Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19257 del 16/09/2020

Cassazione civile sez. II, 16/09/2020, (ud. 21/01/2020, dep. 16/09/2020), n.19257

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20494/2019 proposto da:

M.K., rappresentato e difeso dall’avvocato ANDREA

PIZZINI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso il decreto n. cron. 992/2019 del TRIBUNALE di TRENTO,

depositato il 23/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

21/01/2020 dal Consigliere Dott. CHIARA BESSO MARCHEIS.

 

Fatto

PREMESSO

che:

1. Con ricorso al Tribunale di Trento, M.K., cittadino della (OMISSIS), ricorreva avverso il rigetto della domanda di protezione, reso dalla locale Commissione territoriale di Verona con provvedimento del 23 febbraio 2018, chiedendo il riconoscimento della protezione sussidiaria ovvero di quella umanitaria. Il richiedente aveva dichiarato di avere lasciato il suo Paese d’origine poichè lo zio lo costringeva a lavorare e a studiare il Corano, infliggendogli punizioni corporali, così che temeva di rimpatriare perchè sarebbe stato perseguitato dallo zio.

2. Con Decreto 23 maggio 2019, n. 992, il Tribunale di Trento rigettava il ricorso. In particolare, il giudice adito respingeva la domanda di protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c), reputando non attendibili le dichiarazioni del richiedente circa le ragioni che l’avevano indotto ad abbandonare il suo Paese, essendo il racconto non verosimile e non circostanziato, e comunque ritenendo, a prescindere dalla inattendibilità della vicenda narrata, non sussistenti i presupposti per la concessione della protezione sussidiaria; il Tribunale, poi, ha ritenuto che il richiedente “non abbia alcun serio motivo umanitario che possa giustificare la sua permanenza in Italia, mentre presenta forti legami e radicalizzazioni con il proprio Paese” e ha sottolineato che non sono state allegate specifiche situazioni soggettive tali da giustificare la concessione della protezione umanitaria D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 5, comma 6, rilevando che non erano state allegate specifiche ragioni di vulnerabilità e ritenendo insufficiente, ai fini della concessione della protezione, l’isolata considerazione del livello di integrazione in Italia.

3. Avverso il decreto di rigetto propone ricorso per cassazione M.K..

Resiste con controricorso il Ministero dell’interno.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Il ricorso è articolato in due motivi.

a) Il primo motivo denuncia “violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 5, 6,7 e 14 e D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 27, comma 1-bis, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5)”: il Tribunale ha erroneamente ritenuto che i gravissimi fatti narrati dal ricorrente non sono riconducibili a un rischio attuale di persecuzione ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria; da un lato il ricorrente, sia in sede di audizione che di interrogatorio libero, ha narrato i fatti con riferimenti temporali specifici e ha dato prova di avere compiuto ogni ragionevole sforzo per provare i fatti posti a fondamento della sua richiesta; dall’altro lato ha scarsa rilevanza la constatazione che in Guinea non sussiste un conflitto armato poichè, se il ricorrente dovesse rimpatriare, si troverebbe comunque esposto al rischio di subire atti di violenza da parte di un suo familiare.

Il motivo non può essere accolto. Il Tribunale ha ritenuto che le dichiarazioni del richiedente fossero non coerenti e plausibili, con apprezzamento di fatto insindacabile da parte di questa Corte di legittimità in quanto analiticamente motivato (v. pp. 3-5 del provvedimento impugnato). “In materia di protezione internazionale – infatti – il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, obbliga il giudice a sottoporre le dichiarazioni del richiedente, ove non suffragate da prove, non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna, ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda, verifica sottratta al controllo di legittimità al di fuori dei limiti di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5” (così Cass. 21142/2019).

L’inattendibilità della vicenda narrata comporta che non possa ricorrere il fondato timore, nell’ipotesi di ritorno al proprio Paese di origine, di correre il rischio effettivo di subire un danno grave ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14.

b) Il secondo motivo contesta “violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32 e D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5”: il Tribunale non ha “tenuto minimamente in considerazione” l’integrazione sociale del ricorrente nel tessuto sociale italiano e non ha considerato che, in caso di rientro in Guinea, il ricorrente vivrebbe in una situazione oggettivamente precaria, non avendo alcuna prospettiva lavorativa.

Il motivo non può essere accolto. Il Tribunale ha considerato i documenti che attestano l’inserimento del ricorrente in Italia, così come quelli attestanti le cure mediche cui è stato sottoposto (v. pp. 8 e 9 del provvedimento impugnato), ma ha rilevato che il suo livello di integrazione non può essere considerato isolatamente e astrattamente (v., al riguardo Cass., sez. un., n. 29459/2019, per cui “in tema di protezione umanitaria, l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali comporta che, ai fini del riconoscimento della protezione, occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza, senza che abbia rilievo l’esame del livello di integrazione raggiunto in Italia, isolatamente ed astrattamente considerato”) e ha escluso che ricorrano i seri motivi che fondano la concessione della protezione. Seri motivi rispetto ai quali il motivo si limita genericamente a indicare le difficoltà di inserimento lavorativo nel paese d’origine del ricorrente, difficoltà che non giustificano di per sè la concessione della protezione umanitaria, dovendo il richiedente fornire elementi idonei a far desumere che il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani al di sotto del nucleo ineliminabile, costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza (v. ancora la pronuncia delle sezioni unite n. 29459/2019).

2. Il ricorso va quindi rigettato.

Le spese, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio in favore del controricorrente che liquida in Euro 2.100, oltre spese prenotate a debito.

Sussistono, del D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1 quater, i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale della Sezione Seconda Civile, il 21 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 16 settembre 2020

 

 

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