fisc. (OMISSIS)), in persona del

Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ope legis

dall’Avvocatura dello Stato, domiciliata in via del Portoghesi n.

12;

– resistente –

avverso la sentenza della Corte di appello di Caltanissetta n.

364/2019, pubblicata il 3/6/2019;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 9 febbraio

2021 dal Presidente, Dott. Giacomo Travaglino.

 

Fatto

PREMESSO IN FATTO

– che il signor M. ha chiesto alla competente commissione territoriale il riconoscimento della protezione internazionale di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 4, ed in particolare:

(a) in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 7 e ss.;

(b) in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14;

(c) in via ulteriormente subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6, (nel testo applicabile ratione temporis);

– che la Commissione Territoriale ha rigettato l’istanza;

– che, avverso tale provvedimento, egli ha proposto, ai sensi del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 35, ricorso dinanzi al Tribunale di Caltanissetta, che lo ha rigettato con ordinanza in data 4/7/2016;

– che il provvedimento, appellato dal soccombente, è stata confermato con la sentenza di cui in epigrafe;

– che, a sostegno della domanda di riconoscimento delle cd. “protezioni maggiori”, il ricorrente, titolare di una rivendita di polli e uova, aveva dichiarato di essere fuggito dal proprio Paese a causa delle richieste estorsive e delle continue vessazioni subite da alcuni malviventi, senza ricevere alcuna tutela dalle autorità statuali; dopo essersi rifugiato a Dhaka – ove, intrapresa l’attività politica, subiva per circa 20 volte la distruzione della propria bancarella di venditore ambulante – era infine partito alla volta dell’Italia;

– che, in via subordinata, aveva poi dedotto l’esistenza dei presupposti per il riconoscimento, in suo favore, della protezione umanitaria, in considerazione della propria – oggettiva e grave – condizione di vulnerabilità;

– che, a fondamento della decisione assunta, la corte territoriale ha evidenziato l’insussistenza dei presupposti per il riconoscimento di tutte le forme di protezione internazionale invocate dal ricorrente, alla luce: 1) della sostanziale irrilevanza del suo racconto al fine del riconoscimento della status di rifugiato, avendo egli lasciato il proprio Paese per motivi sostanzialmente economici, all’esito di una vicenda attinente alla sfera privata e personale, riconducibile alla tutela penale ordinaria – onde la sua caratterizzazione come “migrante economico” (sentenza, folio 5); 2) della insussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria, in ciascuna delle tre forme di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 14, in conseguenza tanto della natura strettamente privatistica della vicenda narrata ricorrente – lettere a) e b) – quanto dell’inesistenza di un conflitto armato nel Paese di respingimento (lettera c); 3) dell’impredicabilità di un’effettiva situazione di vulnerabilità idonea a giustificare il riconoscimento dei presupposti per la protezione umanitaria;

– che il provvedimento della Corte d’appello è stato impugnato per cassazione dall’odierno ricorrente sulla base di 2 motivi di censura;

– che il Ministero dell’interno non si è costituito in termini mediante controricorso.

LA CORTE OSSERVA.

Col primo motivo, si censura la sentenza impugnata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, per violazione e falsa applicazione di norme di diritto (D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c)) per non avere il Tribunale (rectius, la Corte d’appello) riconosciuto la sussistenza di una minaccia grave alla vita dello straniero derivante da una situazione di violenza indiscriminata, come chiarito dalla sentenza della Corte di giustizia C-465/2007.

Col secondo motivo, si censura la sentenza impugnata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, per motivazione totalmente mancante o apparente, per non essersi il giudice confrontato con la specificità del ricorso e della produzione documentale relativamente alla sua attività lavorativa e al suo percorso di integrazione (con espresso riferimento ai presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria);

Entrambi i motivi risultano fondati.

Quanto al primo motivo.

La Corte nissena, non adempiendo ai propri obblighi di cooperazione istruttoria acquisendo COI pertinenti e aggiornate, delle quali manca ogni traccia in sentenza, esclude sic et simpliciter la configurabilità, nel Paese, di un conflitto armato fonte di violenza indiscriminata, postulando, apoditticamente, “l’assenza di rischi di natura individualizzanti per l’odierno appellante” (folio 7, ultimo capoverso), a fronte di COI attendibili e aggiornate allegate dalla difesa del richiedente asilo – e in questa sede riportate in seno al ricorso, in omaggio al principio di autosufficienza – senza che il giudice nisseno dia minimamente conto del relativo contenuto (anche, in ipotesi, per dedurne conseguenze diverse da quelle auspicate dal ricorrente).

Osserva, al riguardo, questo collegio che, ai fini dell’accertamento della fondatezza di una domanda di protezione internazionale D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c), il giudice di merito non può basare la propria valutazione sulla esclusiva base della credibilità soggettiva del richiedente, essendo tenuto, ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, ad un dovere di cooperazione istruttoria che gli impone di accertare la situazione reale del Paese di provenienza mediante l’esercizio di poteri-doveri officiosi d’indagine e di acquisizione documentale, peraltro derivanti anche dall’adozione del rito camerale, in modo che ciascuna domanda venga esaminata alla luce di informazioni aggiornate sul paese di origine del richiedente asilo che (se non già reperibili in atti nel fascicolo della Commissione territoriale) la Commissione Nazionale sul diritto d’asilo, sulla base dei dati forniti dall’UNHCR, dall’EASO o del Ministero degli esteri, ai sensi del comma 3 dell’art. 8 cit., fornisce agli organi giurisdizionali chiamati a pronunciarsi su impugnazioni di decisioni negative.

L’indicazione delle fonti di cui all’art. 8 cit. non ha carattere esclusivo, ben potendo le informazioni sulle condizioni del Paese estero essere tratte da concorrenti canali di informazione, anche via web, quali ad esempio i siti delle principali organizzazioni non governative attive nel settore dell’aiuto e della cooperazione internazionale (quali ad esempio Amnesty International, Human Right Watch e Medici Senza Frontiere), che spesso contengono informazioni dettagliate e aggiornate (Cass. n. 13449 del 2019), anch’esse, nella specie, del tutto assenti.

Vanno, pertanto, affermati i seguenti principi, in conformità con l’orientamento di questa Corte di cui a Cass. 8819/2020, recentemente ribadito da Cass. 12368/2021 – non potendosi in alcun modo condividere il diverso dictum di cui a Cass. 22114/2020, il cui contenuto appare porsi in contrasto frontale con gli insegnamenti della stessa Corte di giustizia (sentenze Elgafaij e Diakitè), oltre che della Corte EDU:

a. il dovere di cooperazione istruttoria rappresenta una peculiarità processuale del giudizio di protezione internazionale, cui il giudice di merito deve adempiere d’ufficio, fondando la propria decisione su fonti informative attendibili (e cioè riconducibili a quanto predicato dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3), idonee allo scopo informativo rispetto alla vicenda narrata ed aggiornate alla data della decisione, in ragione della rapida mutevolezza delle condizioni sociopolitiche, economiche, climatiche e sanitarie dei paesi di provenienza dei richiedenti asilo;

b. Il presupposto normativo della fattispecie ex art. 14, lett. c) è quello della minaccia grave e individuale alla persona derivante da violenza indiscriminata scaturente da una situazione di conflitto armato interno o internazionale, minaccia che può, sia pur eccezionalmente, rilevare non in relazione alla situazione personale quando il livello di violazione dei diritti umani raggiunge un livello così elevato che il rischio risulta in re ipsa (C.G. 30 gennaio 2014, in causa C-285/12, Diakitè, punto 10.3). Ne deriva, sul piano strettamente logico, prima ancor che cronologico, che l’accertamento di tale situazione deve precedere, prescindendone, e non seguire, qualsiasi valutazione sulla credibilità (e comunque sul contenuto delle dichiarazioni) del ricorrente.

c. ove la controversia sia stata instaurata prima dell’entrata in vigore del D.L. n. 13 del 2017 convertito nella L. n. 46 del 2017, e sussista ancora il doppio grado di giudizio, è necessario che la Corte territoriale che intenda confermare l’ordinanza impugnata dia conto dell’insussistenza di aggiornamenti dai quali possano desumersi notizie idonee a ridondare su una differente soluzione della controversia.

Quanto al secondo motivo.

Se, per il riconoscimento dello status di rifugiato, o della protezione sussidiaria di cui alle lettere a) e b) del D.Lgs. n. 251 del 2007, deve essere dimostrato che il richiedente asilo abbia subito, o rischi concretamente di subire, atti persecutori come definiti dall’art. 7 (atti sufficientemente gravi per natura o frequenza, tali da rappresentare una violazione grave dei diritti umani fondamentali, ovvero costituire la somma di diverse misure il cui impatto si deve risolvere in una grave violazione dei medesimi diritti), così che la decisione di accoglimento consegue ad una valutazione prognostica dell’esistenza di un rischio, onde il requisito essenziale per il riconoscimento di tale forma di protezione consiste nel fondato timore di persecuzione, personale e diretta, nel paese di origine del richiedente asilo, alla luce di una violazione individualizzata – e cioè riferibile direttamente e personalmente al richiedente asilo in relazione alla situazione del Paese di provenienza, da compiersi in base al racconto ed alla valutazione di credibilità operata dal giudice di merito, diversa, invece, è la prospettiva dell’organo giurisdizionale in tema di protezione umanitaria, per il riconoscimento della quale è necessaria e sufficiente (anche al di là ed a prescindere dal giudizio di credibilità del racconto) la valutazione comparativa tra il livello di integrazione raggiunto in Italia e la situazione del Paese di origine, qualora risulti ivi accertata la violazione del nucleo incomprimibile dei diritti della persona che ne vulnerino la dignità – accertamento che prende le mosse, e non può prescindere, dal dettato costituzionale di cui all’art. 10 comma 3, ove si discorre, significativamente, di impedimento allo straniero dell’esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana.

Ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, deve ritenersi necessaria e sufficiente la valutazione dell’esistenza e della comparazione degli indicati presupposti (per tutte, Cass. 8819/2020), che non sono, pertanto, condizionati dalla eventuale valutazione negativa di credibilità del ricorrente – o, comunque, dal contenuto della sua narrazione, ove pur ritenuta credibile ma non rilevante ai fini della concessione della misura di protezione invocata, come nella specie.

Il riconoscimento della protezione umanitaria postula – una volta che il richiedente abbia allegato i fatti costitutivi del diritto – l’obbligo per il giudice del merito, ai sensi dell’art. 8, comma 3, del D.Lgs. n. 25 del 2008, di cooperare nell’accertamento della situazione reale del Paese di provenienza, mediante l’esercizio di poteri/doveri officiosi d’indagine, ed eventualmente di acquisizione documentale attivando i necessari canali diplomatici ed amministrativi tramite rogatorie (Cass. n. 28435/2017; Cass. 18535/2017; Cass. 25534/2016) essendo quel giudice investito di singole vicende aventi ad oggetto i diritti fondamentali della persona, e non di cause cd. “seriali”, in modo che ciascuna domanda venga esaminata alla luce di informazioni aggiornate sul Paese di origine del richiedente; e al fine di ritenere adempiuto tale obbligo officioso, l’organo giurisdizionale è altresì tenuto ad indicare specificatamente le fonti in base alle quali abbia svolto l’accertamento richiesto (Cass. n. 11312 del 2019), ma senza incorrere nell’errore di utilizzare le fonti informative (come poc’anzi detto, neanche acquisite, nella specie) che escludano l’esistenza di un conflitto armato interno o internazionale (rilevanti al solo fine di valutare la domanda di protezione internazione sub specie del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c)) – al diverso fine di valutare la situazione del Paese di origine sotto l’aspetto della mancata tutela dei diritti umani e del loro nucleo incomprimibile – di cui pure il provvedimento impugnato sembra dare atto, discorrendo, sia pur in via meramente assertiva (attesa la mancanza di COI) di “innegabili, gravi criticità” e di “metodi di repressione violenti e antidemocratici” (f. 7, penultimo capoverso della sentenza impugnata).

A ciò si aggiunga che, alla luce delle COI allegate dalla difesa (ed oggi riportate in ricorso, in ossequio al principio di autosufficienza) emergono ad ancor più chiare lettere situazioni di oggettiva violazione dei diritti umani (come si legge al terz’ultimo foglio del ricorso, inspiegabilmente non numerato), mentre la stessa Corte d’appello non prende in considerazione alcuna (come pure avrebbe dovuto, e come avrà il compito di fare in sede di giudizio di rinvio) la documentazione comprovante l’avvenuta integrazione lavorativa del ricorrente, assunto a tempo indeterminato il 30.4.2019 – onde l’esistenza e la sussistenza di entrambi i termini di comparazione indicati da questa Corte con la sentenza 4455/2018 e confermati dalle stesse sezioni unite con la pronuncia 29460/2019.

Va pertanto riaffermato il principio di diritto, cui il giudice di rinvio si atterrà nel riesaminare la domanda di protezione umanitaria, alla luce del quale, secondo l’interpretazione fatta propria dalla giurisprudenza di questa Corte, in tema di protezione umanitaria l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali comporta che, ai fini del suo riconoscimento, occorre operare la valutazione comparativa della situazione oggettiva (oltre che eventualmente soggettiva) del richiedente con riferimento al Paese di origine sub specie della libera esplicazione dei diritti fondamentali della persona, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel Paese di accoglienza – pur senza che abbia rilievo esclusivo l’esame del livello di integrazione, se isolatamente ed astrattamente considerato;

Sulla base di tali premesse, rilevata la fondatezza di entrambi i motivi di ricorso nei termini sopra specificati, deve essere disposta la cassazione della sentenza impugnata e il rinvio del procedimento alla Corte d’appello di Caltanissetta che, in diversa composizione, applicherà i principi di diritto dianzi indicati, oltre a provvedere alla regolazione delle spese del presente giudizio di legittimità.;

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa il decreto impugnato e rinvia il procedimento alla Corte di appello di, che, in diversa composizione, farà applicazione dei principi di diritto suesposti.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, si dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso principale, a norma del comma 1-bis, dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Terza Sezione civile della Corte di cassazione, il 9 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 luglio 2021

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