Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19314 del 10/09/2010

Cassazione civile sez. I, 10/09/2010, (ud. 25/05/2010, dep. 10/09/2010), n.19314

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PANEBIANCO Ugo Riccardo – Presidente –

Dott. SALVAGO Salvatore – rel. Consigliere –

Dott. NAPPI Aniello – Consigliere –

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Consigliere –

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

O.C. (c.f. (OMISSIS)), domiciliato in ROMA, PIAZZA

CAVOUR, presso la CANCELLERIA CIVILE DELLA CORTE DI CASSAZIONE,

rappresentato e difeso dall’avvocato MARRA ALFONSO LUIGI, giusta

procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA;

– intimato –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositato il

23/03/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

25/05/2010 dal Consigliere Dott. SALVATORE SALVAGO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

RUSSO Rosario Giovanni che ha concluso come da verbale di udienza.

 

Fatto

FATTO E MOTIVI

Ritenuto:

Che la Corte di appello di Roma, con decreto del 23 marzo 2007, ha condannato il Ministero della Giustizia a corrispondere a O. C. un indennizzo di Euro 600,00, oltre agli interessi legali per l’irragionevole durata di un procedimento in materia di indennità di disoccupazione ed accessori iniziato davanti al Tribunale di Napoli con ricorso del 14 giugno 2001, e tuttora pendente, osservando: a) che il giudizio non avrebbe dovuto durare due anni e mezzo; b) che la sua durata aveva quindi ecceduto di altri 1 anno e 2 mesi quella ritenuta dalla CEDU; per cui doveva essere liquidato il danno non patrimoniale in misura equitativa corrispondente a circa Euro 600,00 per anno.

Che l’ O. per la cassazione della sentenza ha. proposto ricorso affidato a 18 motivi, con i quali, deducendo violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 e degli artt. 6 e 13 della Convenzione CEDU, degli artt. 1223 e 1226 cod. civ., nonchè insufficienza e contraddittorietà della motivazione, ha censurato la decisione: sia durata del processo, sia nella liquidazione del quantum dell’indennizzo, sia infine in ordine alla liquidazione delle processuali, osserva:

A) Che il collegio ritiene, anzitutto di dichiarare inammissibile il primo motivo di ricorso perchè si risolve nella trascrizione di parte del contenuto di alcune decisioni della CEDU, ed in particolar modo della sentenza 29 marzo 2006 della Grande Chambre della Corte in causa Scordino c/Italia, nonchè in un generico addebito alla sentenza impugnata di non averne applicato i principi; B) Che è infondata la censura relativa alla durata del processo, secondo il ricorrente pari alla intera durata del giudizio, avendo questa Corte ripetutamente tratto dalla L. n. 89 del 2001, art. 2, la regola che nel giudizio di equa riparazione in caso di violazione del termine di durata ragionevole del processo, rileva solamente il periodo eccedente il suddetto termine (nel caso stabilito in anni due e mezzo con motivazione congrua dal decreto impugnato), essendo sul punto vincolante il criterio chiaramente stabilito dall’art. 2, comma 3, citata legge; e che questo parametro di calcolo, che non tiene conto del periodo di durata “ordinario” e “ragionevole”, valorizzato invece dalla Corte di Strasburgo, al principio enunciato dall’art. 111 Cost., che prevede che il giusto processo abbia comunque una durata connaturata alle sue caratteristiche concrete e peculiari, seppure contenuta entro il limite della ragionevolezza, non esclude la complessiva attitudine della L. n. 89 a garantire un serio ristoro per la lesione del diritto in questione, come riconosciuto dalla stessa Corte europea nella sentenza 27 marzo 2003, resa sul ricorso n. 36813/97 (Cass. 3716/2008; 8603/2005; 8568/2005).

C) Che devono invece essere parzialmente accolte le altre censure in quanto questa Corte ha ripetutamente affermato anche a sezioni unite:

1) che il giudice nazionale “può allontanarsi da un’applicazione rigorosa e formale dei criteri adottati dalla Corte europea”, ma pure conservando un margine di valutazione, non può liquidare somme che non siano in “relazioni ragionevoli con la somma accordata dalla Corte negli affari simili”, restando quindi fermo il suo dovere di “conformarsi alla giurisprudenza della Corte, così accordando somme conseguenti”; 2) che i criteri di determinazione del quantum della riparazione applicati dalla Corte europea, non possono, in conclusione, essere ignorati dal giudice nazionale anche se questi può discostarsi in misura ragionevole dalle liquidazioni effettuate a Strasburgo in casi simili:con conseguente dovere di ufficio del giudice di merito di accertare i casi simili e le eque riparazioni del danno non patrimoniale in essi operate dalla Corte di Strasburgo, avvalendosi al riguardo della collaborazione delle parti, ed in particolare dell’attore, che ha interesse a fornirgli ogni elemento utile alla determinazione del danno nella misura da lui richiesta (come del resto in altra materia consente la L. n. 218 del 1995 nell’accertamento della legge straniera).

Ritenuto che nel. caso concreto il provvedimento impugnato non si è attenuto a questi principi avendo liquidato come postula che nel caso concreto quel pregiudizio, a causa di particolari circostanze specifiche, sia stato maggiore. Sicchè, quando il giudice non attribuisce il cd. bonus e perciò nega che quello specifico pregiudizio ulteriore sia stato sopportato, la critica del punto della decisione non può essere affidata alla sola contraria postulazione che il bonus spetta ratione materiae, era stato richiesto e la decisione negativa non è stata motivata, ma deve avere specifico riguardo alle concrete allegazioni e se del caso alle prove delle allegazioni addotte nel giudizio di merito.

E) La Corte, infine ha già esaminato e dichiarato infondati i dubbi di legittimità costituzionale della L. n. 89 del 2001, art. 2, oggi riproposti dal P.G. (Cfr. Cass. 1354/2008).

Il decreto impugnato va, pertanto, cassato in relazione alle censure accolte;e poichè non necessitano ulteriori accertamenti il Collegio deve decidere nel merito ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ., liquidando al C. un indennizzo che tuttavia dati gli elementi avanti evidenziati dalla Corte di appello, viene determinato in misura inferiore allo standard minimo indicato dalla Corte Edu di Euro 1000,00 per anno in base al parametro minimo di Euro 750,00: e perciò nella misura complessiva di Euro 875,00, con gli interessi legali dalla data della domanda giudiziale; nonchè a rifondere al ricorrente le spese processuali, in ragione di metà per il giudizio di merito e di un terzo per quello di cassazione. Attesa la sproporzione tra la somma richiesta e quella effettivamente liquidata, il Collegio ritiene di compensare tra le parti la restante metà per il giudizio di merito ed, i restanti due terzi per il giudizio di cassazione (in cui i principali motivi sono stati respinti).

P.Q.M.

La Corte, accoglie il ricorso nei limiti di cui in motivazione, cassa il decreto impugnato e, decidendo nel merito ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ., condanna il Ministero della Giustizia a corrispondere a O.C. la somma di Euro 875,00 con gli interessi dalla data della domanda; lo condanna, inoltre al pagamento in favore del ricorrente alla metà delle spese del giudizio di merito liquidate nell’intero in complessivi Euro 775,00, di cui Euro 280,00 per diritti e Euro 445,00 per onorari, e di un terzo delle spese del giudizio di cassazione liquidate nell’intero in Euro 550,00, di cui Euro 450,00 per onorari, unitamente al rimborso forfetario delle spese generali ed agli accessori di legge: da distrarre in favore dell’avv. antistatario Luigi Marra. Dichiara interamente compensata tra le parti la restante metà del giudizio di merito ed i restanti due terzi di quello di legittimità.

Manda alla cancelleria per le comunicazioni di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 5.

Così deciso in Roma, il 25 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 10 settembre 2010

 

 

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