Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19264 del 16/09/2020

Cassazione civile sez. II, 16/09/2020, (ud. 06/02/2020, dep. 16/09/2020), n.19264

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – rel. Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20595/2019 proposto da:

Y.A.T., elettivamente domiciliata in Roma, V. Della

Giuliana 50, presso lo studio dell’avvocato Fabrizio Alfieri,

rappresentata e difesa dall’avvocato Anna Maria Pantalea Concolino

Chiefalo;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), rappresentata ope legis

dall’Avvocatura generale dello Stato con sede in Roma, Via Dei

Portoghesi 12;

– controricorrente –

e contro

COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE

INTERNAZIONALE CROTONE, PROCURATORE GENERALE CORTE APPELLO

CATANZARO;

– intimato –

avverso la sentenza n. 58/2019 della Corte d’appello di Catanzaro,

depositata il 15/01/2019;

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

06/02/2020 dal Consigliere Dott. Annamaria Casadonte.

 

Fatto

RILEVATO

che:

– il presente giudizio trae origine dal ricorso proposto da Y.A.T., cittadina della (OMISSIS), avverso la sentenza della Corte d’appello di Catanzaro che, respingendo il gravame, ha confermato il diniego del riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a), b) e c), nonchè del diritto al riconoscimento della protezione umanitaria decisi dalla Commissione territoriale di Crotone;

– a sostegno delle domande la richiedente aveva allegato di provenire dalla Costa D’Avorio dove all’età di (OMISSIS) anni aveva avuto un figlio; aggiungeva di essere scappata perchè il padre e lo zio, che l’avevano cresciuta, volevano costringerla a sposare contro il suo volere un uomo più grande, con il quale era stata costretta a trascorrere una notte;

– la corte territoriale respingeva l’appello, definendo il racconto della richiedente non plausibile e contraddittorio;

– la corte distrettuale riteneva, conseguentemente, che i fatti narrati dalla ricorrente non erano riconducibili a persecuzione per motivi di razza, nazionalità, religione, opinioni politiche o appartenenza ad un determinato gruppo sociale nè alle fattispecie di protezione sussidiaria previste dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b);

– inoltre la corte escludeva, a prescindere dalla ritenuta inattendibilità del suo racconto, la sussistenza con riguardo alla situazione socio-politica della Costa d’Avorio, della fattispecie della violenza indiscriminata di cui del citato art. 14, lett. c);

– ancora, la corte territoriale dichiarava l’insussistenza di una specifica situazione di vulnerabilità che potesse giustificare il riconoscimento della protezione umanitaria;

– la cassazione della sentenza impugnata è chiesta sulla base di tre motivi, cui resiste con controricorso l’intimato Ministero.

Diritto

CONSIDERATO

che:

– con il primo motivo la ricorrente denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione o falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 5, per non avere la corte territoriale preso in considerazione, ai fini del giudizio, la situazione socio-politica della Costa d’Avorio ed il rischio di persecuzione cui ella sarebbe esposta in caso di rimpatrio;

– la censura è infondata;

– la corte territoriale ha, diversamente da quanto sostenuto dalla ricorrente, esaminato la situazione della Costa D’Avorio sulla base delle risultanze emergenti da rapporti ufficiali quali quello pubblicato nel 2014 dalla Commissione dialogo, verità e riconciliazione” appositamente istituita per avviare un processo di consolidamento democratico, così come quello del 2015-2016 di Amnesty International o quelli del Segretariato generale dell’O.N.U. del 2015 e del 2017;

– la conclusione formulata circa la situazione di stabilità politica caratterizzante il Paese di provenienza della Y.A. risulta quindi legittimamente espressa sulla scorta delle fonti Internazionali, come previsto dal D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 5;

– con il secondo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), per non avere la corte territoriale considerato che la costrizione di una donna ad un matrimonio forzato costituisce violazione della sua dignità rilevante quale “grave danno” ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria;

– la censura è inammissibile;

– nonostante il corretto richiamo alla ordinanza di questa Corte n. 25873/2013 in merito al rilievo che la costrizione di una donna a un matrimonio forzato costituisce grave violazione della sua dignità e, dunque, trattamento degradante ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b), la censura non coglie la ratio decidendi della sentenza impugnata sul punto;

– la corte non ha, infatti, escluso in astratto la rilevanza della fattispecie, ma ha negato la protezione sussidiaria rispetto alle fattispecie astratte di cui dell’art. 14 cit., lett. a) e b), per avere ritenuto contraddittorio e generico il racconto che la richiedente aveva fornito sul matrimonio forzato;

– risulta, invero, dalla pag. 4 della sentenza gravata che la richiedente aveva fornito versioni diverse di quanto accadutole e non aveva offerto spiegazioni utili a giustificare le lacune evidenziate nel suo racconto;

– con il terzo motivo si censura, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione dell’art. 112 c.p.c. e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19 e D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 32, per non avere riconosciuto a favore della richiedente una specifica condizione di vulnerabilità, in quanto sola e priva di risporse economiche e di appoggio familiare;

– la censura è infondata;

– la giurisprudenza consolidata prevede che il riconoscimento della protezione umanitaria consegua all’accertamento di una specifica situazione soggettiva di vulnerabilità del richiedente che, pur non integrando i presupposti per lo status di rifugiato o per la protezione sussidiaria, attenga ai bisogni primari ed ineludibili, non assicurati nel caso di rimpatrio forzoso (cfr. Cass. 4455/2018); a tal fine è stato altresì precisato che l’inserimento lavorativo in Italia non costituisce di per sè prova per giustificare il riconoscimento della protezione umanitaria, potendo lo stesso valere piuttosto quale termine di paragone rispetto alla eventuale esposizione a grave pregiudizio derivante dal rientro nel Paese di provenienza;

– nel solco di tale giurisprudenza la corte territoriale ha evidenziato che la richiedente non ha allegato uno specifico pregiudizio derivante dal rimpatrio nel Paese di provenienza dove ella ha, peraltro, un figlio e che dalle informazioni raccolte non risulta una situazione di emergenza sanitaria, ambientale o alimentare;

– infine, come pure ripetutamente osservato, la corte calabrese ha statuito che la mera aspirazione a condizioni lavorative o di vita migliori non è sufficiente a giustificare la protezione umanitaria (cfr. Cass. 3681/2019; id. 23757/2019);

– l’esito sfavorevole di tutti i motivi, giustifica il rigetto del ricorso;

– in applicazione del principio di soccombenza parte ricorrente va condannata alla rifusione delle spese di lite a favore di parte controricorrente nella misura liquidata in dispositivo;

– ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente alla rifusione delle spese di lite a favore del controricorrente che liquida in 2100,00 per compensi, oltre spese prenotate e prenotande a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 6 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 16 settembre 2020

 

 

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