Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19311 del 10/09/2010

Cassazione civile sez. I, 10/09/2010, (ud. 25/05/2010, dep. 10/09/2010), n.19311

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PANEBIANCO Ugo Riccardo – Presidente –

Dott. SALVAGO Salvatore – rel. Consigliere –

Dott. NAPPI Aniello – Consigliere –

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Consigliere –

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

D.C. (c.f. (OMISSIS)), domiciliato in ROMA,

PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA CIVILE DELLA CORTE DI

CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato MARRA ALFONSO LUIGI,

giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, in persona del Presidente pro

tempore, domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, depositato il

11/01/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

25/05/2010 dal Consigliere Dott. SALVATORE SALVAGO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

RUSSO Rosario Giovanni che ha concluso come da verbale di udienza.

 

Fatto

FATTO E MOTIVI

Ritenuto che la Corte di appello di Napoli, con decreto dell’11 gennaio 2007, ha condannato la Presidenza del Consiglio dei Ministri a corrispondere a D.M.C., dipendente comunale, un indennizzo di Euro 2.200,00 per l’irragionevole durata di un procedimento in materia di pubblico impiego, iniziato davanti al Tribunale amministrativo regionale della Campania con ricorso del 24 gennaio 2000, e concluso con sentenza del 14 ottobre 2005, osservando: a)che il giudizio avrebbe dovuto avere durata complessiva di 3 anni, laddove si era protratto,per un periodo di anni,9 mesi; b) che tale durata eccedeva di anni 2, mesi 6 quella ritenuta ragionevole dalla CEDU;per cui doveva essere liquidato il danno non patrimoniale in misura pari ad Euro 800,00 per anno.

Che il D.M. per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso affidato a 12 motivi, con i quali,deducendo violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 e degli artt. 6 e 13 della Convenzione CEDU,degli artt. 1223 e 1226 cod. civ., nonchè insufficienza e contraddittorietà della motivazione, ha censurato la decisione: sia nella durata ritenuta irragionevole del processo,sia nella liquidazione del quantum, sia infine in ordine alla liquidazione delle processuali, osserva:

A) Che il collegio ritiene, anzitutto di dichiarare inammissibile il primo motivo di ricorso perchè si risolve nella trascrizione di parte del contenuto di alcune decisioni della CEDU,ed in particolar modo della sentenza 29 marzo 2006 della Grande Chambre della Corte in causa Scordino c/Italia,nonchè in un generico addebito alla sentenza impugnata di non averne applicato i principi;

B) Che è infondata la censura relativa alla durata del processo, secondo il ricorrente pari alla intera durata del giudizio, avendo questa Corte ripetutamente tratto dalla L. n. 89 del 2001, art. 2, la regola che nel giudizio di equa riparazione in caso di violazione del termine di durata ragionevole del processo, rileva solamente il periodo eccedente il suddetto termine, essendo sul punto vincolante il criterio chiaramente stabilito dall’art. 2, comma 3, di detta legge; e che questo parametro di calcolo, che non tiene conto del periodo di durata “ordinario” e “ragionevole”, valorizzato invece dalla Corte di Strasburgo, al principio enunciato dall’art. 111 Cost., che prevede che il giusto processo abbia comunque una durata connaturata alle sue caratteristiche concrete e peculiari, seppure contenuta entro il limite della ragionevolezza,non esclude la complessiva attitudine della L. n. 89 a garantire un serio ristoro per la lesione del diritto in questione, come riconosciuto dalla stessa Corte europea nella sentenza 27 marzo 2003, resa sul ricorso n. 36813/97 (Cass. 3716/2008;8603/2005; 8568/2005).

C) Ancor più inconsistenti sono le censure che si appuntano sulla insufficienza del ristoro del danno non patrimoniale: è ben vero, infatti, che il giudice nazionale deve in linea di principio uniformarsi ai parametri elaborati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per i casi simili, salvo il potere di discostarsene, in misura ragionevole, qualora, avuto riguardo alle peculiarità della singola fattispecie, ravvisi elementi concreti di positiva smentita di detti criteri, dei quali deve dar conto.

E nel caso la Corte di appello li ha puntualmente indicati nella modestia della posta in gioco, avendo nella parte iniziale del decreto posto in rilievo che il giudizio presupposto aveva per oggetto modeste differenze non percepite, rispetto all’indennità dovutagli; nonchè nell’inerzia dimostrata dal ricorrente che ha fatto decorrere un notevole lasso di tempo prima di presentare l’istanza di prelievo: senza alcuna censura al riguardo dello stesso che non ha addebitato alcun errore logico-giuridico al decreto impugnato,lamentando soltanto genericamente “la modestia” dell’indennizzo liquidato nella misura di Euro 840,00 per ogni anno di durata eccedente quella ragionevole.

E d’altra parte questa Corte considera che la modestia della posta in giuoco giustifichi uno scostamento rispetto al parametro di mille euro per anno di non ragionevole durata del processo, ma non al di sotto della soglia di 750,00 Euro, che appare invece alla Corte generalmente adeguato in particolare nei casi – come quello in considerazione – in cui la domanda di giustizia risulti accolta in modo definitivo in un ulteriore periodo che non superi quello di altri tre anni, oltre il quale sia invece giustificato ritenere che l’irragionevole durata del processo abbia comunque provocato un pregiudizio risarcibile come danno non patrimoniale nella misura di almeno mille per ogni anno di irragionevole protrazione del processo.

D) Infondata è infine anche la censura che verte sul punto del mancato riconoscimento del cd. bonus, in quanto nella determinazione del risarcimento dovuto, mentre la durata della ingiustificata protrazione del processo è un elemento obiettivo che si presta a misurare e riparare un pregiudizio non patrimoniale tendenzialmente sempre presente ed eguale, l’attribuzione di una somma ulteriore postula che nel caso concreto quel pregiudizio, a causa di particolari circostanze specifiche, sia stato maggiore. Sicchè, quando il giudice non attribuisce il cd. bonus e perciò nega che quello specifico pregiudizio ulteriore sia stato sopportato, la critica del punto della decisione non può essere affidata alla sola contraria postulazione che il bonus spetta ratione materiae, era stato richiesto e la decisione negativa non è stata motivata, ma deve avere specifico riguardo alle concrete allegazioni e se del caso alle prove delle allegazioni addotte nel giudizio di merito.

E) La Corte,infine ha già esaminato e dichiarato infondati i dubbi di legittimità costituzionale della L. n. 89 del 2001, art. 2, oggi riproposti dal P.G. (Cfr. Cass. 1354/2008).

F) Fondata è invece la doglianza relativa alla liquidazione delle spese processuali, liquidate dal decreto impugnato nella misura di Euro 271,27 sul presupposto che trattasi di procedimento di volontaria giurisdizione: avendo questa Corte ripetutamente affermato che le disposizioni degli artt. 91 e segg. cod. proc. civ., trovano applicazione analogica nei procedimenti camerali, ove il provvedimento che li definisca non si esaurisca in un intervento del giudice di tipo sostanzialmente amministrativo, ma statuisca su posizioni soggettive in contrasto: come avviene nel giudizio di cui alla L. n. 89 del 2001, che configura un procedimento contenzioso che, essendo diretto a risolvere una controversia su contrapposte posizioni di diritto soggettivo, si svolge in pieno contraddittorio tra le parti e si chiude con un provvedimento che, pur con la forma del decreto motivato, ha natura sostanziale di sentenza, suscettibile quindi di acquistare autorità di giudicato (Cass. 12021/2004).

Il decreto impugnato va,pertanto, cassato con riguardo alla statuizione in esame; ed assorbiti gli altri motivi relativi alla liquidazione delle spese processuali, poichè non necessitano ulteriori accertamenti, il Collegio deve decidere nel merito ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ., liquidando al D.,le spese processuali del giudizio di merito come da dispositivo,in ragione di metà; nonchè quelle del giudizio di legittimità in ragione di 1/3 da distrarre in favore dell’avv. Alfonso Luigi Marra che ha dichiarato di averle anticipate. L’accoglimento solo in minima parte della originaria richiesta del D., pari ad Euro 6.125,00 giustifica la compensazione di metà delle spese del giudizio di merito; ed il rigetto dei motivi principali del ricorso induce il Collegio a dichiarare interamente compensati tra le parti i restanti 2/3 di quelli del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie in parte il ricorso, cassa il decreto impugnato in relazione alle censure accolte e pronunciando nel merito condanna la Presidenza del Consiglio dei Ministri al pagamento in favore del ricorrente delle spese del giudizio di merito,in ragione di metà, liquidate nell’intero, in complessivi Euro 810,00, di cui Euro 315,00 per diritti e Euro 445,00 per onorari, e delle spese del giudizio di cassazione in ragione di un terzo, liquidate nell’intero in Euro 500,00, di cui Euro 425,00 per onorari, unitamente al rimborso forfetario delle spese generali ed agli accessori di legge, e ne dispone la distrazione a favore dell’avvocato Alfonso Luigi Marra.

Dichiara interamente compensati tra le parti la restante metà delle spese del giudizio di merito, ed i restanti due terzi di quelle del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 30 settembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 10 settembre 2010

 

 

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