Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19238 del 17/07/2019

Cassazione civile sez. II, 17/07/2019, (ud. 22/03/2019, dep. 17/07/2019), n.19238

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – rel. Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16655-2015 proposto da:

L.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE GIULIO

CESARE, 71, presso lo studio dell’avvocato ANDREA DEL VECCHIO, che

lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANTONIO MASTRI;

– ricorrente –

contro

D.P.V., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA DANTE 12,

presso lo studio dell’avvocato SILVIO AVELLANO, rappresentata e

difesa dall’avvocato ROBERTO DELLI PASSERI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 574/2015 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 04/05/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

22/03/2019 dal Consigliere ANTONIO ORICCHIO.

Fatto

RILEVATO

che:

è stata impugnata da L.L. la sentenza n. 574/2015 della Corte di Appello di Ancona con ricorso fondato su tre ordini di motivi e resistito con controricorso dalla parte intimata.

Per una migliore comprensione della fattispecie in giudizio va riepilogato, in breve e tenuto conto del tipo di decisione da adottare, quanto segue.

L’odierna parte ricorrente conveniva in giudizio innanzi al Tribunale di Ancona D.P.V., quale erede di D.S.A., al fine di ottenere condanna al pagamento della somma complessiva di Euro 44.532,88 a titolo di compenso per attività professionale svolta in favore della de cuius.

Il Giudice di prime cure, all’esito di giudizio instauratosi in contraddittorio con la convenuta che resisteva all’avversa domanda attorea, dichiarava – con sentenza del 26/3-5/5/2008 – l’intervenuta estinzione del diritto azionato per decorrenza sia della prescrizione breve triennale ex art. 2956 c.c., n. 2, che della prescrizione ordinaria decennale ai sensi dell’art. 2946 c.c..

A seguito di gravame interposto dall’odierno ricorrente e basato su un unico articolato motivo, l’adita Corte di Appello – con la decisione gravata col ricorso oggi in esame – “rigettava la domanda proposta da L.L.”.

Il ricorso viene deciso ai sensi dell’art. 375 c.p.c., u.c. con ordinanza in camera di consiglio non ricorrendo l’ipotesi di particolare rilevanza delle questioni in ordine alle quali la Corte deve pronunciare.

Sia la parte ricorrente che quella controricorrente hanno depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1.- Con un primo motivo (così enucleato pur in difetto di apposita rubrica in ricorso) si censura, testualmente, “l’errore compiuto dalla Corte di Appello nel ritenere rinunciata l’istanza istruttoria dell’odierno ricorrente”.

La censura risulta svolta con generico riferimento al prospettato fatto di aver “illegittimamente inibito il diritto di difesa del ricorrente (art. 24 Cost.)”.

Il motivo non può essere accolto.

Parte ricorrente intende dolersi del mancato accoglimento, da parte della sentenza di appello, delle doglianze svolte in ordine alla non ammissione, da parte del Giudice di prime cure, delle prove richieste nel giudizio innanzi al Tribunale.

Senonchè, a parte la inesistenza nel ricorso della dovuta allegazione del parametro normativo ai cui sensi è proposto il motivo (che è, quindi, irrituale) l’essenza stessa della svolta doglianza è generica e non coglie e scalfisce la ratio, in punto, della decisione oggi gravata innanzi a questa Corte.

L’impugnata sentenza ha rigettato la domanda proposta dall’odierno ricorrente per il mancato raggiungimento della prova su effettuazione e quantificazione della pretesa attività professionale svolta e non ha provveduto alla suddetta ammissione di mezzi di prova in base a motivo logico-giuridico del tutto corretto.

La Corte distrettuale ha, infatti, rilevato che ostava all’accoglimento della richiesta istruttoria la mancata completa riformulazione delle istanza nelle conclusioni formulate in primo grado, nonchè nell’ambito delle conclusioni svolte in sede di appello.

Per di più la Corte territoriale ha espressamente rilevato (con ratio non censurata in ricorso) che “l’appellante non ha censurato, con apposito motivo di impugnazione) l’ordinanza di rigetto delle istanze istruttorie ovvero l’omessa pronuncia sulle stesse” in primo grado.

E tanto fino al punto da dover far ritenere, secondo invocata e conforme giurisprudenza di questa Corte, rinunciata ogni istanza istruttoria al riguardo (Cass. n. 4157/2008) ovvero non riproposta (Cass. n. ri 15393/2005 e 1691/2006).

Nè appare possibile, cosi stando le cose, recuperare in sede di legittimità attività e richieste di ordine probatoria non ritualmente svolte nei pregressi gradi del giudizio e neppure gravate oggi a mezzo della deduzione di idonei parametri normativi.

Del tutto inconferente è, poi, la giurisprudenza invocata e citata nel ricorso (e relativa ad ipotesi di non contestazione del diritto, che non ricorrono nella fattispecie giacchè parte convenuta, invece, contestava l’avversa pretesa).

Il motivo è, quindi, inammissibile.

2.- Con il secondo motivo del ricorso si deduce, quale “ulteriore profilo”, la “nullità della sentenza per erroneo procedimento” ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 in ordine agli artt. 183,187,189,345 e 346 c.p.c..

Viene dedotto l’errore insito nella detta mancata ammissione della prova testimoniale richiesta e comportante la impossibilità di dimostrare il tempo di effettuazione delle pretese attività professionali e, quindi, la pretesa mancata estinzione per prescrizione del diritto ai compensi.

Il motivo è del tutto infondato in quanto la ratio decisiva (non colta col motivo del ricorso in esame) della Corte territoriale – a differenza della sentenza di primo grado – verteva sul rigetto della domanda per mancata prova e non per estinzione del diritto per intervenuta prescrizione dello stesso.

Nè, d’altra parte, l’ammissione della prova de qua poteva ritenersi dovuta nel giudizio di appello in dipendenza della ratio del rigetto della domanda in primo grado.

Il motivo deve, dunque, essere respinto.

3.- Con il terzo motivo del ricorso si prospetta il vizio di violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3.

Il motivo, oltre che per sua assoluta genericità (dovuta al mero rinvio alla pretesa “fondatezza” del ricorso operatorie tre righe di cui all’esposizione), è del tutto inammissibile in quanto pretesamente fondato su una diversa ipotesi di regolamentazione delle spese non suffragata da quanto correttamente ritenuto dalla Corte distrettuale.

4.- Il motivo deve, pertanto, essere rigettato.

5.- Le spese seguono la soccombenza e, per l’effetto, si determinano così come in dispositivo.

Sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

PQM

LA CORTE

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore della controricorrente delle spese del giudizio, determinate in Euro 5.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 22 marzo 2019.

Depositato in Cancelleria il 17 luglio 2019

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