Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19178 del 19/07/2018


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Civile Ord. Sez. 3 Num. 19178 Anno 2018
Presidente: TRAVAGLINO GIACOMO
Relatore: RUBINO LINA

Ud. 23/04/2018

ORDINANZA

CC

sul ricorso 2969-2016 proposto da:
MAMAZZA GIOVANNI, domiciliato ex lege in ROMA, presso
la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE,
rappresentato e difeso dall’avvocato MARIAGRAZIA
CARUSO giusta procura speciale a margine del ricorso;
– ricorrente contro

S.IDRA SERVIZI IDRICI AMBIENTALI CATANIA SPA in
persona del Presidente pro tempore, domiciliata ex
lege

in

ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI

CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato
GIUSEPPA LA ROCCA giusta procura speciale in calce al
controricorso;

1

Data pubblicazione: 19/07/2018

- controricorrente

avverso la sentenza n. 892/2015 della CORTE D’APPELLO
di CATANIA, depositata il 26/05/2015;
udita la relazione della causa svolta nella camera di
consiglio del 23/04/2018 dal Consigliere Dott. LINA

RUBINO;

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R.G. 2969/2016
I FATTI DI CAUSA
1. Nel 1999 Giovanni Mamazza convenne in giudizio la Provincia Regionale di Catania
e la S.i.d.r.a. S.p.a., per sentirle condannare al risarcimento dei danni da mancato
utilizzo di due botteghe e del deposito facenti parte di un fabbricato di cui lo stesso

in seguito a lavori disposti dalla Provincia, e che tali danni si fossero verificati anche
a causa dei lavori maldestramente eseguiti nel 1992 dall’Azienda Etna Acque (oggi
S.i.d.r.a. S.p.a.) a ridosso del suo fabbricato. Deduceva altresì che, ottenuto dal
Tribunale di Catania un provvedimento d’urgenza nei confronti della S.i.d.r.a.,
ritenuta dal Giudicante unica responsabile dei danni lamentati, nel 1996 aveva
iniziato il giudizio di merito nei confronti della Provincia Regionale di Catania e
della S.i.d.r.a. per ottenere il risarcimento dei danni subiti dal suo immobile, nonché
di quelli derivanti dalla perdita dei canoni locatizi dell’appartamento e del garage
affittati a Rosalia Lo Voi (in conseguenza dell’obbligo impostogli dal C.T.U., in sede
di procedimento cautelare, di non consentire passaggio e sosta di persone o cose nella
“scivola”, ovvero nella rampa che conduceva al garage e nelle immediatezze della
stessa). La lettura del ricorso, della sentenza e del controricorso consente di
ricostruire che sugli stessi fatti esiste una prima causa, definita in primo grado con
sentenza n. 38 del 2002 e in secondo grado con sentenza n. 47 del 2004 di rigetto delle
pretese del Mamazza, passata in giudicato. Si evince poi dalla sentenza impugnata, a
pag. 9, che il Mamazza ha iniziato anche una terza causa, definita con sentenza n.
612 del 2009, volta sempre ad ottenere il risarcimento dei danni derivanti dai fatti
per cui è causa.

2. Con sentenza depositata 1’11.1.2008, il Tribunale di Catania, Sez. distaccata di
Mascalucia, rigettava la domanda sia nei confronti della Provincia, in quanto con
sentenza passata in giudicato (la già citata sentenza n. 38 del 2002) era stata esclusa
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era proprietario. Il Mamazza rappresentava che il suo immobile aveva subito danni

ogni responsabilità della stessa in relazione ai danni asseritamente subiti dal Mamazza
per lavori eseguiti in prossimità del suo fabbricato. Rigettava la domanda del
Mamazza anche nei confronti della S.i.d.r.a., in quanto con la medesima decisione,
impugnata in relazione alla posizione della sola Sidra e la cui impugnazione era stata
decisa con sentenza n. 54 del 2004 della corte d’Appello di Catania, passata in

il quale si accedeva all’appartamento e alle due botteghe oggetto del giudizio e,
quanto al locale adibito a deposito, poiché i danni da mancato utilizzo dello stesso
erano stati esclusi dalla citata sentenza passata in giudicato ed erano in ogni caso non
provati.
3. La sentenza di primo grado veniva appellata dal Mamazza, nella sola parte in cui
aveva rigettato la domanda nei confronti della S.i.d.r.a. Si costituiva la S.i.d.r.a.,
riproponendo l’eccezione di inammissibilità della domanda per violazione del
principio di unitarietà del diritto al risarcimento del danno rigettata dal primo
Giudice; deducendo, in ogni caso, l’infondatezza del gravame; e chiedendo altresì la
condanna dell’appellante al risarcimento del danno da responsabilità aggravata ex art.
96 c.p.c.
La Corte d’appello rigettava la domanda, confermando la sentenza del Tribunale. In
particolare, affermava che la doglianza del Mamazza in ordine al fatto che il
Tribunale avesse erroneamente ritenuto l’oggetto del giudizio pendente identico a
quello del giudizio deciso con la sentenza n. 38 del 2002 fosse generica, in quanto il
Mamazza non aveva indicato e documentato l’oggetto di quest’ultimo giudizio, con
ciò non consentendo di valutare l’asserito errore del Giudice di prime cure; che
apparisse fondata l’eccezione di inammissibilità della domanda per violazione del
principio di unitarietà del diritto al risarcimento del danno, in quanto nel giudizio
d’appello il Mamazza aveva chiesto il risarcimento di ulteriori danni derivanti
sempre dal medesimo fatto (ossia dalla circostanza che, a causa dell’obbligo
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giudicato, era stato escluso ogni danno da mancato utilizzo dello spazio attraverso

impostogli dal C.T.U., aveva fatto transennare l’edificio); che, ad ogni modo, il
transennamento non potesse aver coinvolto le botteghe oggetto del presente giudizio
ma esclusivamente l’accesso al piano cantinato, e che la C.T.U. espletata in primo
grado non potesse essere condivisa in quanto nessuna prova esisteva in atti che la
recinzione cosi come suggerita dal consulente tecnico in sede di procedimento

apparissero credibili le deposizioni dei due testi sentiti dal Tribunale.
4. Contro la sentenza n. 892/2015 della Corte d’appello di Catania, depositata il

26.05.2015, propone ricorso per Cassazione, con tre motivi, Giovanni Mamazza.
Resiste con controricorso la S.i.d.r.a. S.p.a. La causa è stata avviata alla trattazione in
adunanza camerale non partecipata.

LE RAGIONI DELLA DECISIONE
Con il primo motivo, il ricorrente denuncia la violazione del principio di
corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato (art. 112 c.p.c.); violazione dell’art. 345
c.p.c. (tantum devolutum quantum appellatum); violazione dell’art. 2697 c.c. in
relazione all’art. 346 c.p.c.
Osserva che non corrisponda al vero che in sede di giudizio d’appello egli abbia
censurato la statuizione del Tribunale relativa all’identità di oggetto tra giudizio
pendente e giudizio deciso con la sentenza n. 38 del 2002; e che una tale censura, oltre
che non proposta, non sarebbe stata neppure proponibile per carenza di interesse, in
quanto la sentenza di primo grado aveva ritenuto inapplicabile alla fattispecie il
principio di unitarietà del diritto al risarcimento del danno proprio sull’opposto
rilievo che l’oggetto della domanda fosse costituito da diverse voci di danno,
derivante sì da un medesimo fatto ma recato ad altre unità immobiliari del medesimo
edificio per le quali non v’era stata nel precedente giudizio alcuna domanda
risarcitoria.

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d’urgenza avesse interessato tutto il piazzale antistante l’edificio; che infine non

Osserva ancora che il suddetto capo della sentenza di primo grado avrebbe dovuto
per converso essere puntualmente e specificamente contestato dalla convenuta
S.i.d.r.a.; che non era sufficiente alla stessa, in sede di costituzione in appello,
limitarsi a rilevare l’improponibilità della domanda del Mamazza sul presupposto
dell’unitarietà del diritto al risarcimento; e che la Corte, nell’affermare la genericità

specificazione che incombeva viceversa sul convenuto.
Lamenta infine come l’erroneità della sentenza impugnata si evinca agevolmente dal
senso letterale delle parole contenute nell’atto di appello e dal significato attribuibile
alla domanda; e come l’interpretazione della domanda, quando abbia determinato
una violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato o di quello
del tantum devolutum quantum appellatum, non dia luogo ad un vizio di fatto, ma ad
un error in procedendo, in quanto tale sindacabile nel giudizio di Cassazione.
Con il secondo motivo, il ricorrente denuncia la violazione e falsa interpretazione
degli artt. 2909 c.c. e 2043 c.c., 324 c.p.c. in relazione all’art. 115 c.p.c.; violazione
del principio di corrispondenza fra il chiesto e il pronunciato (art. 112 c.p.c.);
violazione dell’art. 345 c.p.c. (tantum devolutum quantum appellatum) violazione
dell’art. 360 c.p.c. n. 3 e dell’art. 360 c.p.c. n. 5.
Lamenta che il danno dedotto nel precedente giudizio era relativo al piccolo deposito
a piano terra e all’appartamento locato alla Lo Voi; che col ricorso d’urgenza il
Mamazza aveva chiesto ed ottenuto il ripristino dei luoghi e la ricostruzione del
parapetto lesionato dai lavori della S.i.d.r.a, e non certamente i danni da mancato
utilizzo dell’immobile, che sarebbero maturati successivamente (in conseguenza del
transennamento disposto dal C.T.U. nel corso della procedura d’urgenza) e per i
quali pertanto ben poteva essere proposta una ulteriore ed autonoma domanda
risarcitoria.

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della doglianza dell’appellante, abbia pertanto attribuito al Mamazza un onere di

Osserva quindi che la sentenza appellata vada ridimensionata con riguardo a
circostanze diverse da quelle precedentemente allegate, in quanto il principio per cui
il giudicato copre il dedotto ed il deducibile va inteso nel senso che il giudicato copre
l’azione qual è stata concretamente esercitata, sul fondamento dei fatti costitutivi
allegati e che debbono intendersi implicitamente inclusi nella medesima causa

la richiesta risarcitoria ad alcune specifiche voci di danno, con conseguente possibilità
di domandare con autonomo giudizio ulteriori profili di danno non specificamente
dedotti in quella sede. Lamenta pertanto che il principio di infrazionabilità della
richiesta di risarcimento vada necessariamente coordinato col principio della
domanda; e che, di conseguenza, sia ammissibile la parcellizzazione della domanda e
sia irrilevante il difetto di riserva di introdurre altro giudizio per altre voci di danno
eventualmente subito.
Con il terzo motivo, il ricorrente denuncia la violazione e falsa interpretazione
dell’art. 2909 c.c. in relazione all’art. 324 c.p.c.; Violazione e falsa interpretazione
dell’art. 191 c.p.c. nonché dell’art. 115 c.p.c. e 116 c.p.c.
Lamenta che la sentenza sia errata ed illegittima nella parte in cui ha dichiarato
infondata la domanda, confermando la sentenza di primo grado: infatti, che gli
immobili di proprietà dell’odierno ricorrente fossero stati resi inaccessibili per
effetto del transennamento disposto dalla Provincia di Catania ed eseguita dallo
stesso Mamazza su ordine del primo C.T.U. nominato nel 1994 in sede di giudizio
cautelare, sarebbe circostanza incontrovertibile e come tale inequivocabilmente
accertata dal secondo C.T.U.
Osserva pertanto che del tutto illegittimamente ed apoditticamente la Corte, che non
conosce i luoghi, abbia contestato e superato i rilievi peritali; e ciò peraltro
sull’assunto per cui, se il Mamazza ha proposto una azione infondata (il richiamo è

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petendi; e che peraltro risulti inequivoca la volontà dell’odierno ricorrente di limitare

alla precedente sentenza della Corte d’appello di Catania n. 47/2004), dovesse
parimenti essere infondata anche la successiva azione.
Lamenta inoltre che i due testi sentiti dal Tribunale abbiano inequivocabilmente
riferito che per circa due anni a partire dal 1995 la proprietà del Mamazza restò
transennata per l’esistenza di un pericolo di crollo; e che, del resto, il fatto che

contestata ed anzi espressamente riconosciuta dalla controparte (con conseguente
violazione dell’art. 167 c.p.c., anche anteriormente alla formale introduzione del
principio di non contestazione con la novella dell’art. 115 c.p.c.).
Osserva infine che, sulla base dei principi richiamati e della circostanza che il danno
dedotto nel pregresso giudizio fosse relativo all’appartamento mansarda e al piccolo
deposito locati alla Lo Voi (che nulla avrebbero a che vedere con il risarcimento
domandato nella presente sede), il Giudice di prime cure avesse appunto disposto la
suddetta consulenza tecnica finalizzata a determinare il valore locativo degli
immobili de quibus; e che pertanto debbano trovare applicazione nel caso di specie i
principi in materia di danni derivanti da mancata utilizzazione dell’immobile (con
conseguente cassazione anche della condanna alle spese).
Il ricorso è del tutto inammissibile.
Esso non rispetta il requisito della esposizione sommaria dei fatti, prescritto a pena
di inammissibilità del ricorso per cassazione dall’art. 366, primo comma n. 3, cod.
proc. civ., che, essendo considerato dalla norma come uno specifico requisito di
contenuto-forma del ricorso, deve consistere in una esposizione che deve garantire
alla Corte di cassazione, di avere una chiara e completa cognizione del fatto
sostanziale che ha originato la controversia e del fatto processuale, senza dover
ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso, compresa la stessa sentenza impugnata
(Cass. sez. un. n. 11653 del 2006). La prescrizione del requisito risponde non ad
un’esigenza di mero formalismo, ma a quella di consentire una conoscenza chiara e
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l’immobile sia stato inaccessibile nell’arco di tempo considerato non risulta neanche

completa dei fatti di causa, sostanziali e o processuali, che permetta di bene intendere
il significato e la portata delle censure rivolte al provvedimento impugnato (Cass.
sez. un. n. 2602 del 2003). Stante tale funzione, per soddisfare il requisito imposto
dall’articolo 366 comma primo n. 3 cod. proc. civ. è necessario che il ricorso per
cassazione contenga, sia pure in modo non analitico o particolareggiato,

e le ragioni di diritto che le hanno giustificate, delle eccezioni, delle difese e delle
deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria, dello svolgersi della
vicenda processuale nelle sue articolazioni e, dunque, delle argomentazioni
essenziali, in fatto e in diritto, su cui si è fondata la sentenza di primo grado, delle
difese svolte dalle parti in appello, ed in fine del tenore della sentenza impugnata.
Nel caso di specie, la sola lettura del ricorso non integrata dalla lettura della
sentenza, non consente una completa ricostruzione e neppure una adeguata
comprensione della fattispecie sottoposta all’esame della Corte: la sommaria
esposizione dei fatti di causa manca totalmente, ed essi sono inammissibilmente
sostituiti all’interno del ricorso, dalla integrale riproduzione del testo della sentenza
impugnata. Né a ciò può supplire l’indicazione del contenuto delle proprie domande,
riportate a pagg. 15 e 16 del ricorso introduttivo dal ricorrente, senza far riferimento
peraltro né agli atti in cui sono contenute, né alle pagine di quegli atti, né alla loro
collocazione nei fascicoli dei gradi merito, e neppure al fatto che siano stati prodotti
nuovamente nel giudizio di cassazione, incorrendo in tal modo anche nella
violazione dell’art. 366 n. 6 c.p.c.
Ma quand’anche si volessero superare gli assorbenti profili di inammissibilità sopra
esposti, la domanda del Mamazza, faticosamente ricostruita nel suo contenuto con
l’ausilio della sentenza di appello, è del tutto inammissibile per violazione del
principio del ne bis in idem. I principi richiamati dalla corte d’appello, in materia di
giudicato e di infrazionabilità della domanda risarcitoria, appaiono correttamente
9

l’indicazione sommaria delle reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto

evocati, atteso che, come riferisce la sentenza a pag. 3, lo stesso Mamazza, nel suo
atto introduttivo della seconda causa, dichiara che “per mera dimenticanza del
procuratore” non vennero chiesti i danni, nel primo giudizio, derivanti dalle stesse
cause, agli altri locali di proprietà del Mamazza interessati dalla cattiva esecuzione di
lavori da parte della Sipra. Per cui non di danni diversi o futuri si tratta, ma, come

fatto dannoso, ovvero di danni il cui risarcimento ben avrebbe potuto essere chiesto
nel primo giudizio e che non è stato chiesto per mera negligenza della parte, nella
persona del suo procuratore. In tema di risarcimento dei danni da responsabilità
civile, l’unitarietà del diritto al risarcimento ed il suo riflesso processuale
dell’ordinaria infrazionabilità del giudizio di liquidazione comportano che, quando
un soggetto agisca in giudizio per chiedere il risarcimento dei danni a lui cagionati
da un dato accadimento o comportamento, la domanda si riferisce a tutte le possibili
voci di danno originate da quella condotta. Ne consegue che, laddove nell’atto
introduttivo siano indicate specifiche voci di danno, a tale specificazione deve darsi
valore meramente esemplificativo dei vari profili di pregiudizio dei quali si intenda
ottenere il ristoro, a meno che non si possa ragionevolmente ricavarne la volontà
attorea di escludere dal “petitum” le voci non menzionate (Cass. n. 17879 del 2011).
Il ricorrente fa poi riferimento ad un principio, quello della parcellizzabilità del
credito, affermato effettivamente dalle Sezioni unite n. 108 del 2000, ma poi superato,
ben prima della proposizione del presente ricorso, da S.U. n. 23726 del 2007: da allora
in poi la Corte ha espresso il principio opposto, secondo il quale non è data al
creditore di una determinata somma di denaro, dovuta in forza di un unico rapporto
obbligatorio, la possibilità di frazionare il credito in plurime richieste giudiziali di
adempimento, contestuali o scaglionate nel tempo, in quanto tale scissione del
contenuto della obbligazione, operata dal creditore per sua esclusiva utilità con
unilaterale modificazione aggravativa della posizione del debitore, si pone in
10

afferma correttamente la sentenza impugnata a pag. 7, di conseguenze dell’unico

contrasto sia con il principio di correttezza e buona fede, che deve improntare il
rapporto tra le parti non solo durante l’esecuzione del contratto ma anche
nell’eventuale fase dell’azione giudiziale per ottenere l’adempimento, sia con il
principio costituzionale del giusto processo, traducendosi la parcellizzazione della
domanda giudiziale diretta alla soddisfazione della pretesa creditoria in un abuso

corretta tutela del suo interesse sostanziale.
Del resto, quanto in particolare all’azione risarcitoria, l’impossibilità di frazionare
l’azione volta al risarcimento del danno è affermazione da tempo presente nella
giurisprudenza di questa Corte, non superata e, al contrario, più volte ribadita : si è
infatti affermato che nel caso in cui un soggetto, facendo valere il suo diritto al
risarcimento del danno, chieda, senza alcuna specificazione o riserva, la condanna
del convenuto al pagamento di una determinata somma, l’azione comprende, per la
sua genericità, tutto il credito esercitabile, sicché è da escludere che, dopo la
formazione del giudicato al riguardo, il medesimo soggetto possa azionare di nuovo
lo stesso diritto per ottenere il pagamento di altre somme in relazione a voci di danno
non considerate da tale giudicato, come è invece consentito qualora il creditore abbia
fin dal primo momento delimitato l’oggetto della sua domanda a determinate voci,
restando in tal caso quelle ulteriori fuori dell’oggetto del primo giudizio, e del
conseguente giudicato (Cass. n. 19976 del 2005).
Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile.
Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come al dispositivo.
Il ricorso per cassazione é stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013, e
il ricorrente risulta soccombente, pertanto egli è gravato dall’obbligo di versare un
ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso
principale, a norma del comma 1 bis dell’ art. 13, comma 1 quater del d.P.R. n. 115
del 2002.
11

degli strumenti processuali che l’ordinamento offre alla parte, nei limiti di una

P.Q.M.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Pone a carico del ricorrente le spese di
giudizio sostenute dalla parte controricorrente, che liquida in complessivi euro
5.000,00 oltre 200,00 per esborsi, oltre contributo spese generali ed accessori.
Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente di

ricorso principale.
Così deciso nella camera di consiglio della Corte di cassazione il 23 aprile 2018

Il Presidente
Giacomo ra vaglino
i

un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il

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