Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19187 del 15/09/2020

Cassazione civile sez. III, 15/09/2020, (ud. 08/07/2020, dep. 15/09/2020), n.19187

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8234/2018 proposto da:

P.W., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA LISBONA 9,

presso lo studio dell’avvocato ANDREA SACCUCCI, che lo rappresenta e

difende;

– ricorrenti –

contro

GESTIONE LIQUIDATORIA DELL’EX AZIENDA ISTITUTI OSPITALIERI DI

(OMISSIS) C/O AZIENDA OSPEDALIERA OSPEDALE (OMISSIS), elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA GAVINANA 1, presso lo studio dell’avvocato

FRANCESCO PECORA, che lo rappresenta e difende unitamente

all’avvocato MARIA LEONARDO;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 173/2017 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 03/02/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

08/07/2020 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE CRICENTI.

 

Fatto

I FATTI DI CAUSA

Il ricorrente, P.W., assume di aver contratto un’epatite a causa di una trasfusione di sangue nel (OMISSIS), ma di essersi accorto della malattia e della sua causa tra il (OMISSIS) ed il (OMISSIS), a seguito di due indagini diagnostiche che hanno evidenziato la patologia.

Ha dunque agito nei confronti della Amministrazione sanitaria, la gestione liquidatoria della ASL di Cremona, dove era stata effettuata la trasfusione, per avere il risarcimento dei danni causati da quell’intervento, ed in particolare dei danni alla salute consistenti nella epatite e sue conseguenze e nella malattia psichica che, scoperta la malattia, è subentrata in forma patologica.

Il ricorrente ha ottenuto in primo grado un risarcimento del complessivo danno alla salute di 710.636,60 oltre interessi.

Ma, avverso la decisione di primo grado, ha proposto appello lamentando la violazione dei criteri di liquidazione del danno, in quanto la sua età, rilevante ai fini del quantum, al momento del fatto, era di (OMISSIS) anni e non di (OMISSIS); in quanto nè la perdita di chance nè il danno alla capacità lavorativa erano stati liquidati. La corte di appello ha rigettato la domanda.

Il P. ricorre con sei motivi, cui si oppone la gestione Liquidatoria con controricorso.

Diritto

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

1.- Il primo motivo denuncia violazione dell’art. 345 c.p.c..

Il ricorrente lamenta la circostanza che la corte di appello ha ritenuto inammissibili in quanto tardivi alcuni documenti, rectius prove documentali, prodotti per la prima volta in appello, e che la corte di secondo grado ha ritenuto si potessero proporre sin dal primo grado.

Si tratta in particolare della consulenza di parte mirante a dimostrare un assunto utile per il secondo motivo di ricorso, ossia la data di insorgenza della malattia. La corte di appello ha ritenuto tardiva la produzione di questa consulenza, in quanto avrebbe potuto essere depositata sin dal primo grado.

Il motivo è fondato.

La consulenza tecnica di parte costituisce una semplice allegazione difensiva a contenuto tecnico, priva di autonomo valore probatorio, sicchè la sua produzione, in quanto sottratta al divieto di cui all’art. 345 c.p.c., è ammissibile anche in appello (Cass. sez Un. 13902/ 2013; Cass. n. 20347/ 2017).

Va da sè dunque che non v’era alcun momento preclusivo.

Del resto, il ricorrente indica la rilevanza di quella consulenza nella necessità di dimostrare il momento di insorgenza della malattia, dato utile alla quantificazione del danno.

2.- Il secondo motivo è in tal senso legato al primo.

Il ricorrente si duole del fatto che la corte di appello, confermando in ciò il giudizio di primo grado, ha calcolato l’ammontare del danno ritenendo che egli avesse (OMISSIS) anni, anzichè (OMISSIS), o in subordine 35, al momento in cui il pregiudizio si è prodotto, e lamentando violazione dell’art. 1226 c.c., in quanto nella stima tabellare del risarcimento l’età del danneggiato rileva quale criterio che concorre alla stima dell’ammontare.

La tesi della corte di appello è nel senso che il momento al quale occorre riferirsi ai fini della decorrenza del danno è quello in cui la malattia è stata percepita quale danno ingiusto conseguente al comportamento del terzo, e non già quello in cui è insorta (pp. 19-20).

Il ricorrente contesta questa tesi assumendo invece che il momento al quale va riferita l’età del danneggiato (quale criterio utile alla stima del danno) è quello di insorgenza del pregiudizio e non già di sua manifestazione, o quello in cui esso è conosciuto.

Questa censura è fondata.

Se infatti si assume che l’età del danneggiato è un parametro che rileva ai fini dell’ammontare del risarcimento, allora va verificata al momento in cui il danno si è verificato e non a quello in cui è stato percepito dal danneggiato: quest’ultimo paramento rileva ai fini della prescrizione semmai, ed è a quest’ultima che fanno riferimento le decisioni di questa corte citate dalla corte di merito.

Altro è il momento in cui il danno si verifica, altro è quello in cui è percepito come tale dal danneggiato: il danno esiste come peggioramento di un bene a prescindere dalla conoscenza che il danneggiato ne abbia; ai fini del risarcimento, o meglio del suo ammontare è rilevante il momento in cui il danno si produce, poichè è in quel momento che il bene leso è peggiorato, subisce la diminuzione che deve essere risarcita. Ai fini della stima del danno rileva, in sostanza, il momento in cui si è prodotto e si è determinato il peggioramento, anzichè quello in cui tale mutamento è stato percepito.

Ovviamente, come nel caso presente, vi sono danni alla persona, come l’epatite, che sono insorti con la trasfusione, ma ve ne sono altri, come il danno psichico conseguente alla conoscenza della malattia, che invece sono insorti successivamente, e di questa diversità occorrerà tenere conto.

3.- Il terzo motivo denuncia, al pari del primo, violazione dell’art. 345 c.p.c.. Anche in tal caso il ricorrente censura la decisione di secondo grado nella parte in cui ha ritenuto tardiva la produzione di prove documentali in appello.

Il ricorrente fa notare di non aver potuto produrre prima quelle prove in quanto formatesi successivamente.

Per quanto invece attiene ai contratti collettivi fa notare il ricorrente che si tratta di documenti normativi non soggetti a preclusione, ma conoscibili dal giudice per via della loro pubblicazione in gazzetta ufficiale.

Pur essendo in astratto fondate queste osservazioni, non colgono la ratio della decisione, la quale ha dichiarato tardivi quei documenti, non di per sè, ma in quanto volti ad aggirare una decadenza già maturata: quella in cui il ricorrente era incorso per non avere indicato sin dall’inizio il livello retributivo che gli spettava, e dunque il dato patrimoniale di partenza su cui calcolare la perdita lamentata (p. 18 della sentenza).

Quel dato era un fatto da allegare, di cui i documenti costituivano prova: non essendo stato allegato il fatto, la sua prova era inammissibile in appello; ma tale era stata dichiarata in parte in primo grado.

4.- Il quarto motivo denuncia violazione degli artt. 1223 e 1226 c.c..

Si duole il ricorrente del mancato riconoscimento della perdita di chance, consistente nella mancata progressione in carriera all’interno della Provincia, presso cui lavorava, e nel mancato avvio della professione forense, che costituiva per lui una diversa opportunità di lavoro.

La corte di appello ha ritenuto quanto alla prima delle due chance perdute, che non vi fosse alcuna prova della probabilità di avere una progressione di carriera, e che tale progressione sia stata impedita dalla malattia; quanto alla seconda chance, ossia di avviare una professione forense, e notarile, ossia professioni alternative a quelle svolte, la corte di merito ha ritenuto che non vi fosse prova dell’effettivo esercizio della professione forense e che, quanto a quella notarile, era stata completata solo la pratica prescritta per legge.

Il ricorrente ritiene che il giudice non ha compiuto alcuna valutazione presuntiva circa la perdita di quelle chance.

Il motivo è infondato.

Va premesso che la chance è incertezza di un danno, ossia è probabilità che il danneggiato avesse di evitarlo o di conseguire un vantaggio.

Vi deve essere dunque prova che una probabilità v’era, e prova (secondo i criteri propri dell’accertamento causale) che questa probabilità è andata perduta a causa della condotta del danneggiante.

Il giudizio circa l’esistenza di una “seria” ed apprezzabile possibilità di conseguire un risultato positivo o evitare un pregiudizio costituisce giudizio di fatto, censurabile solo per difetto rilevante di motivazione.

La corte di merito ha espresso su queste due situazioni un giudizio di fatto non sindacabile qui.

Ha ritenuto che non vi fosse alcuna prova circa la probabilità di una carriera futura, dunque ha escluso la chance, meglio ha ritenuto quest’ultima non provata; ha escluso con giudizio di fatto che vi fosse una chance rilevante di diventare notaio, osservando come il ricorrente avesse solo svolto la pratica notarile.

Il giudizio di “seria ed apprezzabile possibilità”, ossia che dati alcuni elementi (ad esempio, partecipazione ad un concorso) si possa dire probabile un risultato (ad esempio, che si vinca il concorso) è un giudizio di fatto, emesso in base alle risultanze istruttorie, e come giudizio di fatto non è censurabile in sede di legittimità.

La corte di merito ha escluso che, sulla base di quanto allegato dal ricorrente, si potesse indurre una “seria ed apprezzabile possibilità” di miglioramento, negata dalla condotta del convenuto.

Inoltre, va considerato che la chance presuppone che il nesso causale tra la condotta e l’evento (che fa poi perdere la probabilità) sia certo, sia pure nei termini propri della certezza processuale (cosiddetta regola del “più probabile che no”): quando taluno lamenta di non aver potuto esercitare una professione per la quale occorre prima il superamento di un esame (ad esempio notaio) deve dimostrare che il mancato conseguimento del titolo, e dunque la perdita della probabilità che aveva di diventare notaio è conseguenza della condotta del convenuto, ad esempio, della malattia che costui gli ha procurato, e non già di cause alternative ed estranee a quella condotta, come ad esempio la bocciatura al concorso. E nel caso presente, il ricorrente allega persino di aver partecipato al concorso notarile, cosi smentendo un nesso causale tra la malattia ed il mancato conseguimento del titolo, che evidentemente è dovuto ad altri esiti.

La chance va poi distinta dal danno effettivamente verificatosi, essendo, si ripete, probabilità di esso.

Nel caso del mancato svolgimento di attività professionale forense, il ricorrente lamenta invece rinuncia ad incarichi conferitigli che configura piuttosto un danno effettivo che non una perdita di chance. Danno effettivo e non chance è l’incidenza attuale e, per l’appunto, effettiva della malattia sulla capacità di lavoro, sul concreto svolgimento dell’attività forense.

In sostanza, la chance è una probabilità rilevante, il cui apprezzamento è rimesso al giudizio di fatto del giudice di merito, e presuppone che sia accertato un nesso causale tra la condotta e la lesione di un interesse protetto, nesso causale la cui prova, anche essa oggetto della valutazione di merito, segue regole sue proprie e non è influenzata dalle percentuali di probabilità che si ritenga debba avere la chance per essere rilevante.

5.- Il quinto motivo denuncia violazione degli artt. 1223 e 1226 c.c.. Il ricorrente si duole del mancato riconoscimento del danno alla capacità lavorativa specifica.

La corte di merito, confermando il giudizio del tribunale, aveva ritenuto non provato il reddito di partenza, e dunque non inferibile l’incidenza della malattia sulla capacità di lavoro specifica.

Il ricorrente si duole del fatto che, per rimediare a tale eventuale lacuna, non si fosse proceduto ad una liquidazione equitativa.

Il motivo è infondato in quanto la liquidazione equitativa presuppone che l’ammontare del danno non si possa in alcun modo provare, che non sia possibile dimostralo con i mezzi ordinari di prova. Invece, nel caso presente, la corte ha ritenuto che fosse possibile provarlo, indicando i guadagni pregressi, ma che tale prova è mancata.

6.- Il sesto motivo, che non è propriamente tale, in quanto è l’auspicio che l’accoglimento del ricorso comporti riforma in ordine alle spese, va considerato assorbito.

P.Q.M.

La corte accoglie il primo ed il secondo motivo. Rigetta gli altri. Cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di Appello di Brescia in diversa composizione, anche per le spese.

Così deciso in Roma, il 8 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 15 settembre 2020

 

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