Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19303 del 18/07/2019

Cassazione civile sez. VI, 18/07/2019, (ud. 20/02/2019, dep. 18/07/2019), n.19303

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ESPOSITO Lucia – Presidente –

Dott. RIVERSO Roberto – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – rel. Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – Consigliere –

Dott. DE FELICE Alfonsina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3111-2018 proposto da:

B.F., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR

presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato CRISTIANO PAGANO;

– ricorrente –

contro

SEUS SICILIA EMERGENZA URGENZA SANITARIA SCPA, in persona del

Presidente pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLE

TRE MADONNE 8, presso lo studio dell’avvocato MARCO MARAZZA, che la

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1051/2017 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 10/11/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 20/02/2019 dal Consigliere Relatore Dott. FRANCESCA

SPENA.

Fatto

RILEVATO

che con sentenza del 5 ottobre – 10 novembre 2017 numero 1051 la Corte d’Appello di Palermo accoglieva il reclamo proposto dalla società S.E.U.S.- Sicilia Emergenza Urgenza Sanitaria – (in prosieguo SEUS) s.c.p.a. e, per l’effetto, rigettava la impugnazione proposta da B.F., dipendente della società con compiti di autista soccorritore addetto alla conduzione delle autoambulanze, avverso il licenziamento intimatogli, con lettera del 17 febbraio 2016, ai sensi dell’art. 41 C.C.N.L., lett. c) dipendenti non medici degli ospedali privati, per avere commesso nell’arco di un anno due infrazioni disciplinari punite con la sospensione dal servizio;

che a fondamento della decisione la Corte territoriale osservava che al dipendente erano state contestate due condotte di violazione dei doveri di servizio, commesse in data 15 maggio 2015 e 13 ottobre 2015; il Tribunale, esclusa la natura ritorsiva del licenziamento e dopo aver ritenuto legittima la prima sanzione disciplinare, aveva giudicato carente la prova della seconda condotta e, pertanto, aveva annullato il licenziamento.

I capi della decisione di primo grado che avevano escluso la natura ritorsiva del licenziamento e ritenuto legittima la prima sanzione (fatto del 15 maggio 2015) erano coperti dal giudicato interno, in quanto non censurati dal lavoratore, che avrebbe dovuto proporre reclamo incidentale.

Inoltre il lavoratore non aveva riproposto gli altri motivi di impugnazione del licenziamento rimasti assorbiti: la irregolare composizione dell’organo disciplinare; la conoscenza da parte del datore di lavoro, all’atto della irrogazione del licenziamento, della impugnazione giudiziaria di una delle due sanzioni.

Tali deduzioni, sulle quali il primo giudice non si era pronunciato, dovevano ritenersi rinunciate a mente dell’art. 346 c.p.c..

Era oggetto di causa, dunque, soltanto l’accertamento della seconda condotta, sanzionata con la sospensione dal servizio, ovvero l’essersi il dipendente rifiutato, per oltre un’ora, malgrado l’ordine di servizio della caposala responsabile, di utilizzare l’ambulanza riservata al servizio di rianimazione (in luogo di quella di ordinaria assegnazione, guasta) per il trasporto dei pazienti all’interno dell’ospedale (OMISSIS).

La condotta contestata era stata provata, essendo emerso che l’ordine di servizio era stato impartito dalla caposala C., a ciò legittimata, come dalla deposizione testimoniale della stessa C., della cui attendibilità non vi era motivo di dubbio.

Il teste BO.RO., altro autista in servizio il giorno del fatto contestato, era inattendibile sia perchè interessato a sminuire le responsabilità proprie e del B. sia per le gravi contraddizioni in cui era incorso. Le sue dichiarazioni erano in netto contrasto anche con quelle del direttore sanitario, L.F..

Legittimamente la SEUS aveva irrogato la sanzione della sospensione dal servizio e- tenuto conto della recidiva infra annuale per fatto analogo punito con una precedente sospensione – aveva comminato il licenziamento per giustificato motivo soggettivo, ai sensi dell’art. 41 C.C.N.L., lett. c).

Non rilevava il fatto che in quel lasso di tempo non si fossero verificati danni, tenuto conto che la SEUS aveva ricevuto una formale comunicazione del fatto da parte dell’Ospedale, con il quale intercorreva una convenzione per il servizio delle ambulanze, con il conseguente rischio di compromettere i rapporti con il committente; per altro verso, l’estrema delicatezza delle mansioni del B. richiedeva la massima prontezza nell’esecuzione del servizio sicchè il fatto integrava un notevole inadempimento e, quindi, un giustificato motivo di licenziamento;

che avverso la sentenza ha proposto ricorso B.F., articolato in un unico motivo, cui ha opposto difese con controricorso la SEUS s.c.p.a.;

che la proposta del relatore è stata comunicata alle parti – unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale – ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c.;

che la controricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che con l’unico motivo il ricorrente ha denunziato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa interpretazione di norme di diritto su punti decisivi della controversia e dell’art. 384 c.p.c., nonchè – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – omesso esame circa un fatto decisivo del giudizio ed oggetto di discussione tra le parti.

Ha dedotto:

– la illegittimità del licenziamento e la irregolarità della composizione del collegio disciplinare a norma del codice disciplinare dell’ente

– la illegittimità della prima sanzione disciplinare (del 9 giugno 2015)

– la illegittimità della seconda sanzione disciplinare e del licenziamento, intimato allorquando egli aveva già promosso giudizio, pendente davanti al Tribunale di Palermo (RG 973/2016), per la impugnazione della sanzione della sospensione sicchè il datore di lavoro avrebbe dovuto attenderne l’esito prima di assumere ulteriori provvedimenti.

– la insussistenza nel merito all’addebito. Era stato l’autista dell’ospedale a comunicare a lui ed al dipendente BO. di utilizzare l’ambulanza rianimatoria, unica dell’autoparco in funzione. Legittimamente essi avevano ritenuto necessario chiedere conferma della disposizione da parte di un soggetto qualificato. La ordinanza del Tribunale di Palermo resa nella fase sommaria (ordinanza del 17.10.2016) e la sentenza di rigetto della opposizione (sentenza n. 2048/2017) costituivano giudicato, direttamente accertabile dal giudice di legittimità;

– il carattere eccessivamente afflittivo del licenziamento. Non sussistevano gli estremi dell’insubordinazione, difettando la provenienza delle disposizioni dall’imprenditore o dai suoi collaboratori gerarchicamente sovraordinatì. Mancava, altresì la prova dei danni causati dalla sua condotta.

Risultava il carattere ritorsivo e discriminatorio delle sanzioni disciplinari e la mancanza di giusta causa e giustificato motivo; la sanzione comminata in data 23 novembre 2015 era dunque illegittima e conseguentemente andava annullato il licenziamento, intimato in virtù della recidiva;

che ritiene il Collegio si debba dichiarare la inammissibilità del ricorso;

che invero la censura ripropone le questioni sulla illegittimità della prima sanzione disciplinare conservativa, sul carattere ritorsivo del licenziamento, sulla irregolare composizione dell’organo giudicante, sulla illegittimità della irrogazione del licenziamento prima di attendere l’esito del giudizio di impugnazione della seconda sanzione conservativa senza confrontarsi in alcun modo con la ratio decidendi della sentenza impugnata, secondo la quale:

– sulla legittimità della prima sanzione di sospensione e sulla assenza della natura ritorsiva del licenziamento si era formato il giudicato interno (pagina 2 della sentenza, penultimo capoverso);

– le questioni di irregolare composizione dell’organo giudicante e di conoscenza da parte del datore di lavoro prima della irrogazione del licenziamento della impugnazione giudiziaria della seconda sanzione conservativa erano rinunciate a mente dell’art. 346 c.p.c., in quanto non riproposte in sede di reclamo (pagina 2 della sentenza, ultimo capoverso).

La inammissibilità per i profili anzidetti consegue, dunque, alla inconferenza del ricorso ai contenuti della sentenza impugnata.

Per il resto la censura investe la ricostruzione del fatto storico (la condotta posta a base della seconda sanzione conservativa) operata dal giudice del merito senza rispettare il canone di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, nella formulazione vigente ed applicabile ratione temporis. Piuttosto che esporre un fatto storico non esaminato e di rilievo decisivo, il ricorrente si duole, infatti, delle conclusioni raggiunte dal giudice del reclamo all’esito della valutazione delle prove, contrapponendo a tali conclusioni un diverso apprezzamento dei medesimi elementi di prova, rispondente alle proprie aspettative. In tal modo devolve a questa Corte un non- consentito riesame del merito.

Da ultimo, anche sotto il profilo della proporzionalità del licenziamento, il ricorso evidenzia un fatto, l’assenza del danno, espressamente esaminato nella sentenza impugnata, che ne ha escluso il carattere decisivo.

Nè si comprende la censura articolata sotto il profilo della violazione del giudicato (pagina 18 del ricorso), essendo oggetto del reclamo proprio la ricostruzione del fatto storico posta a base della sentenza di primo grado;

che, pertanto, essendo condivisibile la proposta del relatore, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile con ordinanza in camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 c.p.c.;

che le spese di causa, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza;

che, trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 (che ha aggiunto al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, il comma 1 quater) – della sussistenza dell’obbligo di versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la impugnazione integralmente rigettata.

PQM

La Corte dichiara la inammissibilità del ricorso. Condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 200 per spese ed Euro 3.500 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella adunanza camerale, il 20 febbraio 2019.

Depositato in Cancelleria il 18 luglio 2019

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