Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1916 del 25/01/2018


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Civile Sent. Sez. L Num. 1916 Anno 2018
Presidente: NOBILE VITTORIO
Relatore: AMENDOLA FABRIZIO

SENTENZA

sul ricorso 24090-2015 proposto da:
FEBBO VIRGINIA E ROMANO & C. S.A.S., in persona del
legale rappresentante pro tempore, domiciliata in ROMA

PIAZZA CAVOUR presso LA CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA
DI CASSAZIONE, rappresentata e difeso dall’avvocato

CARMINE DI RISIO, giusta delega in atti;
– ricorrente –

2017

contro

3475

DI COCCO BARBARA,

elettivamGnte domicilinta in ROMA,

VIA G.G. BELLT 39, presso In studio (1(7′,11 . vvcDraL0 FABIO
MASTROCOLA,

rappresentata e difesa dall’avvocato

ANTONIO LUCIANI, giusta delega in atti;

Data pubblicazione: 25/01/2018

- controricorrente

avverso la sentenza n. 230/2015 della CORTE D’APPELLO
di L’AQUILA, depositata il 19/03/2015 R.G.N. 871/2014;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 14/09/2017 dal Consigliere Dott. FABRIZIO

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. FRANCESCA CERONI che ha concluso per
improcedibilità, inammissibilità, in subordine rigetto.

AMENDOLA;

R.G. n. 24090/2015

Fatti di causa

1. Con sentenza del 19 marzo 2015, la Corte di Appello di L’Aquila ha
confermato la pronuncia di primo grado nella parte in cui aveva dichiarato
l’illegittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimato a

Sas e, in parziale modifica di essa e in accoglimento di un motivo di gravame
formulato dalla società, ha condannato la medesima al pagamento della minor
somma di euro 10.942,05 a titolo di differenze retributive.
2. Per la cassazione di tale sentenza ricorre il 19 settembre 2015 la società in
accomandita con quattro motivi. Resiste con controricorso Barbara Di Cocco.

Ragioni della decisione

1. Con il primo motivo di ricorso si denuncia violazione ed erronea
applicazione degli artt. 420, co. 5, 115, 116, 157, co. 2, c.p.c., nonché
inammissibilità e nullità della prova acquisita. Si deduce che in primo grado, dopo
talune udienze, a quella del 27 febbraio 2013 il procuratore della ricorrente aveva
depositato “un foglio di deduzioni contenente richieste istruttorie” nonché
documentazione e che, nonostante l’opposizione della resistente, il primo giudice
aveva dato ingresso anche alla prova orale e documentale così tardivamente
richiesta. Si critica la sentenza d’appello, investita di specifico gravame sul punto,
per aver considerato applicabile il comma 5 dell’art. 420 c.p.c., ritenendo che la
società aveva in giudizio parzialmente modificato le ragioni poste a fondamento
del recesso (da licenziamento determinato dalla necessità di procedere ad una
generica riduzione del personale a soppressione del posto di cassiera occupato
dalla Di Cocco), per cui, confrontando i capitoli di prova articolati nel ricorso
introduttivo e quelli contenuti nella memoria del 27 febbraio, si poteva
riscontrare “la sostanziale coincidenza degli stessi, con la sola aggiunta delle
circostanze relative alla perdurante operatività dopo il licenziamento di tutte le
casse esistenti nel punto vendita”. Si censura poi che la Corte territoriale non
abbia dato rilievo alla circostanza che comunque le richieste istruttorie erano

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Barbara Di Cocco il 21 giugno 2011 dalla società Febbo Virginia e Romano & c.

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state formulate “oltre la prima udienza”, sull’assunto che “in tutti i verbali
precedenti sono stati disposti meri rinvii, su richiesta concorde delle parti, in
ragione di trattative per una definizione transattiva della lite”.
Il motivo, oltre a mancare di autosufficienza in quanto non vengono riportati i
contenuti delle prove testimoniali richieste ed ammesse né tanto meno quello dei

dell’atto di acquisizione probatoria di cui si eccepisce la nullità, è infondato.
Infatti la Corte territoriale ha dichiaratamente fatto applicazione del comma 5
dell’art. 420 c.p.c. che consente al giudice di primo grado di ammettere, nella
“udienza di discussione della causa”, i mezzi di prova “che le parti non abbiano
potuto proporre prima, se ritiene che siano rilevanti”.
La valutazione in ordine alla rilevanza così come circa il fatto che la
proposizione tempestiva non fosse altrimenti possibile – o perché la necessità
della richiesta sorga per effetto di fatti addotti a difesa dalla controparte o a
sostegno di domande riconvenzionali (Cass. n. 8131 del 1987; Cass. n. 4638 del
1985; Cass. n. 2192 del 1983), ovvero in relazione ad una inaspettata
contestazione sollevata dall’avversario su di una circostanza che poteva
ragionevolmente considerarsi pacifica (Cass. n. 1509 del 1995) o anche a seguito
della contestazione della prova documentale allegata “ah origine”, ritenuta dalla
parte istante quale prova idonea a sostenere i fatti dedotti in giudizio (Cass. n.
18206 del 2006) – appartiene all’apprezzamento discrezionale del giudice di
merito e non è preclusa ove, come nella specie acclarato dalla Corte territoriale,
si siano tenute precedenti udienze in cui non è stata svolta alcuna attività perché
le parti avevano concordemente richiesto rinvii finalizzati al componimento della
lite.
Quanto ai documenti, inoltre, non risulta neanche efficacemente censurato il
rilievo della Corte abruzzese secondo cui gli stessi non sono stati utilizzati dal
giudice di primo grado.
2. Con il secondo motivo si denuncia “violazione dell’art. 116 c.p.c., dell’art.
115, co. 2, dell’art. 3 I. n. 604/66 e dell’art. 2697 c.c. ex art. 360 n. 3” nonché
“omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dalle
parti o rilevabile d’ufficio” per avere i giudici del merito ritenuto insussistente un

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documenti prodotti, rendendo in tal modo impossibile verificare la decisività

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giustificato motivo di licenziamento, nonostante l’azienda avesse riportato un
“indubitabile calo delle vendite”.
Il motivo non può trovare accoglimento perché censura con modalità
inadeguate, nonostante la sentenza impugnata sia sottoposta al novellato art.
360, co. 1, n. 5, c.p.c.c, così come rigorosamente interpretato da Cass. SS.UU.

l’esistenza o meno, nel concreto della vicenda storica, delle ragioni addotte a
giustificazione del licenziamento.
In particolare non viene efficacemente censurata una delle ragioni poste dalla
Corte territoriale a fondamento della sua pronuncia e cioè l’esclusione
“dell’assolvimento da parte della stessa società appellante dell’onere probatorio
posto a suo carico” a causa “dell’esito non univoco della prova orale relativa alla
soppressione della cassa, alla quale era adibita la appellata”; si tratta di
motivazione di per sé sola sufficiente a sorreggere la ritenuta illegittimità del
licenziamento per giustificato motivo oggettivo, sulla base di una valutazione del
materiale probatorio che non è suscettibile di sindacato di legittimità.
3. Con il terzo mezzo si denuncia “violazione del disposto di cui all’art. 116
c.p.c. e dell’art. 2697 c.c. ex art. 360, n. 3, c.p.c.”, assumendo che il ricorso
introduttivo era “sprovvisto degli elementi di fatto che avrebbero dovuto
sostenere la domanda” in quanto la Di Cocco si sarebbe limitata a dedurre di
essere “creditrice di differenze retributive senza, però, specificare quali” e senza
notificare i conteggi depositati unitamente all’atto introduttivo del giudizio.
Il motivo è inammissibile nella parte in cui invoca la violazione dell’art. 360,
co. 1, n. 3, c.p.c., per un error in procedendo eventualmente rilevante ove fosse
stato fatto valere ai sensi dell’art. 360, co. 1, n. 4, c.p.c., con modalità idonee a
denunciare la nullità della sentenza o del procedimento ed invece non si riporta
neanche il contenuto del ricorso introduttivo rispetto al quale si lamentano
generiche carenze.
Inoltre questa Corte ha affermato, ai fini della nullità del ricorso in materia di
lavoro contenente la domanda che abbia per oggetto spettanze retributive,
l’irrilevanza della mancata formulazione di conteggi ana!itici o la mancata
notificazione, con il ricorso, del conteggio prodotte dal lavoratore (v. Cass., sez.

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nn. 8053 e 8054 del 2014, un accertamento di fatto, quale indubbiamente è

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VI, ord. n. 3126 del 2011, con principio affermato ai sensi dell’art. 360 bis, co.
1, c.p.c.).
4. Parimenti inammissibile il quarto motivo del ricorso con cui si denuncia
“violazione del disposto di cui all’art. 199 e 205 CCNL Commercio ex art. 360 n. 3
c.p.c.” relativi alla riconosciuta indennità di cassa, atteso che non specifica se il

n. 20075 del 2010) e l’avvenuta sua produzione e la sede in cui quel documento
sia rinvenibile (Cass. SS.UU. n. 25038 del 2013; Cass., SS. UU. n. 7161 del
2010; conformi: Cass. nn. 17602 del 2011 e n. 124 del 2013)
5. Conclusivamente, il ricorso deve essere respinto con condanna della società
soccombente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità liquidate come
da dispositivo.
Occorre dare atto infine della sussistenza per la ricorrente dei presupposti di
cui all’art. 13, co. 1 quater, d.P.R. n. 115 del 2002, come modificato dall’art. 1,
co. 17, I. n. 228 del 2012.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese
liquidate in euro 5000,00, di cui euro 200,00 per esborsi, oltre accessori secondo
legge e spese generali al 15%.
Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater, d.P.R. n. 115 del 2002 dà atto della
sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della

ricorrente,

dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il

ricorso incidentale a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del 14 settembre 2017

contratto collettivo nazionale sia stato prodotto integralmente (cfr. Cass. SS.UU.

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