Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19153 del 28/09/2016


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Cassazione civile sez. VI, 28/09/2016, (ud. 27/06/2016, dep. 28/09/2016), n.19153

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. CARACCIOLO Giuseppe – Consigliere –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15408-2015 proposto da:

C.M., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato LUCIANO SANDRINI giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 435/01/2014 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE di TRIESTE del 07/10/2014, depositata il 11/11/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

27/06/2016 dal Consigliere Relatore Dott. PAOLA VELLA.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte, costituito il contraddittorio camerale sulla relazione prevista dall’art. 380 bis c.p.c., osserva quanto segue.

1. Con il primo motivo, rubricato “Ex art. 360 c.p.c., n. 4 nullità della sentenza o del procedimento in relazione all’art. 712 c.p.c.” si deduce che, mentre “nella prospettazione dell’Ufficio e della CTP il contribuente avrebbe esercitato attività commerciale gestendo l’Associazione (OMISSIS) e interponendo fittiziamente alla stessa anche altre quattro associazioni”, la C.T.R. invece, “incorrendo in extrapetizione”, “assume che il contribuente avrebbe esercitato individualmente l’attività commerciale interponendo fittiziamente cinque associazioni”.

2. Con il secondo mezzo, rubricato “Ex art. 360 c.p.c., n. 4 nullità della sentenza o del procedimento in relazione al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 14 per omessa integrazione del contraddittorio nei confronti delle associazioni asseritamene interposte”, si deduce che “la struttura del giudizio è necessariamente litisconsortile – essendo la decisione suscettibile di fare stato anche nei confronti delle associazioni interposte” (peraltro non indicate).

3. Con il terzo, infine, rubricato “Ex art. 360 c.p.c., n. 4 nullità della sentenza o del procedimento in relazione all’art. 132 c.c., comma 1, n. 4 e art. 118 disp. att. c.p.c.”, si denuncia un duplice vizio della motivazione, che presenterebbe un “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” (ossia “il contribuente gestiva un’attività imprenditoriale diretta all’offerta al pubblico di attività ginnico motoria” e “la gestione, l’organizzazione e – in particolare – l’introito dei proventi avveniva soltanto a favore del C.”) e sarebbe altresì “perplessa” (laddove si individua un indice di commercialità nelle circostanza che i soci “non abbiano partecipato ad alcuna distribuzione di utili “e che le assemblee andavano “deserte”).

4. Le censure sono manifestamente inammissibili ed infondate.

5. Le prime due – che in quanto connesse possono essere esaminate congiuntamente – non colgono la ratio decidendi del giudice d’appello, il quale, proprio per motivare il rigetto della richiesta, formulata dall’appellante (di qui l’inconsistenza del vizio di extrapetizione), di integrazione del contraddittorio “nei confronti delle associazioni asseritamene interposte”, desume dal materiale probatorio acquisito – attraverso una valutazione di merito insindacabile in questa sede – la fittizietà dell’apparente struttura associativa, sottolineando essersi trattato di accertamento eseguito nei confronti di una persona fisica (il C.) che “gestiva un’attività imprenditoriale diretta all’offerta al pubblico di attività ginnico motoria previo pagamento di una quota associativa periodica”, la quale però, lungi dall’essere una “quota sociale intesa come partecipazione alla vita societaria”, rappresentava in realtà il “corrispettivo per una prestazione”, i cui proventi venivano introitati esclusivamente dal C. medesimo. Non sussistono dunque le radicali ipotesi di nullità prospettate dal ricorrente, anche perchè l’invocata integrazione del contraddittorio andrebbe rivolta nei confronti di una struttura associativa che tanto i giudici di prime cure, quanto quelli di secondo grado, hanno ritenuto fittizia e, di fatto, inesistente.

6. Analogamente, non si riscontra un vizio motivazionale tale da assurgere a ragione di nullità della sentenza, in quanto la motivazione non risulta nè meramente apparente, nè priva di una sua coerenza logica, incentrata sul rilievo – corroborato dai precedenti di legittimità appositamente richiamati (Cass. n 22578 e n. 8623 del 2012) – per cui il trattamento fiscale delle associazioni sportive non dipende dalla veste formale civilisticamente assunta dal contribuente, ma risponde ai criteri di effettività, che rilevano in particolar modo ove le modalità di svolgimento dell’attività facciano venir meno – come si è ritenuto nel caso di specie – il presupposto dello scopo non lucrativo.

3. Al rigetto del ricorso segue la condanna dell’amministrazione ricorrente alla rifusione delle spese processuali in favore della controricorrente, nella misura indicata in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione delle spese del presente giudizio, liquidate in 4.000,00 oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 27 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 28 settembre 2016

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