Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19188 del 28/09/2016


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Cassazione civile sez. lav., 28/09/2016, (ud. 24/06/2016, dep. 28/09/2016), n.19188

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAMMONE Giovanni – Presidente –

Dott. BERRINO Umberto – Consigliere –

Dott. DORONZO Adriana – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – rel. Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 79561-2010 proposto da:

R.R., (OMISSIS), + ALTRI OMESSI

– ricorrenti –

contro

– I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, C.F.

(OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA n. 29 presso

l’Avvocatura Centrale dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli

avvocati MAURO RICCI, SERGIO PREDEN, ANTONELLA PATTERI e CLEMENTINA

PULLI giusta delega in atti;

– controricorrente –

e contro

D.A.M.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 4208/2010 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 28/08/2010, R.G. N. 7616/2006;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

24/06/2016 dal Consigliere Dott. PAOLA GHINOY;

udito l’Avvocato SERGIO PREDEN;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUZIO Riccardo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

R.R. ed altri litisconsorti adivano il Tribunale di Roma e premettevano di essere titolari di pensione liquidata dall’Inpdai con il cumulo, previsto dalla L. n. 44 del 1973, art. 5 della contribuzione versata presso l’Inpdai quali dirigenti di aziende industriali e della contribuzione precedentemente versata al Fondo di previdenza del personale delle aziende elettriche private, sostitutivo dell’assicurazione generale obbligatoria. Rilevavano che, all’atto della liquidazione, l’Inpdai aveva erroneamente considerato la contribuzione trasferita alla stregua di quella proveniente dall’assicurazione generale obbligatoria, calcolando le aliquote di commisurazione e le scale di accrescimento sulla base di quelle previste per l’Inpdai e non già di quelle vigenti presso il fondo di previdenza del personale delle aziende elettriche private, così omettendo di applicare il D.M. n. 77 del 1973, art. 2 comma 1. Aggiungevano che, solo a seguito delle loro rimostranze, l’Inpdai aveva provveduto a ricalcolare la contribuzione trasferita con i criteri indicati nel D.M. del 1973, specificando tuttavia che il computo della misura del trattamento pensionistico non avrebbe potuto superare il cosiddetto “limite soggettivo” costituito dalla misura massima della pensione dovuta nell’ipotesi di un soggetto che disponga di sola contribuzione Inpdai.

Tanto premesso, affermavano l’illegittimità dell’applicazione del suddetto limite, in assenza di specifica previsione normativa in materia, e chiedevano che fosse dichiarato il loro diritto ad ottenere il calcolo del trattamento pensionistico erogato dall’Inpdai con esclusione dello stesso e con la conseguente condanna dell’Inps a rideterminare la pensione a ciascuno spettante negli importi specificati in ricorso, nonchè alla corresponsione delle differenze tra quanto effettivamente erogato e quanto dovuto.

Il Tribunale di Roma accoglieva le domande del ricorrenti, compensando le spese di lite.

Con la sentenza n. 4208 del 2010, la Corte d’appello di Roma, in riforma della sentenza del Tribunale della stessa sede, rigettava le domande.

La Corte d’appello riteneva corretta la tesi dell’Inps ed argomentava che in base alla L. 15 marzo 1973, n. 44, art. 5 e del D.M. 7 luglio 1973, art. 3 i dirigenti iscritti all’Inpdai che possono far valere almeno cinque anni di contribuzione presso tale Istituto e che abbiano periodi di contribuzione a carico di forme di previdenza sostitutive dell’AGO possono ottenere – a domanda – il riconoscimento di tali ultimi contributi “determinati secondo le aliquote vigenti nelle gestioni di provenienza”; occorre tuttavia tenere conto di ciò che è previsto dalla specifica normativa sui trattamenti pensionistici dell’INPDAI, ed in particolare, del D.P.R. 8 gennaio 1976, n. 58, art. 1, comma 2 che chiarisce che, in caso di ricongiungimento di periodi contributivi ai sensi della L. n. 44 del 1973 cit., art. 5 la pensione calcolata secondo i criteri enunciati in tale normativa “non può comunque superare la pensione massima erogabile dall’INPDAI”, in base al primo comma dello stesso articolo I; tale ultima norma dev’ essere intesa nel senso che la pensione massima erogabile dall’INPDAI – che rappresenta il “tetto invalicabile” – è quella determinata dalla legislazione vigente al momento del pensionamento, comprensiva delle modifiche apportate nel corso degli anni, specificamente dal D.M. n. 422 del 1988 e dal D.Lgs. n. 181 del 1997, che hanno stabilito coefficienti di rendimento per la retribuzione pensionabile, decrescenti in funzione dell’aumento della relativa entità.

Per la cassazione della sentenza R.R. e gli altri litisconsorti hanno proposto ricorso, affidato a tre motivi, illustrati anche con memoria ex art. 378 c.p.c., cui ha resistito l’Inps con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso, i ricorrenti lamentano violazione e falsa applicazione degli artt. 3 e 24 Cost., art. 295 c.p.c., L. n. 848 del 1955, e L. n. 12 del 2006; sostengono che la Corte capitolina avrebbe errato nel non sospendere il procedimento nelle more della definizione dei ricorsi presentati dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, con i quali sono state impugnate le sentenze della Corte di cassazione vertenti su questioni identiche a quella in esame. Sostengono che la definizione delle controversie dinanzi alla Corte EDU è un indispensabile antecedente logico giuridico che avrebbe potuto far mutare l’orientamento giurisprudenziale operato dai giudici di secondo grado; in subordine, sollevano questione di costituzionalità della L. 9 gennaio 2006, n. 12 per violazione degli artt. 3 e 24 Cost., nella parte in cui non prevede – in casi di procedimenti pendenti dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo – l’obbligo per i giudici di applicare l’art. 295 c.p.c., al fine di evitare condanne seriali nei confronti dello Stato italiano per procedimenti e questioni identiche.

2. Il motivo è inammissibile.

La Corte capitolina ha ritenuto preliminarmente di non aderire all’istanza di sospensione che era stata proposta, non essendovi prova di alcun nesso di pregiudizialità giuridica tra la fattispecie in esame e quelle formanti oggetto dei ricorsi promossi innanzi alla corte di Strasburgo e non risultando, peraltro, ancora emesse neppure le delibazioni in ordine alla ricevibilità dei ricorsi in quella sede. La denuncia riproposta in questa sede non è sostenuta da concreti e specifici elementi che Inducano a diversa valutazione ed a ritenere che la decisione della Corte EDU nei casi a lei rimessi possa effettivamente operare come guida ermeneutica anche nel presente giudizio, neppure essendo indicati gli elementi in relazione ai quali in quella sede è stata denunciata la violazione delle norme della CEDU e l’indicazione, al di là del richiamo generico alla questione decisa ed alla normativa applicata, degli elementi di concreta Identità fra le fattispecie esaminate.

3. Con il secondo motivo di ricorso, è dedotta violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 181 del 1997, art. 3, commi 1 e 3; del D.P.R. n. 58 del 1976, art. 1, commi 1 e 2, in relazione alla L. n. 44 del 1973, art. 5, commi 1 e 4 e al D.M. 7 luglio 1973, art. 2 nonchè della L. n. 449 del 1997, art. 59, comma 1.

I ricorrenti sostengono che erroneamente la sentenza Impugnata avrebbe applicato alla retribuzione i coefficienti di rendimento decrescenti previsti dal D.M. n. 422 del 1988 per le retribuzioni dei dirigenti, a seguito dello sfondamento del tetto pensionistico, ed avrebbe accolto una nozione di pensione massima erogabile dall’INPDAI – come pensione pari a quella che sarebbe spettata al dirigente ove, a parità di retribuzione percepita e ad anzianità assicurativa, fosse stato sempre iscritto al suddetto Istituto previdenziale – che è priva di fondamento normativo, non trovando giustificazione nel D.P.R. n. 58 del 1976, art. 1, nè nel D.Igs n. 181 del 1997, art. 3 che individuano nell’80% della base pensionabile l’unico limite legale al trattamento erogabile in caso di ricongiunzione contributiva.

4. Con il terzo motivo di impugnazione, prospettano violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 58 del 1976, art. 1, commi 1 e 2, del D.M. 7 luglio 1973 e del D.M. 25 luglio 1988, n. 422, nonchè della L. n. 449 del 1997, art. 59, comma 1, nonchè violazione dell’art. 111 Cost. e degli artt. 6 e 14 della CEDU. Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione.

I ricorrenti sostengono che il preesistente parametro oggettivo cui raffrontare la pensione complessiva, rappresentato dal limite massimo liquidabile presso l’INPDAI, pari all’80% della retribuzione pensionabile, non è stato sostituito con un limite soggettivo ricavato, caso per caso, applicando anche alla contribuzione trasferita i coefficienti di rendimento introdotti per la sola contribuzione Inpdai con il D.M. n. 422 del 1988.

La sentenza della Corte d’appello contrasterebbe con il principio di parità di trattamento poichè, a parità di anzianità complessiva, si discriminano tutti coloro che hanno trasferito la contribuzione da altro fondo ed i pensionati iscritti esclusivamente all’Inpdai, nonchè il combinato disposto degli artt. 6 e 14 della CEDU, poichè confliggerebbe con la natura e funzione del massimale, che vale a contenere gli effetti della liquidazione e non ad interferire con lo stesso procedimento di liquidazione.

5. I due motivi, che possono essere esaminati congiuntamente in quanto connessi, non sono fondati, avendo fatto la Corte territoriale applicazione dei principi che sono stati in più occasioni affermati da questa Corte (Cass., n 12594 del 2012, ord., n. 9172 del 2010, n. 27801 del 2009, 724 del 2009, 2223 del 2007), cui dev’essere data continuità.

Si è infatti affermato che, in tema di trasferimento presso l’INPDAI di contribuzione versata presso il Fondo elettrici, previsto dalla L. 15 marzo 1973, n. 44, art. 5, il D.P.R. n. 58 del 1976, art. 1, comma 2 nello stabilire che l’ammontare della pensione, ivi compresa la quota parte conseguente all’esercizio della facoltà L. n. 44 del 1973, ex art. 5 non può essere superiore a quello della pensione massima erogabile dall’INPDAI ai sensi del comma precedente ossia secondo il regime generale dell’INPDAI, contiene un rinvio non recettizio, con la conseguenza che la pensione massima erogabile INPDAI non si determina, in conformità alla previsione originaria, in base a tanti trentesimi dell’80 per cento della retribuzione annua media quanti sono gli anni di contribuzione, ma, attesa la natura formale del rinvio, avendo riguardo alla pensione massima INPDAI erogabile al momento del pensionamento e, quindi, applicando lo “ius superveniens”, in base al quale si deve tenere conto dell’introduzione, nel sistema INPDAI, dei coefficienti di rendimento decrescenti della retribuzione eccedente il massimale.

Nei precedenti arresti sopra richiamati si è anche ritenuto che l’interpretazione sopra esposta non sia in contrasto con le disposizioni della CEDU richiamate anche dai ricorrenti, in quanto non si ravvisa violazione del principio di parità di trattamento rispetto a coloro che hanno mantenuto la contribuzione presso la gestione originaria, che darebbe luogo a discriminazione lesiva della Carta EDU. Viceversa, un’ ingiustificata disparità di trattamento effettivamente si determinerebbe se, a parità di anzianità complessiva, si discriminasse tra i pensionati iscritti esclusivamente alì INPDAI, per i quali – vigendo sicuramente i rendimenti decrescenti per fasce di pensione di cui al D.M. n 422 del 1988 – diviene praticamente impossibile il raggiungimento dell’80% della retribuzione pensionabile, e coloro che hanno colà trasferito la contribuzione proveniente da altro fondo, i quali, secondo la tesi dei ricorrenti, dovrebbero invece mantenere detta possibilità. Va altresì considerato (Cass., n. 27801 del 2009) che il convertito D.L. n. 86 del 1988, art. 3 non è disposizione di disfavore nei confronti degli assicurati, giacchè altro non fa se non introdurre, anche nell’ordinamento INPDAI, la regola già vigente per l’AGO di cui alla L. 11 marzo 1988, n. 67, art. 21, per cui, ai fini della determinazione della pensione, valgono anche quelle quote di retribuzione sopra il “tetto”, quote che in precedenza non spiegavano invece alcun effetto.

5.1. Si è poi ulteriormente precisato (ad es. con la sent. n. 9172 del 2010 e, da ultimo, ord. n. 8124 del 07/04/2014), che la corretta interpretazione delle norme in rassegna porti a ritenere che il “tetto” aggiornato non va commisurato all’anzianità del dirigente interessato, ma ad una cifra fissa, e cioè alla “pensione massima erogabile dall’INPDAI”, ossia a compimento della anzianità di 40 anni di Iscrizione presso tale ente. Da ciò consegue che l’effetto lamentato dal dirigente si verifica solo nel caso di pensionati che abbiano raggiunto la massima anzianità contributiva del 40 anni. Viceversa, coloro che hanno una anzianità complessiva collocata tra il minimo di 15 anni ed il massimo di 40, quali riferiscono di essere i ricorrenti (v. anche memoria ex art. 378 pgg. 4 e 5) e trasferiscono i contributi, conservano i vantaggi derivanti dall’applicazione della disciplina del Fondo di provenienza, perchè non raggiungono il tetto rappresentato dalla “pensione massima erogabile dell’INPDAI”. In altri termini, il pensionato INPDAI con 30 anni di anzianità contributiva complessiva, che ha trasferito i contributi del Fondo Elettrici, fruendo dei vantaggi derivanti dalle più favorevoli aliquote dl rendimento del Fondo di provenienza, può ottenere una pensione maggiore rispetto al pensionato, di pari anzianità di 30 anni, che sia stato sempre iscritto all’Inpdai, proprio perchè il confronto non è tra la pensione risultante dalla sommatoria e la pensione INPDAI commisurata alla sua propria anzianità; bensì al raffronto tra la pensione risultante dalla sommatoria e la pensione “massima” erogabile dall’INPDAI, ove per pensione massima deve intendersi quella commisurata alla massima anzianità contributiva. Devesi quindi concludere che il rinvio “formale” avallato nel giudizio di merito non vale a sottrarre ogni effetto alla disposizione che prevede la conservazione, per la contribuzione trasferita, delle aliquote di rendimento dei Fondi di provenienza. Con l’ulteriore precisazione che la cifra fissa sopra indicata (pensione massima erogabile in caso di massima anzianità contributiva) rappresenta comunque un tetto non superabile. (vedi Cass. n. 28285/2009, Cass. n. 27801/2009 e Cass. n. 2415/2012).

6. Il ricorso dev’essere pertanto rigettato ed i ricorrenti condannati al pagamento delle spese processuali, liquidate come da dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali in favore dellInps, che liquida in complessivi Euro 7.000,00 per compensi professionali, oltre ad Euro 100,00 per esborsi, rimborso spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 24 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 28 settembre 2016

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