Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19305 del 22/09/2011

Cassazione civile sez. lav., 22/09/2011, (ud. 06/07/2011, dep. 22/09/2011), n.19305

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIDIRI Guido – Presidente –

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Consigliere –

Dott. ZAPPIA Pietro – rel. Consigliere –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 15359-2010 proposto da:

A.N.M. – AZIENDA NAPOLETANA MOBILITA’ S.P.A., in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA,

LUNGOTEVERE MARZIO 3, presso lo studio dell’avvocato IZZO RAFFAELE,

rappresentata e difesa dall’avvocato CASTIGLIONE FRANCESCO, giusta

delega in atti;

– ricorrente –

contro

S.D., M.F., elettivamente domiciliati in

ROMA, LUNGOTEVERE PIETRA PAPA 185, presso lo studio dell’avvocato

DONATI SIMONA, rappresentati e difesi dall’avvocato MOCELLA MARCO,

giusta delega in atti;

– controricorrenti –

e contro

R.E.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1338/2010 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 15/03/2010 R.G.N. 10551/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

06/07/2011 dal Consigliere Dott. PIETRO ZAPPIA;

udito l’Avvocato MOCELLA MARCO;

udito l’Avvocato PITRUZZELLA FRANCESCA per delega CASTIGLIONE

FRANCESCO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GAETA Pietro che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

Con ricorso al Tribunale, giudice del lavoro, di Napoli, depositato in data 17.10.2003, M.F., S.D. e R. E., premesso di lavorare alle dipendenze dell’A.N.M. – Azienda Napoletana Mobilità s.p.a. con la qualifica di autisti e di operare sulla base di turni che, secondo i casi, comportavano l’inizio della prestazione presso il deposito e la fine presso uno stazionamento diverso (cd. posto di cambio), oppure l’inizio della prestazione direttamente nel posto di cambio e la fine presso il deposito di assegnazione, o ancora l’inizio della prestazione in un posto di cambio e la fine in un altro diverso, invocavano l’applicabilità del R.D.L. n. 2328 del 1923, art. 17, lett. e); sostenevano che gli spostamenti tra il deposito ed il posto di cambio e viceversa, ovvero tra gli stazionamenti di inizio e fine turno, erano assimilabili, sulla base di una interpretazione evolutiva della norma richiamata, ai “viaggi comandati” ivi contemplati, in quanto eseguiti in osservanza di disposizioni e direttive dell’azienda circa i tempi ed i luoghi di lavoro ed implicanti un onere aggiuntivo per i lavoratori, trattandosi di una modalità della prestazione più onerosa del normale, che li obbligava ad iniziare e terminare la prestazione lavorativa in luoghi diversi. Chiedevano pertanto che fosse dichiarato il loro diritto ad essere retribuiti per il tempo necessario a spostarsi, con mezzo gratuito o proprio, dal deposito al posto di cambio, o viceversa, in misura pari alla metà della retribuzione corrispondente e, in ogni caso, ad ottenere la declaratoria del diritto a conseguire le medesime somme a titolo risarcitorio, con condanna dell’A.N.M. al pagamento delle relative differenze retributive, da quantificare in separato giudizio.

Istauratosi il contradditorio, la società datoriale contestava la fondatezza della domanda e ne chiedeva il rigetto, osservando che la prestazione degli autisti era articolata su tre turni di lavoro (turno di apertura, intermedio e di chiusura) e che l’organizzazione dell’azienda non prevedeva alcun obbligo, per il dipendente che montava o smontava in luogo diverso dal deposito, di recarsi, prima o dopo, nel deposito stesso.

Con sentenza in data 24.11.2004 il Tribunale adito rigettava la domanda.

Avverso tale sentenza proponevano appello gli originari ricorrenti lamentandone la erroneità sotto diversi profili e chiedendo l’accoglimento delle domande proposte con il ricorso introduttivo.

La Corte di Appello di Napoli, con sentenza in data 17.2/15.3.2010, accoglieva il gravame e, in riforma dell’impugnata sentenza, condannava l’A.N.M. a corrispondere agli appellanti le differenze retributive, da quantificarsi in separato giudizio, relative alla retribuzione dovuta, ai sensi del R.D.L. 19 ottobre 1923, n. 2328, art. 17, lett. e), per la metà del tempo impiegato per recarsi da una località all’altra per prendere servizio o fare ritorno a servizio compiuto.

Avverso questa sentenza propone ricorso per cassazione l’A.N.M. con due motivi di impugnazione.

Resistono con controricorso i lavoratori intimati M. e S.; l’altro intimato, R.E., non ha svolto attività difensiva.

La società ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

Col primo motivo di ricorso la ricorrente lamenta violazione e/o falsa applicazione del R.D.L. n. 2328 del 1923, art. 17, lett. e), e dell’art. 12 disp. gen. (R.D. 16 marzo 1942, n. 262), ex art. 360 c.p.c., n. 3.

In particolare rileva che la formulazione letterale della norma in parola, al pari della ratio della stessa, non consentiva l’interpretazione fornita dalla Corte di merito. Ed invero tale norma era stata emanata in un’epoca in cui il lavoro era caratterizzato spesso da lunghi ed onerosi spostamenti di città in città, di talchè si poneva l’esigenza di compensare in qualche modo il lavoratore che fosse obbligato ad effettuare, all’inizio o alla fine della giornata lavorativa, uno o più spostamenti per ordine datoriale. Per contro nel caso di specie i lavoratori non avevano alcun obbligo di recarsi prima al deposito e poi al posto di cambio o viceversa; il frazionamento del tragitto da casa al posto di cambio avveniva per scelta del dipendente, per il solo fatto che questi, avendo deciso di recarsi al lavoro con la propria autovettura, doveva in ogni caso recuperarla; pertanto andava esclusa la configurabilità del “viaggio comandato” previsto dalla norma in parola, atteso che tale concetto postulava che il datore di lavoro disponesse che venisse effettuato un certo tragitto, mentre l’azienda non aveva mai dato disposizioni perchè l’autista, anzichè recarsi direttamente al posto di cambio, si recasse prima al deposito e da lì al posto di cambio.

Col secondo motivo di ricorso la società lamenta violazione, ex art. 360 c.p.c., n. 4, dell’art. 112 c.p.c. in relazione all’eccezione di prescrizione quinquennale tempestivamente formulata dall’A.N.M. nei precedenti gradi del giudizio.

In particolare rileva che la sentenza impugnata, condannando la società a corrispondere agli appellanti le differenze retributive “relative alla retribuzione dovuta, ai sensi del R.D.L. 19 ottobre 1923, n. 2328, ari. 17, lett. e)”, senza alcun riferimento al dies a quo dal quale dovrebbero calcolarsi dette differenze, aveva completamente ignorato l’eccezione di prescrizione quinquennale sollevata dall’Azienda già in prime cure, e puntualmente reiterata nella memoria depositata in grado di appello, laddove l’Azienda si era riportata “alla memoria difensiva di primo grado ed alle argomentazioni ed eccezioni in essa rassegnate”.

Il primo motivo di ricorso non è fondato, alla luce dei principi già enunciati da questa Corte in ordine alla interpretazione della norma del R.D.L. n. 2328 del 1923, art. 17, lett. e).

Questa Corte invero, già con la sentenza n. 15821 del 15.12.2000, ha rilevato che “considerata la lontana epoca di emissione della disposizione di legge in esame (risalente ai 1923) e particolarmente il fatto che, all’epoca, non era sicuramente consueto l’utilizzo da parte del singolo lavoratore (appartenente al personale addetto a pubblici servizi di trasporto in concessione) di un proprio automezzo per effettuare gli spostamenti da una località all’altra tra il deposito e i vari posti di cambio, ben può la disposizione di legge in esame essere riferita – appunto estensivamente, ravvisando in essa una volontà implicita del legislatore – alla fattispecie concreta dedotta nel presente giudizio:

all’ipotesi cioè in cui, innanzitutto, gli spostamenti siano eseguiti nell’osservanza di disposizioni e direttive circa luoghi ed orari di lavoro impartite dal datore di lavoro, e perciò del tutto equivalenti a quelli “comandati” (di cui al citato ari. 17), ed in cui, inoltre, anzichè del “mezzo gratuito di servizio (dove la gratuità sta evidentemente a significare l’utilizzo del mezzo per esigenze aziendali, e non già per l’utilità personale del singolo dipendente) il lavoratore adoperi un proprio mezzo di trasporto, con relativo onere di spesa a suo carico”.

Tale orientamento è stato ribadito da questa Corte, recentemente, con la sentenza n. 8355 in data 8.4.2010 e quindi con la sentenza n. 10020 del 6.5.2011, che si inseriscono in un cospicuo filone, ove si osservi che alla pronuncia n. 15821 del 15.12.2000 hanno fatto seguito numerose altre statuizioni di segno analogo (Cass. sez. lav., 20.2.2006 n. 3575: Cass. sez. lav., 14.2.2008 n. 3760; Cass. sez. lav., 21.2.2008 n. 4496; Cass. sez. lav., 25.3.2010 n. 7197).

Ed invero la norma in questione considera che, in base alle comuni più diffuse esigenze, il dipendente, al termine del lavoro, ripercorra la stessa strada che l’ha inizialmente condotto al lavoro ed abbia in tal modo interesse a concludere la prestazione nel luogo in cui l’ha iniziata.

Quando ciò non avvenga a causa della programmazione aziendale, il tempo necessario allo spostamento dall’uno all’altro luogo assume la natura di tempo di lavoro, ed in tale forma è normativamente qualificato.

Un’interpretazione logica della disposizione in parola, avente riguardo alla ratio del riconoscimento del valore retributivo (al 50 per cento) dei cd. tempi di cambio, induce a considerare viaggio “comandato” non solo lo spostamento previsto da una espressa disposizione aziendale ed effettuato con un mezzo gratuito di servizio, ma ogni trasferimento che sia inevitabile per l’organizzazione dei turni, derivante evidentemente da disposizioni aziendali, generali o individuali.

Presupposto per l’applicabilità della norma in esame alla presente fattispecie non è pertanto l’uso del mezzo gratuito di servizio, nè il fatto che il lavoratore si rechi al lavoro con un proprio mezzo ovvero con mezzi pubblici ovvero a piedi, bensì la non coincidenza del luogo di inizio con il luogo di cessazione del lavoro giornaliero, ed il fatto che questa non coincidenza sia determinata non da una scelta del lavoratore, bensì, ed esclusivamente, da una necessità logistica aziendale, e cioè la necessità che il lavoro inizi in un determinato luogo e cessi in altro luogo (e la connessione causale fra programmazione e non coincidenza dei luoghi, è normativamente espressa con la locuzione “viaggi comandati”).

Sulla base di questo presupposto, la norma è diretta a compensare il tempo che il dipendente impiega, per lo spostamento, all’inizio od alla cessazione del lavoro da prestare in azienda, dall’uno all’altro luogo. Poichè in questo tempo non è tuttavia prevista materiale attività lavorativa, la norma ritiene di qualificare come “lavoro effettivo” solo la metà del tempo impiegato nello spostamento, e di riconoscere conseguentemente come corrispondente adeguato compenso solo la metà della retribuzione.

Orbene, questo indirizzo deve essere ulteriormente confermato, non essendo stati addotti dalla società intimata argomenti decisivi diversi da quelli già esaminati e disattesi dalle pronunce da ultimo citate, attinenti alla contingente scelta del lavoratore di utilizzare o meno la propria vettura per recarsi al lavoro (e quindi di recuperarla al termine dalla giornata); circostanza che – per come detto – non incide sul fatto oggettivo della separazione dei luoghi da cui dipende il riconoscimento del diritto. Donde la irrilevanza della scelta del lavoratore circa l’utilizzazione o meno di un proprio mezzo di trasporto, importando esclusivamente il fatto oggettivo della separazione dei luoghi di cui si è detto, posto che il fondamento della norma è insito nell’esigenza di compensare il tempo necessario per il menzionato spostamento, indotto dall’organizzazione del lavoro riconducibile all’azienda.

Il ricorso sul punto non può pertanto trovare accoglimento.

E’ inammissibile il secondo motivo del ricorso.

Ed invero il principio sancito dall’art. 346 c.p.c. (circa l’onere di riproporre espressamente in appello le domande e le eccezioni non accolte in primo grado o rimaste assorbite, sotto pena della loro esclusione dal tema del giudizio) opera anche nelle controversie soggette al rito del lavoro, per le quali l’art. 436 c.p.c., comma 2 fa obbligo all’appellato di costituirsi mediante deposito di memoria contenente esposizione dettagliata di tutte le sue difese, sicchè il mero richiamo generico, in tale memoria, alle conclusioni assunte in primo grado non è sufficiente a manifestare in modo chiaro ed univoco la volontà di sottoporre al giudice dell’appello una domanda o un’eccezione non accolta dal primo giudice al fine di evitare che la stessa si intenda rinunciata a sensi del citato art. 346 c.p.c.;

appare pertanto insufficiente un generico richiamo a tutte le difese ed eccezioni proposte in primo grado (Cass. sez. lav., 8.7.2004 n. 12644; Cass. sez. lav., 17.10.2001 n. 12692).

Il ricorso va pertanto rigettato ed a tale pronuncia segue la condanna della ricorrente al pagamento, nei confronti del M. e del S., delle spese di giudizio che si liquidano come da dispositivo.

Va autorizzata la distrazione di tali spese, nella misura liquidata, in favore del difensore dei predetti intimati, dichiaratosi antistatario.

Nessuna statuizione in tema di spese va adottata nei confronti del R., non avendo il detto intimato svolto alcuna attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la società ricorrente alla rifusione, nei confronti di M.F. e di S. D., delle spese del presente giudizio di cassazione, che liquida in Euro 50,00, oltre Euro 3.000,00 (tremila) per onorari, oltre spese generali, IVA e CPA come per legge; autorizza la distrazione delle spese, nella misura sopra liquidata, in favore dell’avv. Marco Mocella, dichiaratosi antistatario; nulla per le spese nei confronti di R.E..

Così deciso in Roma, il 6 luglio 2011.

Depositato in Cancelleria il 22 settembre 2011

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