Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19188 del 02/08/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 02/08/2017, (ud. 06/03/2017, dep.02/08/2017),  n. 19188

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIELLI Stefano – Presidente –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. PERRINO Angelina Maria – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 20713/12 R.G. proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

la quale è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– ricorrente –

contro

C & M. COMUNICAZIONE E MARKETING s.r.l., in persona del legale

rappresentante pro tempore;

– intimata –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Lombardia, n. 92/26/10, depositata in data 23 giugno 2010;

Udita la relazione svolta alla pubblica udienza del 6 marzo 2017 dal

Cons. Lucio Luciotti;

udito l’Avv. Paolo Gentili per l’Avvocatura Generale dello Stato;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Soldi Anna Maria, che ha concluso per l’inammissibilità o

il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza n. 92 del 23 giugno 2010 la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia rigettava l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate avverso la sentenza di primo grado che aveva accolto il ricorso proposto dalla C & M Comunicazione e Marketing s.r.l., concessionaria per la vendita di spazi pubblicitari, avverso gli avvisi di accertamento con cui l’amministrazione finanziaria, sulla scorta delle risultanze di una verifica fiscale eseguita dalla G.d.F. a carico della predetta società a seguito di quella effettuata nei confronti della Aegis Media Italia s.p.a., che svolge attività di consulenza nel settore pubblicitario (c.d. “centro media”), contestava alla predetta società di avere, negli anni di imposta 2002 e 2003, indebitamente detratto l’IVA addebitata su due fatture emesse dal predetto centro media per “diritti di negoziazione” o “premi impegnativa”, che l’amministrazione finanziaria aveva qualificato cessioni di danaro a titolo gratuito, come tali non assoggettabili ad IVA.

1.1. I giudici di appello, sul presupposto che la prestazione di servizi fosse regolata da specifici accordi tra le parti, che non necessitavano di essere stipulati in forma scritta, e che il corrispettivo fosse stabilito in relazione ai risultati economici ottenuti dalla concessionaria, ritenevano legittima l’assoggettabilità ad IVA delle somme erogate a quel titolo.

2. Avverso tale sentenza ricorre l’Agenzia delle entrate per ottenerne la cassazione sulla base di un unico motivo, cui non replica l’intimata.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo l’Agenzia ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione o falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 2,comma 3, e art. 3.

Sostiene che la CTR avrebbe ignorato il contenuto della dichiarazione resa in sede di verifica fiscale dal rappresentante legale della Aegis Media Italia s.p.a., secondo il quale i premi impegnativa non venivano versati “in funzione di alcuna attività da parte dei centri media Aegis” non avendo le parti assunto alcun obbligo in merito, con la conseguenza che avevano errato i giudici di appello ad inquadrare la fattispecie nell’ambito del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 3, anzichè in quello di cui all’art. 2, comma 3 medesimo decreto, mancando nel caso di specie il rapporto sinallagmatico tra le prestazioni necessario per l’assoggettabilità delle stesse all’imposta sul valore aggiunto.

2. La censura è inammissibile.

2.1. Il motivo nel suo esordio evoca una violazione di legge, nella rubrica deducendosi la violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 2, comma 3, ma nel prosieguo, ovvero nello sviluppo argomentativo della censura, non si coglie alcuna ulteriore allegazione esplicativa di come la norma indicata sarebbe stata violata, nulla dicendosi in ordine all’inesatta o errata individuazione od interpretazione della norma (o della fattispecie astratta in essa considerata) che deve essere applicata al rapporto come esattamene cognito nei suoi elementi fattuali – che integra un “errore di diritto” nell’attività di giudizio (v., in motivazione, Cass. n. 26110 del 2015) – rinvenendosi, invece, la deduzione che i giudici d’appello avrebbero omesso l’esame di un fatto decisivo per il giudizio – nella specie la dichiarazione resa dal legale rappresentante del centro media, idonea ad escludere “la natura sostanzialmente sinallagmatica della prestazione contestata” e quindi l’imponibilità ad IVA della stessa -, che è vizio di contenuto completamento diverso, ovvero vizio di motivazione che avrebbe dovuto essere dedotto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

2.2. Così come formulata la censura incorre, quindi, nel profilo di inammissibilità conseguente all’incompatibilità tra i due vizi di legittimità, ripetutamente affermata da questa Corte, in considerazione del diverso oggetto dell’attività del Giudice cui si riferisce la critica: attività interpretativa della fattispecie normativa astratta, nel primo caso, ed attività valutativa della fattispecie concreta emergente dalle risultanze probatorie, nel secondo caso (cfr. Cass. n. 6224 del 2002, n. 15499 del 2004, n. 10295 del 2007, n. 16698 del 2010, n. 10385 del 2005, n. 9185 del 2011, n. 8315 del 2013, n. 195 del 2016).

3. A quanto fin qui detto deve, altresì, aggiungersi che, come è noto, l’omessa valutazione di un determinato elemento probatorio non è di per sè sufficiente ad integrare il vizio di motivazione ove non se ne prospetti anche la decisività, intesa come sussistenza di un necessario rapporto di causalità fra la circostanza che si assume trascurata e la soluzione giuridica data alla controversia, tale da far ritenere che quella circostanza, se fosse stata considerata, avrebbe portato ad una diversa soluzione della vertenza. Il mancato esame di elementi probatori, contrastanti con quelli posti a fondamento della pronunzia, costituisce vizio di omesso esame di un punto decisivo solo se le risultanze processuali non esaminate siano tali da invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l’efficacia probatoria delle altre risultanze sulle quali il convincimento è fondato, onde la ratio decider venga a trovarsi priva di base (in termini, Cass. n. 10156 del 2004 ed altre numerose successive, tra cui n. 21249 del 2006 e n. 11892 del 2016).

3.1. Orbene, nella specie, la mancanza di spiegazione del come e del perchè la dichiarazione resa dal legale rappresentante dell’Aegis Media Italia s.p.a. in ordine all’interpretazione dei rapporti negoziali intercorsi tra questa e le concessionarie di pubblicità, tra cui la ricorrente, fosse idonea a privare del necessario substrato logico giuridico le ragioni espresse dai giudici di appello in ordine alla diversa ricostruzione della fattispecie e delle conseguenze che ne ha fatto discendere sul piano giuridico, costituisce ulteriore profilo di inammissibilità del mezzo di impugnazione in esame.

4. Conclusivamente, quindi, va dichiarata l’inammissibilità del mezzo di impugnazione senza necessità di provvedere sulle spese processuali in mancanza di costituzione dell’intimata.

PQM

 

dichiara inammissibile il motivo di ricorso.

Così deciso in Roma, il 6 marzo 2017

Depositato in Cancelleria il 2 agosto 2017

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