Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19281 del 07/07/2021

Cassazione civile sez. I, 07/07/2021, (ud. 14/04/2021, dep. 07/07/2021), n.19281

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VALITUTTI Antonio – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21939/2015 proposto da:

Partner S.r.l. (già FIN PLURIMA S.p.a., già s.r.l.), in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

Roma, Via G. Avezzana n. 31, presso lo studio dell’avvocato De

Dominicis Tommaso, che la rappresenta e difende unitamente

all’avvocato Bricca Lanfranco, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Low Cost Costruzioni S.r.l. (già Impresa G. S.r.l.);

– intimata –

avverso la sentenza n. 134/2015 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,

depositata il 26/02/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

14/04/2021 dal Cons. Dott. IOFRIDA GIULIA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte d’appello di Perugia, con sentenza n. 134/2015, depositata il 26/2/2015 – in controversia concernente impugnazione, promossa dalla Partner srl (già Fin Plurima spa e, prima, Fin Plurima srl), nei confronti della Impresa G. srl (rimasta contumace), del lodo per arbitrato irrituale emesso il 7/7/2014, in relazione a contratto di appalto inter partes, – ha riformato la decisione di primo grado del Tribunale del 2012, che aveva dichiarato la propria incompetenza in favore del Collegio arbitrale tecnico e giuridico previsto dall’art. 8 del contratto inter partes del 23/7/2001 (contemplante che tutte le controversie insorte tra le parti, relative all’applicazione e/o all’interpretazione del contratto, dovessero essere devolute a due commissioni, una di natura tecnica e l’altra di natura giuridica), considerato che era stata nominata la sola Commissione tecnica, non anche quella giuridica, cosicchè la procedura arbitrale non era stata completata con unico lodo arbitrale definitivo e finale.

In particolare, i giudici d’appello, accogliendo il motivo in rito, pregiudiziale, sollevato dalla Partner (committente nell’appalto), hanno sostenuto che la decisione della Commissione tecnica consisteva in una perizia contrattuale e rappresentava un arbitrato irrituale, avverso il quale l’impugnazione proposta era ammissibile, avendo la Commissione nominata, con pronuncia definitiva, accertato l’ammontare dei lavori eseguiti dall’appaltatrice impresa G., oggetto dell’appalto, nonchè l’ammontare dei danni e dei vizi dell’appalto stesso, condannando contestualmente la suddetta impresa all’esecuzione dei lavori di ripristino o, in via alternativa, alla decurtazione della somma di Euro 13.210,40, dall’ultimo SAL, oltre al pagamento dei danni, per Euro 2.817,82, da decurtare pure dall’ultimo SAL dei lavori.

Tuttavia, ad avviso della Corte d’appello, non essendo operante l’art. 808 ter c.p.c. (vizi nell’impugnazione di lodo arbitrale irrituale, tra cui quello di violazione del principio del contraddittorio), applicabile solo alle convenzioni di arbitrato successive alla Riforma di cui al D.Lgs. n. 40 del 2006 e potendo quindi il lodo arbitrale irrituale essere impugnato solo per vizi del negozio (errore, violenza, dolo, incapacità delle parti e dell’arbitro), era fondato soltanto il vizio di eccesso di potere rispetto ai limiti del mandato, avendo gli arbitri tecnici espresso inammissibili valutazioni giuridiche (emettendo statuizione di condanna al pagamento di somme o all’esecuzione di opere), con conseguente annullamento del lodo solo limitatamente al capo relativo, non determinando la caducazione della sola parte giuridica del lodo un’alterazione degli elementi essenziali del regolamento arbitrale.

Gli ulteriori vizi dedotti, di violazione del principio del contraddittorio e pronuncia oltre il termine di legge, erano assorbiti, ma, in ogni caso, erano inammissibili, non potendo essere dedotti come motivi di annullamento del lodo per arbitrato irrituale.

Avverso la suddetta pronuncia, non notificata, Partner srl propone ricorso per cassazione, notificato il 12-18/9/2015, affidato a cinque motivi, nei confronti di Low Cost Costruzioni srl, subentrata alla Impresa G. srl, già contumace in giudizio di appello (che non svolge difese).

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. La ricorrente lamenta: a) con il primo motivo, la violazione e/o falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, art. 1418 c.c., art. 829 c.p.c., comma 1, n. 9, art. 101 c.p.c., artt. 34,2 e 3 Cost., per avere la Corte d’appello, pur accogliendo l’impugnazione, in rito, di Partner, in punto di competenza del giudice ordinario a conoscere della convenzione di arbitrato, poi errato nel respingere le eccezioni sollevate ai fini dell’invalidità dell’intero lodo arbitrale (per violazione del contraddittorio, non essendo state sentite le parti dopo il primo sopralluogo nell’immobile, avvenuto il 20/11/2003, ed anche per pronuncia oltre il termine di legge, di 180 gg., ed eccedendo i limiti del mandato, avendo gli arbitri emesso il lodo oltre il termine fissato dalla legge, senza il consenso scritto delle parti ad una sua proroga); b) con il secondo motivo, la violazione e/o falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, art. 820 c.p.c., comma 4, art. 829 c.p.c., comma 1, nn. 6 e 9, art. 1722 c.c., comma 1, art. 1711 c.c., in punto di rigetto dei motivi di impugnazione relativi alla pronuncia del lodo oltre il termine prefissato dalle parti, in difetto di proroga scritta consentita dalle parti personalmente o da loro procuratori speciali ed c) con il terzo motivo, la violazione e/o falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, artt. 1429,1428 e 1427 c.c., in relazione al rigetto della domanda, subordinata, svolta da essa Partner in ordine alla declaratoria di invalidità del lodo per violazione del principio del contraddittorio, integrante, comunque, nell’ipotesi di arbitrato irrituale, un ipotesi di errore essenziale sull’oggetto del contratto di mandato e come violazione del contratto di mandato; d) con il quarto motivo, la violazione e/o falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, artt. 1711 e 1419 c.c., in punto di declaratoria della nullità parziale del lodo per superamento dei limiti del mandato conferito agli arbitri, a fronte del principio generale per cui la nullità di una parte o di una clausola del contratto invalida l’intero negozio, allorchè la nullità si riferisca ad elemento essenziale di esso, come nella specie, essendo essenziale il conferimento del mandato a due necessarie commissioni, ognuna con il compito di decidere la controversia nel proprio ambito, tecnico e giuridico; e) con il quinto motivo, l’omesso esame, ex art. 360 c.p.c., n. 5, di fatto decisivo, rappresentato dal fatto che, ai fini dell’effettuazione dei lavori di ripristino per la rimozione dei vizi e difetti delle opere (accertati dalla Commissione Tecnica, senza alcun contraddittorio con le parti), all’interno del capannone di proprietà di Plurima, era necessaria la previa liberazione dei locali, con smontaggio e rimontaggio delle scaffalature di archivio presenti, per un costo, all’epoca, secondo relazione di parte, di oltre Euro 77.000,00, cosicchè la decisione della Commissione tecnica arbitrale era stata anche frutto di una falsa rappresentazione della realtà e non corretta individuazione delle circostanze fattuali attinenti ai quesiti tecnici oggetto del mandato alla stessa conferito.

2. Le prime tre censure, da trattare unitariamente in quanto connesse, sono fondate.

La Corte d’appello, dopo avere ritenuto l’impugnazione del lodo per arbitrato irrituale ammissibile e fondata, in relazione al solo eccepito vizio di eccesso dai limiti del mandato, per avere la Commissione tecnica nominata, espresso anche valutazioni e statuizioni giuridiche, non devolute alla sua cognizione, con conseguente declaratoria di nullità parziale del lodo nella parte “più prettamente giuridica, consistente nella condanna al pagamento di somme o all’esecuzione di opere”, ha ritenuto assorbiti dall’accoglimento del primo motivo di annullamento o, in ogni caso, inammissibili gli altri motivi, implicanti meri vizi formali, quali il mancato rispetto del principio del contraddittorio o la dedotta emissione del lodo oltre il termine di legge.

2.1. Ora, con riguardo al principio del contraddittorio, questa Corte, già nel 1961, con la sentenza n. 941, ha avuto modo di chiarire la sua portata nell’ambito della disciplina dell’arbitrato irrituale: “le norme del codice di procedura civile dettate per l’arbitrato rituale non sono applicabili all’arbitrato libero o irrituale, che è un istituto di diritto sostanziale riconducibile, in relazione alla sua intima essenza, nello schema negoziale del mandato, il cui contenuto specifico consiste nell’incarico, conferito a comuni mandatari, di regolare la controversia in via di composizione amichevole e transattiva, mentre l’arbitrato rituale importa l’attribuzione agli arbitri, per volontà di legge che diviene operante in dipendenza della electio delle parti, di poteri decisori che si esprimono in un pronuncia destinata a tenere luogo della sentenza emessa dal giudice ordinario. La disposizione dell’art. 816 c.p.c., comma 3, che impone agli arbitri di assegnare in ogni caso alle parti i termini per presentare documenti e memorie e per esporre le loro repliche (norma ritenuta inderogabile, al fine dell’osservanza del principio del contraddittorio, per l’arbitrato rituale, anche quando gli arbitri siano stati autorizzati a decidere secondo equità e senza l’osservanza di regole di procedura), non può ritenersi prescritta a pena di nullità anche nell’arbitrato irrituale: infatti, se non può negarsi il principio del contraddittorio anche nell’arbitrato libero, questo però deve essere inteso in relazione al contenuto della pronuncia che le parti chiedono agli arbitri di emettere; nell’arbitrato irrituale, quindi, il contraddittorio non si articola necessariamente in forme rigorose ed in fasi progressive, regolate dall’arbitrato mediante la prefissione di termini, neppure per quanto attiene al potere delle parti di presentare documenti o memorie o di esporre repliche, come prescrive il citato art. 816 c.p.c., comma 3, per l’arbitrato rituale ed e invece sufficiente che l’attività assertiva e deduttiva delle parti si sia potuta esplicare, in qualsiasi modo e tempo, in relazione agli elementi che l’arbitro potrà assumere a fondamento della sua pronuncia, affinchè il principio del contraddittorio possa ritenersi osservato” (conf. Cass. 1070/1962; Cass. 3298/1974).

Nell’arbitrato irrituale quindi è stato ritenuto sufficiente che l’attività assertiva e deduttiva delle parti si fosse potuta esplicare in qualsiasi modo e tempo, in relazione agli elementi che l’arbitro avrebbe dovuto assumere a fondamento della sua pronunzia, affinchè il principio del contraddittorio potesse ritenersi osservato, ponendosi unicamente un problema di conoscibilità, da parte dell’arbitro, delle questioni controverse, affinchè la sua determinazione non risultasse viziata nel suo contenuto, per errore essenziale di fatto, salvo diversa volontà delle parti, nella loro autonomia (Cass. 2451/1979; Cass. 3032/1995).

Dopo tali primi arresti, si è tuttavia precisato, secondo una più moderna interpretazione del principio del contraddittorio, in una dimensione costituzionale, inteso come garanzia di partecipazione effettiva al procedimento, ossia come riconoscimento del diritto di influire concretamente sullo svolgimento del processo e del suo esito, cooperando all’accertamento dei fatti ed al reperimento delle prove così da contribuire alla formazione del convincimento del giudice, che, in ipotesi di arbitrato irrituale, vicenda che inizia e si esaurisce sul piano contrattuale, la violazione del contraddittorio non si pone come violazione del procedimento ma essenzialmente come “abuso del mandato, in quanto gli arbitri liberi, amichevoli compositori, nel redigere la soluzione contrattuale di tipo transattivo non si sarebbero mantenuti nei limiti dell’incarico ricevuto”, con l’ulteriore conseguenza che, mentre la violazione del procedimento per difetto di contraddittorio comporta la nullità della sentenza ed è denunciabile anche in Cassazione, la violazione del contratto, per inosservanza del contraddittorio, come uno dei criteri stabiliti dai compromittenti per lo svolgimento dell’arbitrato da parte degli arbitri amichevoli compositori, si risolve in un problema di ermeneutica negoziale, e cioè di un accertamento riservato al giudice di merito, purchè correttamente motivato ed ispirato ai principi di cui agli artt. 1362 c.c. e segg.; l’indagine, diretta a stabilire se l’arbitro si sia mantenuto o meno nei limiti dell’incarico ricevuto, si risolve nell’individuazione del contenuto del suddetto mandato e quindi in un accertamento riservato ai giudici del merito, insindacabile in sede di legittimità, se condotto nel rispetto dei criteri di ermeneutica negoziale e correttamente motivato (Cass. 2740/1985; Cass. 5485/1982; Cass. 595/1992; Cass. 11678/2001).

Nell’arbitrato libero o irrituale, dunque la violazione del principio del contraddittorio non rileva come vizio del procedimento, ma come violazione del contratto di mandato, e può rilevare esclusivamente ai fini dell’impugnazione ex art. 1429 c.c., ossia come errore degli arbitri che abbia inficiato la volontà contrattuale dai medesimi espressa; ne consegue che la parte che impugna il lodo deve dimostrare in concreto l’errore nell’apprezzamento della realtà’ nel quale gli arbitri sarebbero incorsi, mentre il solo fatto di non essere stata ascoltata, di non aver ricevuto copia della memoria prodotta dalla controparte o di non aver potuto produrre a sua volta una replica non implica di per sè un vizio della volontà degli arbitri (Cass. 15353/2004; Cass. 17636/2007).

La relativa deduzione comporta un’indagine da parte del giudice di merito sull’effettivo contenuto del mandato stesso, incensurabile in sede di legittimità se correttamente motivata (Cass. 1097/2016).

Nella specie, la Corte d’appello non ha neppure esaminato la doglianza, avendo affermato che la dedotta violazione non rilevava in giudizio, in quanto vizio formale non denunciabile ante riforma 2006 (con l’introduzione dell’art. 808 ter c.p.c.). Invece, nella specie, nelle censure, la ricorrente ha ampiamente allegato le concrete violazioni poste in essere dagli arbitri, che la Corte d’appello non ha negato, essendosi limitata a sostenere, come già evidenziato, che il difetto di contraddittorio non era deducibile.

E neppure, come pure ritenuto dalla Corte d’appello, la censura poteva ritenersi “assorbita”, per effetto della dichiarata nullità parziale del lodo, considerato che il vizio era stato formulato anche in relazione alle statuizioni tecniche espresse dalla Commissione arbitrale nominata, come si evince dal contenuto del quinto motivo di ricorso.

2.2. In ordine poi all’ulteriore vizio di eccesso dai limiti del mandato, per emissione del lodo oltre il termine di legge, la Corte d’appello ha ritenuto anche tale doglianza inammissibile, in quanto mossa in relazione a lodo per arbitrato irrituale cui doveva applicarsi la disciplina ante Riforma 2006.

Ma, questa Corte ha da tempo affermato che, nell’arbitrato irrituale, il termine, assegnato dalle parti agli arbitri per l’espletamento dell’incarico, configura un termine di durata strutturalmente essenziale, il cui inutile decorso determina il venir meno del potere conferito agli arbitri medesimi, e rende, quindi, giuridicamente impossibile la pronuncia del lodo (Cass. 4785/1984; Cass. 13212/2014). Ora, nell’ipotesi di mancata fissazione di un termine dalle parti, per l’emissione del lodo, si è ritenuto che, essendo comunque “nell’arbitrato libero, il contenuto dell’obbligo contratto dagli arbitri, secondo le regole del mandato,… quello di emettere il responso a loro affidato entro un dato termine, non potendo ammettersi che le parti siano vincolate alla definizione extragiudiziale della controversia (ed alla conseguente improponibilità della domanda giudiziale) per un tempo indefinito”, “ai sensi dell’art. 1722 c.c., n. 1, applicabile sia nei casi in cui il mandato abbia per oggetto il compimento di un atto negoziale (come il mandato a transigere) sia in quelli in cui il mandato abbia per oggetto il compimento di un atto giuridico in senso stretto (come la formulazione di un giudizio), il mandato conferito agli arbitri si estingue con la scadenza del termine prefissato dalle parti o determinato, in mancanza, dal giudice, ai sensi dell’art. 1183 c.c., su istanza della parte che vi ha interesse” (Cass. 8243/1995), “salvo che le parti non abbiano inteso in modo univoco conferire a detto termine un valore meramente orientativo” (Cass. 58/2001; cfr. Cass. 24562/2011, ove si è affermato che “la proroga del suddetto termine può essere concordata sia dai difensori muniti di procura speciale, comprensiva della facoltà di transigere e dei più ampi poteri, che necessariamente includono anche la possibilità di concedere un differimento del termine per l’emissione del lodo, che dai difensori privi di mandato speciale, ma in tal caso è necessario che le parti non abbiano negato il proprio consenso alla proroga medesima” ed il relativo accertamento, risolvendosi nella ricostruzione della volontà delle parti, è rimesso all’apprezzamento del giudice del merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente e correttamente motivato; Cass. 22994/2018).

In ogni caso, con riguardo al termine di emissione del lodo, in tema di arbitrato irrituale, trova applicazione l’art. 1722 c.c., n. 1, con la conseguenza che il mandato conferito agli arbitri per la pronuncia del lodo deve ritenersi estinto alla scadenza del termine prefissato dalle parti, da ritenersi essenziale, salvo che le stesse non abbiano inteso in modo univoco conferire a detto termine un valore meramente orientativo (Cass. 9924/2018), e la relativa indagine spetta al giudice di merito.

Nella specie, la Corte d’appello, ritenendo la doglianza assorbita o inammissibile, non ha compiuto alcun esame della doglianza.

4. Il quarto motivo, con il quale si censura la statuizione di declaratoria di nullità solo parziale e non dell’intero lodo, ed il quinto motivo, implicante vizio motivazionale, sono assorbiti.

6. Per tutto quanto sopra esposto, in accoglimento dei primi tre motivi del ricorso, assorbiti gli altri, va cassata la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d’appello di Perugia, in diversa composizione.

Il giudice del rinvio provvederà alla liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie i primi tre motivi del ricorso, assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d’appello di Perugia, in diversa composizione, anche in ordine alle spese processuali del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 14 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 luglio 2021

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