Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19193 del 19/07/2018


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Civile Ord. Sez. 3 Num. 19193 Anno 2018
Presidente: TRAVAGLINO GIACOMO
Relatore: GORGONI MARILENA

ORDINANZA

sul ricorso 28855-2016 proposto da:
MILANESE ANNA MARIA, elettivamente domiciliata in
ROMA, VIA FONTANELLA BORGHESE 72, presso lo studio
dell’avvocato PAOLO VOLTAGGIO, rappresentata e difesa
dagli avvocati ILENIA DA LOZZO, RINALDO MENEGAZZI
giusta procura a margine del ricorso;
– ricorrente contro

2018
1417

AZIENDA SANITARIA UNIVERSITARIA INTEGRATA DI UDINE,
in persona del Direttore Generale, legale
rappresentante, dott. MAURO DELENDI, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIA DELLE FORNACI 38, presso lo
studio dell’avvocato FABIO ALBERICI, rappresentata e

Data pubblicazione: 19/07/2018

difesa dall’avvocato MARIO PAGNUTTI giusta procura a
margine del controricorso;
– controricorrente

avverso la sentenza n. 282/2016 della CORTE D’APPELLO
di TRIESTE, depositata il 04/05/2016;

consiglio del 10/05/2018 dal Consigliere Dott.
MARILENA GORGONI;

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udita la relazione della causa svolta nella camera di

R.G. 28855/16

(?(

FATTI DI CAUSA
1. Il Tribunale di Trieste, con sentenza n. 1420/2014, depositata il
4.11.2014, respingeva la domanda di Anna Maria Milanese nei confronti
dell’Azienda Ospedaliero Universitaria Santa Maria della Misericordia di Udine,
avente ad oggetto la richiesta di risarcimento dei danni patiti a seguito di un

sfinterotomia laterale interna”, ritenendo che il diritto risarcitorio si fosse
estinto per prescrizione.
2.

Anna Maria Milanese proponeva appello avverso la sentenza di prime

cure presso la Corte di Appello di Trieste, la quale, con sentenza n. 276/2015,
depositata il 4.05.2016, confermava la decisione del Tribunale e dichiarava
compensate le spese di giudizio anche del grado di appello, ritenendo che
l’art. 2935 c.c., il quale ancora l’exordium praescriptionis al momento in cui è
possibile dal punto di vista legale l’esercizio del diritto e, quindi, valorizza solo
gli impedimenti di carattere giuridico e non anche quelli di fatto, esclude che
tra i fatti che impediscono il decorso della prescrizione possa annoverarsi
anche l’ignoranza, da parte del titolare, dei fatti generatori del suo diritto. In
particolare, Anna Maria Milanese, secondo la Corte, aveva acquisito
consapevolezza di aver subito un danno alla propria salute già nella fase post
operatoria, quando i sintomi del malessere si erano manifestati senza mai
regredire, e non in quello successivo coincidente con la visita specialistica che
l’aveva resa edotta che l’intervento chirurgico cui si era sottoposta le aveva
provocato una lesione iatrogena dello sfintere anale.
3. Anna Maria Milanese propone ricorso in cassazione avverso la sentenza
di secondo grado, fondandolo su due motivi.
3.1. Resiste con controricorso la Azienda sanitaria universitaria integrata di
Udine.
RAGIONI DELLA DECISIONE
4. Con il primo motivo la ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360, comma
1, n. 3 c.p.c., la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2935 e 2946 c.c.,

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non riuscito intervento di “prolasso emorroidectomia sec. Longo –

e, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., l’omesso esame circa un fatto
decisivo per il giudizio.
4.1. Il motivo contiene doglianze eterogenee, ciascuna delle quali avrebbe,
invero, potuto sorreggere un autonomo motivo. La loro formulazione è tale da
rendere difficoltoso isolare quelle che si riferiscono all’art. 360, comma 1, n. 3
c.p.c. da quelle che invece sono riconducibili all’art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c.

avrebbe dovuto collocare il dies a quo del termine di prescrizione in un
momento anteriore a quello in cui la malattia era stata diagnosticata: anche
facendo leva sul preteso omesso esame del fatto che l’ultima prescrizione di
FKT risale all’8.5.2001 e che il successivo controllo ebbe luogo il 6.11.2001 (p.
14 del ricorso). In particolare, però, quest’ultima censura, oltre a difettare dei
requisiti minimi atti a soddisfare l’esigenza di autosufficienza del ricorso, stante
che la sentenza di appello ha confermato la decisione di primo grado sulle
stesse ragioni, inerenti alle questioni di fatto poste a base della decisione
impugnata, non può essere dedotta (Cass. 10/3/2014, n. 5528 ; Cass.
23/06/2017, n. 15647).
4.2. Il motivo, al di là dei non marginali profili di inammissibilità da cui è
affetto, si rivela, quanto alla dedotta violazione e/o falsa applicazione del
regime prescrizionale, infondato.
4.3. La ricorrente lamenta l’errore in cui la corte sarebbe incorsa facendo
decorrere il termine di prescrizione dal momento in cui si erano manifestati i
sintomi della malattia. In particolare, il giudice a quo, ad avviso della
ricorrente, si sarebbe discostato dal consolidato orientamento
giurisprudenziale, secondo il quale la conoscibilità del danno non si identifica
con la consapevolezza della vittima di stare male, occorrendo, invece, che sia
posta nelle condizioni di apprezzare, con la normale diligenza, la gravità delle
conseguenze lesive anche con riferimento alla loro rilevanza giuridica.
4.4. Va premesso che l’inadempimento dei sanitari si configura come
l’evento produttivo (o la fonte) del danno risarcibile, ma non si identifica con
questo, che è invece da individuarsi nel pregiudizio (perdita subita o mancato
guadagno) patito dal creditore della prestazione quale conseguenza immediata
4

Tutte sono inequivocabilmente strumentali a dimostrare che la Corte non

e diretta, ai sensi dell’art. 1223 c.c., della condotta inadempiente. Il fatto

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dannoso si perfeziona nel momento in cui il professionista compie l’atto
contestato, costituito, nella specie, dalla cattiva esecuzione dell’intervento;
mentre l’effettivo danno può non determinarsi affatto, essere contestuale al
compimento dell’atto ovvero, ancora, sorgere in un momento successivo: fatto
e danno sono, insomma, anche se cronologicamente coincidenti, logicamente e

prescrizione non inizia a decorrere (Cass. 12/12/2003, n. 18995; Cass.
5/12/2011, n. 26020; Cass. 5/04/2012, n. 5504; Cass. 22/09/2016, n.
18606).
4.5. Le divergenze tra la ricorrente e la Corte territoriale si concentrano
sulla individuazione del momento in cui il danno poteva dirsi manifestato: non
prima della visita medica che lo aveva accertato, secondo la ricorrente, in
concomitanza con i sintomi post operatori di grave incontinenza anale, mai
regrediti, secondo la Corte.
4.6. La statuizione del giudice a quo, in verità, risulta conforme alla
giurisprudenza legittimità quando ha ritenuto che i gravi sintomi manifestati
dalla ricorrente immediatamente dopo l’intervento fossero tali da renderle
percepibile la relativa derivazione causale: in virtù degli artt. 2934 e 2935 c.c.
l’inerzia della parte danneggiata nell’esercitare l’azione di responsabilità è
giustificata a condizione che il danno non fosse percepibile all’esterno né
conoscibile, non bastando, come si è detto, che il danno si fosse
empiricamente verificato.
4.7. La disposizione dell’art. 2935 c.c. – secondo cui “La prescrizione
comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere” collega proprio la decorrenza del termine di prescrizione alla possibilità di far
valere il diritto; e d’altra parte, lo stesso precedente art. 2934 c.c., comma 1 a tenore del quale “Ogni diritto si estingue per prescrizione, quando il titolare
non lo esercita per il tempo determinato dalla legge” – collega causalmente
l’estinzione del diritto per prescrizione all’inerzia del titolare del diritto: inerzia
che è tale — nel caso di diritto al risarcimento del danno — solo quando il
danno appaia percepibile all’esterno e conoscibile da parte del danneggiato.
5

giuridicamente distinti. Fintantoché il danno non si manifesta il termine di

4.8. La percepibilità del danno, però, va apprezzata non secondo parametri

I

soggettivi che guardino alla persona del danneggiato, ma secondo il parametro
dell’ordinaria diligenza, sulla base di un accertamento di fatto rimesso al
giudice di merito e non sindacabile in cassazione se motivato in modo esente
da vizi logici e giuridici (Cass. 05/12/2011, n. 26020). Quanto affermato in
merito all’exordium praescriptionis non apre la strada ad una rilevanza della

principio va coordinato con quello secondo cui la semplice ignoranza del
proprio diritto non preclude il decorso della prescrizione e tantomeno lo
interrompe (Cass. 13.6.1975, n. 2406).
4.9. Conseguentemente non sarà la semplice ignoranza del danneggiato
sull’esistenza del danno subito a precludere il decorso della prescrizione, in
quanto gli stati di ignoranza soggettiva in cui versa il titolare del diritto
costituiscono un mero impedimento di fatto (Cass. 9/05/2000, n. 5914).
Nemmeno basterà un ritardo o una difficoltà di accertamento – circostanza
occorsa proprio nel caso di specie -. Ne consegue che non è censurabile la
conclusione del giudice di appello nella parte in cui afferma che la percepibilità
del danno non coincide con il suo accertamento, posto che ciò che impedisce
che inizi a decorrere la prescrizione sono l’oggettiva impercepibilità e
riconoscibilità all’esterno del danno e cioè l’oggettiva sua esteriorizzazione.
5. Le sentenze n. 581 e 583 dell’11.1.2008 richiamate dal ricorrente sono
parzialmente se non del tutto inconferenti, perché riguardano una particolare
ipotesi di danni lungolatenti, ove lo sfalsamento cronologico del verificarsi del
danno rispetto al momento in cui è stato commesso il fatto, dipendeva dalla
inconoscibilità del danno sulla scorta delle conoscenze scientifiche dell’epoca.
6. Il secondo motivo di ricorso è inammissibile.
6.1. La censura ivi dedotta tende a contestare che la ricorrente non abbia
dimostrato la ricorrenza di un comportamento doloso da parte dei sanitari atto
a giustificare la sospensione del termine di prescrizione ai sensi dell’art. 2941,
n. 8, c.c. La Corte territoriale, avendo considerato la documentazione a
supporto della domanda (p.10), non avrebbe potuto ritenerla infondata e priva
di riscontri probatori. In particolare, la prescrizione della sola terapia
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mera conoscibilità soggettiva del danneggiato e va subito specificato che detto

fisioterapica – come risultato dalla C.T.U. – e l’assenza di controlli specialisti
ricondotti all’ignoranza che l’intervento avesse cagionato una lesione dell
muscolatura anale più ampia del dovuto, integravano, nella prospettiva della
ricorrente, gli estremi di un comportamento doloso volto ad occultare il debito
risa rcitorio.
6.2. A parte l’inconferenza del richiamo dell’art. 113 c.p.c., il vizio in tema

fondamento degli artt. 115 e 116 c.p.c. – opera interamente sul piano
dell’apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità, sicché la
denuncia della violazione delle predette regole da parte del giudice del merito
non configura un vizio di violazione o falsa applicazione di norme, sussumibile
nella fattispecie di cui all’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c., bensì un errore di
fatto censurabile attraverso il corretto paradigma normativo del difetto di
motivazione e, dunque, nei limiti consentiti dall’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c.,
come riformulato dall’art. 54 del d.l. n. 83 del 2012, conv., con modif., dalla I.
n. 134 del 2012. (Cass. 17/06/2013 n. 15107; Cass. 12/10/2017, n. 23940),
essendo esclusa in ogni caso una nuova rivalutazione dei fatti da parte della
Corte di legittimità (Cass. sez. un. 27/12/1997, n. 13045; Cass. 28/03/2012
n. 5024; Cass. 07/01/2014, n. 91).
6.4. Né è possibile trasformare il precedente vizio di motivazione per
“insufficienza od incompletezza logica” non più sindacabile in sede di legittimità
in un vizio di “errore di diritto” in merito all’ attività processuale, per fare in
modo che il primo torni surrettiziamente ad essere sindacabile in sede di
legittimità sotto le apparenti, diverse, spoglie della violazione di norma di
diritto. Non possono essere, infatti, autonomamente denunciati – attraverso la
violazione dell’art. 115 c.p.c., comma 1, e dell’art. 116 c.p.c. – asseriti errori di
“convincimento” attinenti alla preminente rilevanza attribuita a talune
“questioni” od alle stesse “argomentazioni” nelle quali si estrinseca l’esercizio
del potere discrezionale di apprezzamento delle prove (Cass. 08/10/2014, n.
21152). Vieppiù considerando che rimane in ogni caso precluso nel giudizio di
cassazione l’accertamento dei fatti ovvero la loro valutazione ai fini istruttori
(Cass. 21/10/2015, n. 21439).
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di valutazione delle prove – il principio del libero convincimento posto a

7. Ne deriva il rigetto del ricorso.
8. Le spese del giudizio possono essere nuovamente compensate in questa
sede, per le medesime ragioni addotte dal giudice di appello e non contestate.
9. Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater del d.p.r. 115 del 2002, si dà atto
della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente,
dell’importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a

PQM

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio in cassazione.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla
L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti
per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di
contributo unificato pari alla somma già dovuta, a norma del predetto art. 13,
comma 1 bis.
Così deciso nella Camera di Consiglio della Terza sezione civile della Corte
di Cassazione il 10.05.2018.

norma del comma ibis dello stesso articolo 13.

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