Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19190 del 02/08/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 02/08/2017, (ud. 06/03/2017, dep.02/08/2017),  n. 19190

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIELLI Stefano – Presidente –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. PERRINO Angelina Maria – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 1307/2012 R.G. proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

la quale è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– ricorrente –

contro

C.B.S. OUTDOOR s.r.l., (già VIACOM OUTDOOR s.r.l.), in persona del

legale rappresentante pro tempore, dott. S.L.,

rappresentata e difesa, per procura speciale a margine del ricorso,

dagli avv.ti Francesca Delfini e Alessandro Nicola Pallante, con

domicilio eletto presso lo studio legale del primo difensore, in

Roma, via Ovidio, n. 20;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Lombardia, n. 131/50/10, depositata in data 22 novembre 2010;

Udita la relazione svolta alla pubblica udienza del 6 marzo 2017 dal

Cons. Lucio Luciotti;

udito l’Avv. Paolo Gentili, per la ricorrente Avvocatura Generale

dello Stato;

udito l’Avv. Alessandro Giannuzzi, per delega degli avv.ti Delfini e

Pallante, per la controricorrente;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Soldi Anna Maria, che ha concluso per l’accoglimento del

ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza n. 131 del 22 novembre 2010 la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia rigettava l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate avverso la sentenza di primo grado che aveva accolto il ricorso proposto dalla CBS OUTDOOR s.r.l., società concessionaria per la vendita di spazi pubblicitari, avverso l’avviso di accertamento con cui l’amministrazione finanziaria, sulla scorta delle risultanze di una verifica fiscale eseguita dalla G.d.F. a carico della società contribuente a seguito di quella effettuata nei confronti della Aegis Media Italia s.p.a., che svolge attività di consulenza nel settore pubblicitario (c.d. “centro media”), contestava alla predetta società di avere indebitamente detratto, nell’anno di imposta 2003, l’IVA addebitata su una fattura emessa dal predetto centro media per “diritti di negoziazione”, che l’amministrazione finanziaria ha qualificato cessioni di danaro a titolo gratuito, come tali non assoggettabili ad IVA.

1.1. I giudici di appello sostenevano che i c.d. “premi impegnativa” venivano corrisposti per i servizi resi e che consistevano nell’assicurare alle concessionarie per la pubblicità riduzione di costi e numero di interlocutori, nonchè conoscenze con enti e persone, e cioè vantaggi per dette concessionarie riconosciuti anche dal legale rappresentante del centro media, cosicchè, anche se non espressamente previsti da clausole contrattuali, i predetti premi altro non erano che corrispettivi di servizi diversamente regolati e quantificati sulla base di fattori non sempre specificabili preventivamente.

2. Avverso tale sentenza l’Agenzia delle entrate ricorre per cassazione sulla base di tre motivi, cui la società contribuente replica con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Va preliminarmente rigettata, perchè infondata, l’eccezione di inammissibilità del ricorso, sollevata dalla controricorrente sul presupposto che lo stesso sarebbe stato proposto in violazione del disposto di cui all’art. 360 bis c.p.c., comma 1, n. 1.

1.1. Invero, alla fattispecie non è applicabile il principio affermato da questa Corte nella sentenza n. 3142 del 2011, citata dalla controricorrente (secondo cui “La condizione di ammissibilità del ricorso, indicata nell’art. 360 bis c.p.c., n. 1, introdotta dalla L. n. 69 del 2009, art. 47 non è integrata dalla mera dichiarazione, espressa nel motivo, di porsi in contrasto con la giurisprudenza di legittimità, laddove non vengano individuate le decisioni e gli argomenti sui quali l’orientamento contestato si fonda”), posto che l’onere di indicare nel ricorso “la contrarietà dell’impugnata sentenza alla conforme giurisprudenza di legittimità, previa esatta individuazione delle decisioni e degli argomenti sui quali l’orientamento contestato si fonderebbe” (così a pag. 8 del controricorso) sussiste solo nell’ipotesi di una giurisprudenza di legittimità consolidata nella materia oggetto di controversia, contraria alla tesi della parte ricorrente, che è circostanza nella specie insussistente.

2. Con il primo motivo la ricorrente deduce la violazione o falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 19 e art. 2697 c.c.. Sostiene che, se dal fatto che la CTR abbia messo particolare impegno a confutare le dichiarazioni rese dal legale rappresentante del centro media, si dovesse desumere che la stessa abbia inteso porre a carico dell’amministrazione finanziaria l’onere di fornire la prova che l’operazione commerciale fosse fuori campo IVA, si doveva concludere che i giudici di appello avevano errato nell’interpretazione delle disposizioni censurate, in base alle quali, invece, tocca all’acquirente di beni o al committente di prestazioni di servizi che invochi il diritto di detrazione dell’IVA assolta o dovuta, provare che ricorrono i presupposti per fruirne.

3. Il motivo è palesemente inammissibile in quanto non coglie la ratio decidendi della sentenza impugnata, da ravvisarsi nella qualificazione dei “premi impegnativa” come “corrispettivi di servizi diversamente regolati per la cui quantificazione rilevano fattori non sempre specificabili preventivamente”, in relazione alla quale le dichiarazioni del legale rappresentante del centro media “non erano esaustive”, ovvero tali da poter condurre ad una diversa qualificazione dei rapporti intercorsi tra le parti.

4. Con il secondo motivo la ricorrente deduce la violazione o falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 1 e 3, per avere la CTR ritenuto che ogni prestazione per la quale venga corrisposto un corrispettivo costituisca prestazione di servizi, come tale imponibile ai fini IVA, occorrendo, invece, che la prestazione sia resa in dipendenza di un obbligazione di effettuarla.

5. Anche tale motivo è inammissibile in quanto la censura non coglie nel segno laddove imputa alla CTR di aver sostenuto la tesi suindicata, avendo, invece, i giudici di appello affermato che i “premi impegnativa” nella specie dovevano considerati, pur in mancanza di clausole contrattuali che li prevedessero, corrispettivi di “servizi resi al fine di assicurare alle committenti vantaggi per riduzione dei costi e del numero degli interlocutori oltre che per il fatto di mettere a disposizione conoscenze con enti e persone (…)”.

5. Con il terzo motivo la ricorrente deduce il vizio di omessa o insufficiente motivazione della sentenza impugnata circa il fatto, controverso e decisivo per il giudizio, dell’esistenza di prestazioni di servizi fatte dai centri media in dipendenza di obbligazioni di fare, non fare o permettere cui ricollegare il pagamento dei premi impegnativa, che la CTR aveva ritenuto sussistente sulla base delle sole dichiarazioni rese dal legale rappresentante del centro media, omettendo però di valutare che quest’ultimo aveva anche affermato che il riconoscimento dei premi impegnativa non è in funzione di alcuna attività da parte dei centri media Aegis nel senso che non vi è alcuna assunzione di obblighi da entrambe le parti.

6. Anche questo motivo va dichiarato inammissibile, in quanto censura come vizio di motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, la qualificazione giuridica dei rapporti intercorsi tra le parti, che non è riconducibile ad una quaestio facti, ma è una quaestio iuris deducibile soltanto come error in iudicando, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nella specie nè dedotto in rubrica, nè sviluppato nelle argomentazioni del ricorso.

7. Conclusivamente, i motivi di ricorso vanno dichiarati inammissibili e la ricorrente condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo.

PQM

 

dichiara inammissibili i motivi di ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 7.000,00 per compenso, oltre al rimborso delle spese forfettarie nella misura del 15 per cento ed agli accessori.

Così deciso in Roma, il 6 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 2 agosto 2017

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