Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19273 del 29/09/2016


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Cassazione civile sez. III, 29/09/2016, (ud. 23/06/2016, dep. 29/09/2016), n.19273

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – rel. Consigliere –

Dott. DEMARCHI ALBENGO Paolo Giovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 11600/2013 proposto da:

C.F., (OMISSIS), in proprio e quale erede della Sig.ra

L.I., C.A. (OMISSIS), in proprio e quale erede

della Sig.ra L.I., C.S. (OMISSIS),

C.I. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DUILIO 7,

presso lo studio dell’avvocato CLAUDIO FEDERICO, che li rappresenta

e difende giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

ALLIANZ SPA, (già SPA R.A.S. conferitaria dell’Azienda di LLOYD

ADRIATICO SPA), in persona del procuratore Dr. D.M.G.,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PANAMA 88, presso lo studio

dell’avvocato GIORGIO SPADAFORA, che la rappresenta e difende giusta

procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

e contro

D.P.C.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 5282/2012 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 24/10/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

23/06/2016 dal Consigliere Dott. CHIARA GRAZIOSI;

udito l’Avvocato CLAUDIO FEDERICO;

udito l’Avvocato GIORGIO SPADAFORA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CARDINO Alberto, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con sentenza del 2-24 ottobre 2012 la Corte d’appello di Roma ha rigettato l’appello proposto da L.I. e da C.F., A., S. e I. avverso sentenza n. 7524/2005 con cui il Tribunale di Roma aveva respinto per maturata prescrizione la loro domanda risarcitoria come prossimi congiunti di C.M., deceduto il (OMISSIS) perchè investito da un’auto condotta dalla proprietaria D.P.C., assicurata da Lloyd Adriatico Assicurazioni S.p.A..

2. Hanno presentato ricorso C.F. e A. in proprio e quali eredi di L.I., nonchè C.S. e I., sulla base di due motivi.

Si difende con controricorso la compagnia assicuratrice, oggi Allianz S.p.A., chiedendo il rigetto del ricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

3.1 Per meglio comprendere il significato delle censure contenute nel ricorso è il caso di riassumere l’iter logico-giuridico che ha condotto la corte territoriale alla sua decisione.

Il giudice d’appello ha rilevato che la conducente era stata sottoposta a giudizio penale a seguito della imputazione di omicidio colposo ma che tale reato era stato derubricato in quello di lesioni personali colpose, onde era stato dichiarato non luogo a procedere per difetto di querela. Se il reato è perseguibile a querela, ma questa non è stata proposta, ad avviso della corte deve applicarsi la prescrizione biennale ex art. 2947 c.c., comma 2, decorrente in ogni caso dalla scadenza del termine utile per proporre querela. Non rileverebbe, infatti, che gli appellanti non abbiano querelato perchè confidavano nella procedibilità d’ufficio per il reato di cui all’art. 589 c.p.. Avrebbero potuto comunque agire nei termini ex art. 2947 c.c., contro la compagnia assicurativa; ma la pretesa nei confronti di quest’ultima fu da loro avanzata a oltre due anni dalla scadenza del termine per presentare querela.

3.2 Il primo motivo, allora, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, denuncia violazione dell’art. 2947 c.c., comma 3.

Il giudice d’appello avrebbe errato nel ritenere necessario, per l’applicazione del più lungo termine prescrizionale previsto per il reato, la proposizione di querela, non tenendo conto dell’orientamento espresso da S.U. 18 novembre 2008 n. 27337, per cui l’accertamento incidenter tantum di una fattispecie astrattamente configurabile come reato, necessario ex art. 2947 c.c., comma 3, all’applicazione del più lungo termine prescrizionale stabilito dalla legge penale, è svincolato dalla effettiva procedibilità del reato, e quindi anche dalla proposizione della querela.

Invero, il suddetto intervento delle Sezioni Unite ha affermato che, nel caso in cui l’illecito civile sia considerato dalla legge come reato ma non sia stato promosso il giudizio penale, anche per difetto di querela, al diritto al risarcimento deve applicarsi l’eventuale più lunga prescrizione prevista per il reato, ex art. 2947 c.c., comma 3, prima parte, purchè il giudice civile accerti, incidenter tantum e con gli strumenti probatori ed i criteri propri del processo civile, la sussistenza di una fattispecie integrante un fatto-reato in tutti i suoi elementi costitutivi, soggettivi ed oggettivi (cosi, appunto, S.U. 18 novembre 2008 n. 27337; e v. pure, tra le successive molteplici conformi, Cass. sez. 3, 23 giugno 2009 n. 14644 e Cass. sez. 3, 25 novembre 2014 n. 24998).

Tuttavia, tale questione non risulta essere stata sottoposta al giudice d’appello, per cui in questa sede integra una questione nuova, la cui inammissibilità si riflette ovviamente sul motivo in esame.

3.3.1 Il secondo motivo denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione dell’art. 2943 c.c., comma 2.

Secondo la corte territoriale, come si è visto, non avrebbe avuto alcuna incidenza il fatto che i congiunti della persona deceduta supponevano la procedibilità d’ufficio nel reato, contestato dal PM come omicidio colposo. Questo però, ad avviso dei ricorrenti, oltre a confliggere con la ratio dell’art. 2947 c.c., comma 3, individuabile nel consentire al danneggiato di attendere la definizione del giudizio penale, contrasterebbe con la giurisprudenza di legittimità, la quale insegna che, per dar luogo alla prescrizione più lunga, rileva il reato contestato nell’originaria imputazione finchè non si forma il giudicato. La prescrizione si sarebbe quindi maturata nel caso di specie il 4 agosto 2003; essendosi i parenti del defunto costituiti parte civile il 14 novembre 2002, da tale data ex art. 2943 c.c., sarebbero decorsi altri cinque anni; e vi sarebbe stata pure un’ulteriore interruzione perchè i congiunti inviarono all’assicurazione richiesta L. n. 990 del 1969, ex art. 22 il 13 novembre 2002. Intervenuta poi il 19 febbraio 2003 la sentenza penale che derubricava l’originaria imputazione in lesioni personali colpose, dalla data della sua irrevocabilità il diritto dei ricorrenti avrebbe cessato di fruire del termine quinquennale di prescrizione, soggiacendo invece a quello biennale ex art. 2947 c.c., u.c., interrotto il 21 marzo 2003 con la notifica dell’atto introduttivo di primo grado.

3.3.2 Correttamente il motivo invoca la giurisprudenza di questa Suprema Corte per cui ai fini dell’applicazione dell’art. 2947 c.c., comma 3, quel che rileva è l’imputazione originaria nel caso di successiva derubricazione finchè non divenga definitiva la sentenza che ha derubricato il reato; e ciò logicamente assorbe ogni profilo attinente alla prevedibilità della derubricazione (i ricorrenti citano Cass. sez. 3, 17 maggio 1997 n. 4431 e Cass sez. 3, 9 giugno 2010 n. 13832; v. pure, tra le successive, Cass. sez. 3, 10 maggio 2000 n. 5945, Cass. sez. 1, 7 giugno 2006 n. 13272). Su questa tematica è particolarmente significativa S.U. 5 aprile 2013 n. 8348, per cui, nel caso di esercizio dell’azione civile nel processo penale, qualora questo si sia concluso con la dichiarazione di una causa di estinzione del reato la decorrenza della prescrizione biennale ex art. 2947 c.c., comma 3, non parte dall’accadimento dell’evento, bensì dalla data in cui è divenuta irrevocabile la sentenza penale, poichè fino ad allora il danneggiato gode di “un legittimo affidamento sul permanere dell’effetto interruttivo-sospensivo della prescrizione conseguente all’esercizio dell’azione civile, anche in funzione dell’esigenza di bilanciamento della brevità del termine biennale col diritto fondamentale della vittima del reato all’accesso alla giustizia”. Essendo evidente che la dichiarazione di una mancanza di una condizione di procedibilità (quale è la querela: v. artt. 336 c.p.p. e segg.) è del tutto analoga, per la tematica in esame, alla dichiarazione di una causa di estinzione del reato (sulla prossimità degli istituti cfr. art. 129 c.p.p.), non può non riconoscersi che la stella polare della interpretazione appunto in questa tematica è proprio la necessità di evitare che l’esercizio dell’azione civile In sede penale venga a costituire un eventuale “tranello” prescrizionale in cui il diritto risarcitorio cada e si consumi, facendo gravare l’evoluzione e l’esito dell’accertamento penale sulla posizione sostanziale del soggetto che si è costituito parte civile, così che questo sia costretto – aggravando a sua volta la “macchina” della giustizia, con evidenti ripercussioni di inefficienza complessiva – a premunirsi agendo per il risarcimento anche al di fuori della sede penale, cioè in sede civile nei confronti della compagnia assicurativa come ha prospettato la corte territoriale. La vittima del reato, come esterna icasticamente l’arresto delle Sezioni Unite, ha il diritto all’accesso alla giustizia, nel senso che può scegliere se esercitare la sua azione civile in sede civile o in sede penale (artt. 74 e 75 c.p.p.) senza che dall’opzione penale possa derivarle detrimento alcuno, bensì nell’assoluta salvaguardia del suo diritto (cfr. pure l’ormai risalente Cass. sez. 3, 17 maggio 1985 n. 3013 che, a proposito appunto della contigua fattispecie della prescrizione, già affermava che, se del reato veniva accertata la prescrizione dal giudice penale in forza di una derubricazione, “il danneggiato solo da tale momento è tenuto ad osservare la prescrizione conseguente al nuovo titolo di reato, avendo sino a quella data fatto affidamento sulla conservazione dell’azione civile negli stessi termini utili per l’esercizio della pretesa punitiva dello Stato contro il responsabile e, perciò, su una diversa situazione che gli assicurava la salvaguardia del proprio diritto”; sull’effetto interruttivo in ordine alla prescrizione del diritto al risarcimento per tutta la durata del processo penale ove si costituisce il danneggiato quale parte civile v. altresì Cass. sez. 3, 20 giugno 2001 n. 8399).

In conclusione, il secondo motivo merita accoglimento, per cui la sentenza deve essere cassata con conseguente rinvio alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione.

PQM

Cassa la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 23 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 29 settembre 2016

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