Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19277 del 17/07/2019

Cassazione civile sez. VI, 17/07/2019, (ud. 05/04/2019, dep. 17/07/2019), n.19277

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – rel. Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14795-2018 proposto da:

G.C. e D.M.A. elettivamente domiciliati

in ROMA, VIA EMILIO FAA’ DI BRUNO, 52, presso lo studio

dell’avvocato GIANFRANCO ZACCO, rappresentati e difesi dall’avvocato

DANIELE ZUMMO;

– ricorrente –

contro

DE.GR.AN.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 2077/2017 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 10/11/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

05/04/2019 dal Consigliere Dott. ORILIA LORENZO.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1 La Corte d’Appello di Palermo con sentenza 10,11.2017, respingendo l’appello proposto dai coniugi G.C. e D.M.G. nei confronti di De.Gr.An., ha confermato la sentenza 5848/2011 del locale Tribunale che, aveva accolto la domanda di rilascio proposta da quest’ultimo e, respinto la loro contrapposta domanda riconvenzionale di acquisto per usucapione della proprietà di un fondo in Palermo (foglio (OMISSIS) particella (OMISSIS) e per giungere a tale conclusione, ha osservato:

– che l’azione proposta era quella di restituzione;

– che dall’istruttoria espletata era emerso che l’immobile era detenuto per spirito di cortesia da parte dell’attore;

– che i convenuti-appellanti non avevano dato la prova di atti di interversione del possesso.

2 Contro tale sentenza ricorrono per cassazione D.M.A., quale erede del defunto D.M.G. e la G. (anche nella predetta qualità) con due motivi mentre il De.Gr. non ha svolto difese in questa sede.

Il relatore ha proposto il rigetto del ricorso per manifesta infondatezza.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1.1 Con il primo motivo si denunzia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 948 e 1164 c.c., rimproverandosi alla Corte d’Appello di avere errato sulla qualificazione dell’azione e di non avere considerato il disinteresse dell’attore a fronte di un possesso, iniziato nel 1950 da parte del dante causa dei ricorrenti e poi protrattosi per successione, senza che venisse avanzata alcuna richiesta di compenso o di rilascio.

1.2 Col secondo motivo si denunzia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 1158 c.c. per avere la Corte d’Appello escluso il possesso ad usucapionem nonostante la pubblicità e pacificità del possesso manifestatosi attraverso tutte le attività in contrasto con l’altrui diritto di proprietà.

2 I due motivi, da esaminare congiuntamente (per il comune riferimento alla questione del possesso ad usucapionem) sono manifestamente infondati.

Come costantemente affermato da questa Corte, in tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, solo sotto l’aspetto del vizio di motivazione (tra le varie, v. (v. tra le varie, Sez. L, Sentenza n. 195 del 11/01/2016 Rv. 638425; Sez. 5, Sentenza n. 26110 del 30/12/2015 Rv. 638171; Sez. 5, Sentenza n. 8315 del 04/04/2013 Rv. 626129; Sez. L, Sentenza n. 7394 del 26/03/2010 Rv. 612745; più di recente, v. anche Sez. 2 – Ordinanza n. 20964 del 08/09/2017 Rv. 645246 in motivazione).

Nel caso in esame, i ricorrenti, lungi dal denunziare la violazione di norme di diritto nel senso sopra indicato, tendono ad allegare unicamente un’erronea ricognizione della fattispecie concreta laddove sostengono che il rapporto col bene era da inquadrarsi nello schema del possesso ad usucapionem e per di più, omettono non solo di specificare quale fosse il tipo dei lavori da essi asseritamente compiuti (così contravvenendo all’onere di specificità del motivo), ma anche di confrontarsi con la ratio decisiva, fondata sulla concessione dell’uso dell’immobile per motivi di cortesia, in considerazione della mancanza di alloggio da parte del colono, il padre della G. (v. pag. 6) e quindi, su un rapporto che può ovviamente inquadrarsi nel comodato e che per poter dare ingresso ad atti di esercizio del possesso ad usucapionem abbisognava di idonei atti di interversione, mai posti in essere, come ha evidenziato la Corte d’Appello a pag. 6 della sentenza.

In conclusione, il ricorso va respinto.

La mancanza di difese da parte del De.Gr. esime dal pronunciare sulle spese, mentre va dato atto della sussistenza dell’obbligo, per i ricorrenti, di provvedere al versamento dell’ulteriore contributo unificato.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 -bis.

Così deciso in Roma, il 5 aprile 2019.

Depositato in Cancelleria il 17 luglio 2019

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