Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19183 del 15/09/2020

Cassazione civile sez. II, 15/09/2020, (ud. 04/02/2020, dep. 15/09/2020), n.19183

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. BELLINI Ubaldo – rel. Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21030/2019 proposto da:

O.E., rappresentato e difeso dall’Avvocato DAVIDE VERLATO, ed

elettivamente domiciliato presso lo studio del medesimo, come da

procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO dell’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore;

– intimato –

avverso il decreto n. 4555/2019 del TRIBUNALE di VENEZIA emesso il

16/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

04/02/2020 dal Consigliere Dott. UBALDO BELLINI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con ricorso depositato in data 21.02.2018 O.E., cittadino (OMISSIS), impugnava il provvedimento notificato il 21.01.2018, con il quale la Commissione Territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Verona – Sezione Vicenza, gli aveva negato il riconoscimento dello status di rifugiato e di forme complementari di protezione.

Il MINISTERO dell’INTERNO si costituiva in giudizio.

Il ricorrente riferiva di essere nato in Nigeria e di svolgere la mansione di autista per una scuola superiore del suo villaggio. Con riguardo ai motivi per i quali aveva lasciato il suo paese, esponeva che durante il tragitto aveva conosciuto un ragazzo, nonchè studente, che lo importunava in quanto voleva che si affiliasse al proprio gruppo cultista. Nonostante il ricorrente avesse più volte declinato l’invito, il ragazzo continuava anche in maniera ossessiva a importunarlo, tanto che un giorno decideva di andare a casa di quest’ultimo con il proprio cugino al fine di far cessare definitivamente queste turbative. Una volta a casa del ragazzo, sia il ricorrente che il cugino, gli intimavano di non infastidirlo più, ma a tale richiesta il ragazzo si infuriava e ne nasceva un diverbio. Il padre del ragazzo interveniva, ma nel frattempo era colto da un malore e moriva prima di raggiungere l’ospedale. La stessa sera i figli del defunto si presentavano a casa del ricorrente, il quale, trovandosi dalla parte opposta della strada, vedeva che i fratelli iniziavano ad appiccare fuoco alla casa danneggiando anche l’auto con la quale lavorava. Preso dal panico e sicuro che se fosse intervenuto lo avrebbero ucciso, decideva di lasciare il paese per sempre.

Con decreto n. 4555/2019, depositato in data 28.5.2019, il Tribunale di Venezia rigettava il ricorso.

In particolare, sulla richiesta di riconoscimento dello status di rifugiato, il Tribunale di Venezia osservava che, in base al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 7, gli atti di persecuzione devono essere sufficientemente gravi da rappresentare una violazione grave dei diritti umani.

Quanto alla domanda volta al riconoscimento della protezione sussidiaria, il Tribunale sottolineava che tale misura è consentita in presenza di un danno grave ricorrente nelle sole ipotesi tassativamente indicate dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14: a) condanna a morte o all’esecuzione della pena di morte; b) tortura o altra forma di trattamento inumano o degradante, c) minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale.

Nella fattispecie, pertanto, non si evincevano situazioni tali da comportare un danno grave ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b). Non ricorreva neppure l’ipotesi di cui alla lett. c), dato che Edo State, area di provenienza del ricorrente, in base alle informazioni disponibili, non presentava una situazione di conflitto armato interno tale da rappresentare una minaccia grave e individuale alla vita del ricorrente.

Quanto alla protezione umanitaria, il Tribunale non ravvisava i presupposti ai sensi del T.U. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, nella formulazione anteriore alle modifiche apportate dal D.L. n. 113 del 2018. Nè vi erano elementi per consentire quel giudizio comparativo tra la sua condizione attuale in Italia e quella che avrebbe nel paese d’origine, in quanto il ricorrente documentava un suo tirocinio dal 24.5.2018 al 23.7.2018, poi prorogato fino al 23.11.2018, quale “factotum d’albergo”, con retribuzione mensile di circa Euro 400,00, mentre, in sede di audizione avanti alla C.T., lo stesso riferiva che nel proprio paese lavorava come autista per una scuola superiore del villaggio, godendo, pertanto, di una condizione economica e lavorativa in grado di consentirgli di condurre anche nel paese d’origine un’esistenza dignitosa.

Avverso detto decreto propone ricorso per cassazione O.E. sulla base di tre motivi; l’intimato Ministero dell’Interno non ha svolto alcuna difesa.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. – Con il primo motivo, il ricorrente lamenta la “Violazione e falsa applicazione di norme di diritto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, a pagina 8, 9, e 10 della motivazione impugnata, in quanto il Tribunale civile di Venezia non avrebbe fatto corretta applicazione in sede di motivazione e decisione dei principi elaborati in sede giurisprudenziale relativi alla materia istruttoria come previsti nel D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 19, comma 8, relativo al rito sommario di cognizione come modificato dal D.L. n. 13 del 2017, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, relativi all’esame del richiedente asilo ed alla valutazione del materiale probatorio utilizzabile”.

1.2. – Con il secondo motivo, il ricorrente deduce la “Violazione o falsa applicazione di norme di diritto in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, comma 1, lett. c)”, in quanto il Tribunale avrebbe omesso ogni riferimento in merito al funzionamento del sistema giudiziario in Nigeria e alla grave situazione carceraria ivi esistente, con lesione di diritti umani fondamentali.

1.3. – Con il terzo motivo, il ricorrente deduce l'”Omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in relazione alle richieste di concessione di un permesso per protezione sussidiaria o per motivi umanitari. Violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, in riferimento al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a), b) e c) e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3″.

2. – I primi due motivi, in quanto strettamente connessi, vanno congiutamente decisi. Essi non possono trovare accoglimento.

2.1. – Questa Corte ha chiarito che “in materia di protezione internazionale, l’accertamento del giudice di merito deve innanzi tutto avere ad oggetto la credibilità soggettiva della versione del richiedente circa l’esposizione a rischio grave alla vita o alla persona”, cosicchè “qualora le dichiarazioni siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non occorre procedere ad un approfondimento istruttorio officioso circa la prospettata situazione persecutoria nel Paese di origine, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori” (Cass. n. 16925 del 2018; Cass. n. 3340 del 2019; Cass. n. 4367 del 2020).

L’attenuazione dell’onere probatorio a carico del richiedente non esclude l’onere di compiere ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. a), essendo possibile solo in tal caso considerare “veritieri” i fatti narrati; laddove, la valutazione di non credibilità del racconto, costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito il quale deve valutare se le dichiarazioni del richiedente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c), ma pur sempre a fronte di dichiarazioni sufficientemente specifiche e circostanziate” (Cass. n. 27503/2018).

Come precisato, inoltre, da questa Corte (Cass. n. 14006 del 2018) con riguardo alla protezione sussidiaria dello straniero, prevista dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), “l’ipotesi della minaccia grave ed individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale implica o una contestualizzazione della minaccia suddetta, in rapporto alla situazione soggettiva del richiedente, laddove il medesimo sia in grado di dimostrare di poter essere colpito in modo specifico, in ragione della sua situazione personale, ovvero la dimostrazione dell’esistenza di un conflitto armato interno nel Paese o nella regione, caratterizzato dal ricorso ad una violenza indiscriminata, che raggiunga un livello talmente elevato da far sussistere fondati motivi per ritenere che un civile, rientrato nel paese in questione o, se del caso, nella regione in questione, correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio di questi ultimi, un rischio effettivo di subire detta minaccia”. Nel ricorso, viceversa non si spiegano le ragioni per le quali, nello specifico, sussisterebbero i presupposti per il riconoscimento della tutela in favore del ricorrente, limitandosi il ricorrente a riferire del rischio in caso di suo rientro nel paese d’origine, potrebbe subire la vendetta dei cugini per i fatti decritti.

La parte ricorrente mira, insomma, del tutto inammissibilmente, a confutare, in sede di legittimità, le valutazioni di merito operate dalla Corte distrettuale, tra e quali quella relativa alla sua inattendibilità, tenuto conto che il riconoscimento della protezione sussidiaria, cui il motivo sostanzialmente si riferisce, presuppone che il richiedente rappresenti una condizione, che, pur derivante dalla situazione generale del paese, sia, comunque, a lui riferibile e sia caratterizzata da una personale e diretta esposizione al rischio di un danno grave, quale individuato dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14.

3. – Il terzo motivo è inammissibile.

3.1. – Il novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (applicabile nella fattispecie ratione temporis) consente (Cass. sez. un. 8053 del 2014) di denunciare in cassazione – oltre all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, e cioè, in definitiva, quando tale anomalia si esaurisca nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione – solo il vizio di omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo, vale a dire che, ove esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia (Cass. n. 14014 e n. 9253 del 2017).

Nel rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente avrebbe dunque dovuto specificamente e contestualmente indicare oltre al “fatto storico” il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività” (Cass. n. 14014 e n. 9253 del 2017). Ma, nei motivi in esame, della enucleazione e della configurazione della sussistenza (e compresenza) di siffatti presupposti (sostanziali e non meramente formali), onde potersi ritualmente riferire al parametro di cui al n. 5 dell’art. 360 c.p.c., non v’è specifica adeguata indicazione. Laddove, poi, è altrettanto inammissibile l’evocazione del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, con riferimento non già ad un “fatto storico”, come sopra inteso, bensì a questioni o argomentazioni giuridiche (Cass. n. 22507 del 2015; cfr. Cass. n. 21152 del 2014; ciò in quanto nel paradigma ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non è inquadrabile il vizio di omessa valutazione di deduzioni difensive (Cass. n. 26305 del 2018).

3.2. – Peraltro, il contestuale denunciato vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa (come già detto), l’allegazione di un’erronea valutazione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione (peraltro, entro i limiti del paradigma previsto dal nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, applicabile ratione temporis alla fattispecie).

Pertanto, il motivo con cui si denunzia il vizio della sentenza previsto dall’art. 360 c.p.c., n. 3, deve essere dedotto, a pena di inammissibilità, non solo mediante la puntuale indicazione delle norme assuntivamente violate, ma anche mediante specifiche e intelligibili argomentazioni intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie; diversamente impedendosi alla Corte di cassazione di verificare il fondamento della lamentata violazione.

Risulta, quindi, inammissibile, la deduzione di errori di diritto individuati (come nella specie) per mezzo della sola preliminare indicazione della norma pretesamente violata, ma non dimostrati attraverso una circostanziata critica delle soluzioni adottate dal giudice del merito nel risolvere le questioni giuridiche poste dalla controversia, operata nell’ambito di una valutazione comparativa con le diverse soluzioni prospettate nel motivo e non attraverso la mera contrapposizione di queste ultime a quelle desumibili dalla motivazione della sentenza impugnata (Cass. n. 11501 del 2006; Cass. n. 828 del 2007; Cass. n. 5353 del 2007; Cass. n. 10295 del 2007; Cass. 2831 del 2009; Cass. n. 24298 del 2016). Il controllo affidato a questa Corte non equivale alla revisione del ragionamento decisorio, ossia alla opinione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che ciò si tradurrebbe in una nuova formulazione del giudizio di fatto, in contrasto con la funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità (Cass. n. 20012 del 2014; richiamata anche dal Cass. n. 25332 del 2014). Sicchè, in ultima analisi, tale motivo si connota quale riproposizione, notoriamente inammissibile in sede di legittimità, di doglianze di merito che attingono all’apprezzamento delle risultanze istruttorie motivatamente svolto dalla Corte di merito (Cass. n. 24817 del 2018).

4. – Per tutto quanto sopra esposto, il ricorso va rigettato. Nulla per le spese in ragione del fatto che l’intimato non ha svolto alcuna difesa. Va emessa la dichiarazione D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Il D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 4 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 15 settembre 2020

 

 

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