Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19299 del 07/07/2021

Cassazione civile sez. I, 07/07/2021, (ud. 16/04/2021, dep. 07/07/2021), n.19299

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – rel. Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16209/2019 proposto da: Ministero

Ministero dell’interno, in persona del Ministro in carica,

rappresentato e difeso per legge dall’Avvocatura Generale dello

Stato presso i cui uffici domicilia in Roma, Via dei Portoghesi, 12;

contro

K.I., domiciliato in Roma, Piazza Cavour, presso la

cancelleria della Corte di Cassazione e rappresentato e difeso

dall’Avvocato Antonio Ottaviano, giusta procura speciale in calce al

controricorso;

– controricorrente –

avverso il decreto del Tribunale dell’Aquila, Sezione specializzata

in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera

circolazione dei cittadini dell’Unione Europea, n. 992/2019,

depositato il 11/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

16/04/2021 dal Cons. Dott. Laura Scalia.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con il decreto in epigrafe indicato il Tribunale dell’Aquila, Sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea, in accoglimento del ricorso proposto ha riconosciuto a K.I., cittadino del Mali, la protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, lett. g) e art. 14, lett. c).

Nel racconto reso, il richiedente aveva dichiarato di aver abbandonato il Mali, dalla cui città di Gao, nell’omonima regione, proveniva, per timore dei ribelli del Movimento Nazionale per la Liberazione di (OMISSIS) che durante la guerra di secessione lo avevano sequestrato e condotto ai confini con l’Algeria dove avevano cercato di assoldarlo, convincendolo a prendere le armi a sostegno del movimento e da dove egli era riuscito a fuggire.

2. Il Ministero dell’interno ricorre con due motivi per la cassazione dell’indicato decreto. Resiste con controricorso K.I..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il Ministero ricorrente deduce la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, lett. g), comma 3 e art. 5, art. 14 lett. c).

Il Collegio non aveva fatto applicazione degli indici normativi di attendibilità, coerenza e non contradditorietà del racconto.

In erronea applicazione dell’art. 14, lett. c) cit., era stata accordata protezione sussidiaria al richiedente senza accertare la regione di effettiva provenienza su cui doveva essere apprezzato il requisito della individualità della minaccia. L’attendibilità del racconto costituisce uno dei presupposti di applicabilità anche della fattispecie di cui all’art. 14. lett. c) cit..

Il motivo è inammissibile per le ragioni indicate.

Il motivo manca infatti di autosufficienza non riportando i contenuti delle dichiarazioni rese dal richiedente protezione di cui deduce la non adeguata valutazione da parte del tribunale, in tal modo non consentendo a questa Corte l’esercizio del sindacato proprio.

Qualora infatti il ricorrente, in sede di legittimità, denunci l’omessa o errata valutazione delle prove dichiarative, per il principio di autosufficienza ha l’onere non solo di trascriverne il testo integrale, o la parte significativa nel ricorso per cassazione, al fine di consentire il vaglio di decisività, ma anche di specificare gli argomenti, deduzioni o istanze che, in relazione alla pretesa fatta valere, siano state formulate nel giudizio di merito, pena l’irrilevanza giuridica della sola indicazione.

Il motivo è ancora inammissibile perchè erroneamente deduce la violazione di legge portando invece la propria critica alla erronea ricognizione della fattispecie concreta in relazione alle risultanze di lite per un processo valutativo proprio del giudice del merito.

La violazione di legge censurabile dal giudice di legittimità, o vizio di sussunzione, può consistere o nell’assumere la fattispecie concreta giudicata sotto una norma che non le si addice, perchè la fattispecie astratta da essa prevista non è idonea a regolarla, oppure nel trarre dalla norma, in relazione alla fattispecie concreta, conseguenze giuridiche che contraddicano la pur corretta sua interpretazione sicchè là dove il ricorrente deduca l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, si assiste ad una ipotesi esterna all’esatta interpretazione della norma che inerisce invece alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta, come tale, al sindacato di legittimità (Cass. 30/04/2018 n. 10320; Cass. 13/10/2017 n. 24155).

E’ poi assolutamente generico il profilo del motivo di ricorso per il quale l’inattendibilità del racconto avrebbe incidenza anche sul riconoscimento della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c). E’ pacifica, invece, nella giurisprudenza di questa Corte il contrario principio per il quale anche in presenza di una narrazione non credibile il giudice del merito è comunque tenuto ad accertare la condizione di violenza indiscriminata determinativa di minaccia grave alla vita o alla persona di violenza generalizzata in situazione di conflitto armato interno o internazionale che tocchi il territorio del Paese di origine del richiedente protezione, in tal modo svincolandosi siffatta forma di protezione dalla natura del racconto (vd. Cass. 29/05/2020 n. 10286).

Nè d’altro canto, che la questione sulla regione di provenienza appartenesse al dibattito del giudizio di merito il ricorrente neppure comprova attraverso una dimostrata tempestiva allegazione in quella fase del giudizio di siffatta deduzione.

2. Con il secondo motivo si fa valere l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione tra le parti ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Il richiedente aveva dichiarato di essere di etnia e lingua “Bambara”, gruppo e lingua diffusi nel sud del Mali, area ben distinta da quella di Gao indicata invece dal richiedente come regione di sua provenienza; inoltre egli nonostante avesse dichiarato di esservi nato e cresciuto, non conosceva gli idiomi più diffusi in quella zona (il (OMISSIS) ed il (OMISSIS)) ed aveva indicato nel Bamara una delle lingue più parlate a Gao, circostanza non vera, dimostrando inoltre, per le dichiarazioni rese, di avere scarsa conoscenza della città.

I forti dubbi sulla effettiva provenienza del richiedente avevano importanti ricadute sul riconoscimento della protezione sussidiaria; se la situazione al centro ed al nord del Mali risulta alquanto problematica, altrettanto non può dirsi del sud del Paese, ed in particolare della regione del Kaynes, come attestato dalle COI a disposizione e secondo recenti pronunce giurisprudenziali che hanno ritenuto l’insussistenza di una violenza indiscriminata nella zona a sud del Mali.

Il Mandato MINUSMA (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, era motivato dalla situazione di insicurezza presente nel centro ed il nord del Mali.

Il motivo è inammissibile perchè il giudizio sulla credibilità del racconto del richiedente protezione integra un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito che a fronte delle rese ragioni – che non si lasciano apprezzare nella fattispecie in esame come omesse, apparenti o perplesse – e rispetto a fatti storici o dati testuali o extratestuali non puntualmente allegati nel presente giudizio per il “come” e il “quando” gli stessi siano stati oggetto di discussione processuale e per la loro “decisività” per la definizione della vicenda (Cass. 05/02/2019 n. 3340; Cass. 02/07/2020 n. 13578) lascia ferma l’impugnata decisione.

3. Il ricorso è in via conclusiva inammissibile.

Nella intervenuta ammissione del controricorrente al beneficio del patrocinio a spese dello Stato in un giudizio in cui è parte soccombente un’Amministrazione statale, nulla sulle spese, per il principio secondo il quale qualora la parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato sia vittoriosa in una controversia civile proposta contro un’amministrazione statale, l’onorario e le spese spettanti al difensore vanno liquidati ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 82, ovvero con istanza rivolta al giudice del procedimento, non potendo riferirsi a tale ipotesi l’art. 133 del medesimo D.P.R., a norma del quale la condanna alle spese della parte soccombente non ammessa al patrocinio va disposta in favore dello Stato (Cass. 29/11/2018 n. 30876; Cass. 29/10/2012 n. 18583).

Non sussistono i presupposti per l’applicazione del doppio contributo, essendo quella soccombente un’Amministrazione dello Stato (Cass. 14/03/2014 n. 5955).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso. Nulla sulla spese. Non sussistono i presupposti per l’applicazione del doppio contributo.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 16 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 luglio 2021

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