Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19147 del 19/07/2018


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Civile Ord. Sez. 3 Num. 19147 Anno 2018
Presidente: TRAVAGLINO GIACOMO
Relatore: MOSCARINI ANNA

ORDINANZA

sul ricorso 27324-2015 proposto da:
MANFREDI SILVIO, elettivamente domiciliato in ROMA,
VIA POLIBIO 15, presso lo studio dell’avvocato
GIUSEPPE LEPORE, rappresentato e difeso dall’avvocato
FRANCESCO PAOLO LUISO giusta procura in calce al
ricorso;

ricorrente –

contro
2018

SIMONINI ALESSANDRO, AGOSTINI ADRIANA;

603

intimati

Nonché da:
AGOSTINI ADRIANA, SIMONINI ALESSANDRO, elettivamente
domiciliati in ROMA, P.ZZA DELLA CANCELLERIA, 85,

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Data pubblicazione: 19/07/2018

presso lo studio dell’avvocato BARBARA PAOLETTI,
rappresentati e difesi dall’avvocato LORENZO NERI
giusta procura in calce al controricorso e ricorso
incidentale;
– ricorrenti incidentali –

MANFREDI SILVIO, elettivamente domiciliato in ROMA,
VIA POLIBIO 15, presso lo studio dell’avvocato
GIUSEPPE LEPORE, rappresentato e difeso dall’avvocato
FRANCESCO PAOLO LUISO giusta procura in calce al
ricorso prncipale;
– controricorrente all’incidentale –

avverso la sentenza n. 647/2015 della CORTE D’APPELLO
di GENOVA, depositata il 13/05/2015;
udita la relazione della causa svolta nella camera di
consiglio del 20/02/2018 dal Consigliere Dott. ANNA
MOSCARINI;

2

contro

FATTI DI CAUSA
Silvio Manfredi ingiunse ad Alessandro Simonini ed Adriana Agostini il
pagamento della somma di C 3.174 per prestazioni professionali
asseritamente non pagate in relazione ad una causa instaurata
inizialmente davanti al Tribunale di Massa, poi riassunto davanti al

in cui fosse convenuta l’Avvocatura dello Stato, avente ad oggetto il
regolamento di confini tra la proprietà degli ingiunti e quella di alcuni
vicini. Il Tribunale di Massa rigettò l’opposizione confermando il
decreto ingiuntivo. Avverso la sentenza i sigg.ri Simonini e Agostini
proposero appello dolendosi di numerosi inadempimenti del legale ai
suoi doveri professionali, quali la mancata integrazione del
contraddittorio nei confronti dei proprietari dei fondi interessati dalla
domanda giudiziale, la mancata individuazione del soggetto
legittimato passivo, i numerosi rinvii richiesti in giudizio, mentre l’avv.
Manfredi svolse due motivi di appello incidentale, dolendosi del rigetto
della eccepita tardiva iscrizione a ruolo della causa da parte degli
opponenti e della propria domanda di condanna degli opponenti al
risarcimento del danno ai sensi dell’art. 96 c.p.c. La Corte d’Appello di
Genova ha accolto l’appello principale e, in totale riforma della
gravata sentenza, ha revocato il decreto ingiuntivo opposto,
dichiarando l’inadempimento dell’avvocato Manfredi al mandato
professionale ricevuto e l’assenza di titolo ad ottenere il pagamento
dei suoi onorari. Il legale è stato condannato a restituire la somma di
C 8.310 oltre interessi e al pagamento, in favore degli appellanti,
della somma di C 13.300 a titolo di risarcimento dei danni non
patrimoniali oltre che alle spese di entrambi i gradi del giudizio. In
sintesi, la sentenza ha valorizzato i seguenti inadempimenti del
legale: 1) non individuò il soggetto legittimato passivo dell’azione,
facendo decorrere 3 anni di inutile contenzioso, nonostante i

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Tribunale di Genova, competente quale foro inderogabile per le cause

convenuti Landucci avessero sollevato, fin dall’atto della loro
costituzione in giudizio, l’eccezione di integrazione del contraddittorio
nei riguardi dell’ente proprietario del fosso demaniale interposto tra le
proprietà delle due parti contendenti; 1.1) la natura demaniale del
fosso avrebbe dovuto essere accertata dal legale con l’ordinaria

del Tribunale di Massa in favore di quello di Genova pur conoscendo,
fin dal 1995, il rischio della declaratoria di incompetenza territoriale;
3) il legale si rese responsabile di numerosi inutili rinvii, chiesti ed
ottenuti nel corso del giudizio che, in quanto relativi al periodo 19931997, non ebbero nulla a che fare con la pretesa instaurazione delle
sezioni stralcio; 4) la mancata fatturazione delle somme ricevute dal
legale ebbe una rilevanza non solo fiscale ma anche sulla valutazione
dell’inadempimento; 5) l’accordo che fu infine perfezionato tra le parti
del giudizio di regolamento di confini, accordo in fieri già nel 1993, si
rese necessario, essendo decorsi 9 anni dall’inizio della causa per
evitare di esporre la proprietà a danneggiamenti di terzi; 6) il
comportamento dell’avvocato, di subordinare la restituzione dei
fascicoli al pagamento delle proprie spettanze, ebbe una valenza non
solo deontologica ma anche ai fini della valutazione
dell’inadempimento al suo mandato professionale.
Per il calcolo del danno non patrimoniale la sentenza ha preso, quale
criterio di calcolo, la legge Pinto, calcolando C 700 per ogni anno di
durata del giudizio davanti il Tribunale di Massa e di quello riassunto
davanti al Tribunale di Genova, fino al deposito della sentenza,
avvenuto in data 31/1/2012. Da ciò è scaturita la sentenza il cui
dispositivo è stato, in precedenza, riportato, contenente la condanna
del legale non solo a restituire quanto ottenuto a titolo di competenze
professionali ma anche a pagare la penale.
Avverso quest’ultima sentenza Silvio Manfredi propone ricorso per
cassazione affidato a cinque motivi. Resistono con controricorso e

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diligenza; 2) il difensore non colse il difetto di competenza territoriale

ricorso incidentale i sigg.ri Agostini e Simonini che hanno depositato
anche memoria. Il Manfredi resiste al ricorso incidentale con
autonomo controricorso.
RAGIONI DELLA DECISIONE
1.0ccorre preliminarmente valutare l’eccezione di inammissibilità del

rispetto dei termini previsti dall’art. 325 c.p.c. Essendo stata la
sentenza notificata a mezzo pec presso il procuratore costituito
Manfredi in data 21/5/2015, il termine per la notifica del ricorso
sarebbe scaduto il 19/7/2015. La sentenza è stata nuovamente
notificata in data 21/8/2015 con la formula esecutiva e l’atto di
precetto sempre via pec, mentre il ricorso è stato notificato solo in
data 12/11/2015, quando i termini sarebbero ampiamente decorsi.
L’eccezione è priva di fondamento e deve essere rigettata in quanto
solo la notifica effettuata nel domicilio eletto in Genova poteva far
decorrere il termine breve per l’impugnazione.
Sgombrato il campo dalle eccezioni preliminari, si procede all’esame
dei singoli motivi del ricorso principale.
1.1 Con il primo motivo di ricorso il ricorrente denuncia la violazione
e falsa applicazione dell’art. 950 c.c. e dell’art. 115 c.p.c., con
riferimento all’art. 369 n. 3 c.p.c.; omesso esame circa fatti decisivi
per il giudizio, oggetto di discussione tra le parti, con riferimento
all’art. 360 n. 5 c.p.c. Vi sarebbe violazione dell’art. 950 c.c. in
quanto l’azione, relativa esclusivamente a fondi contigui, poteva
essere svolta anche nei confronti del possessore del fondo confinante.
La Corte d’Appello non avrebbe individuato correttamente l’azione
promossa nel 1993, che era un’azione di restituzione di terreno e di
reintegra, per risolvere la quale era necessario stabilire dove
arrivasse la proprietà Simonini e dove quella dei Landucci. Lo stato
dei luoghi era notevolmente mutato rispetto a quello raffigurato nelle
mappe catastali, in quanto il canale non era più visibile sicchè non era
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ricorso per tardività della notifica, sollevata dai resistenti per mancato

possibile sapere dove arrivasse la proprietà del Landucci.

Dai

documenti prodotti in causa si desumerebbe che, solo nel gennaio
1995, l’avvocato Manfredi venne a conoscenza della natura demaniale
del fosso, di guisa che l’azione doveva essere interpretata quale
azione contenente plurime domande finalizzate a far valere i diritti

Il motivo è infondato. Il giudice ha correttamente interpretato l’azione
di regolamento dei confini esperita con la vocatio in ius dei proprietari
degli immobili confinanti. Le planimetrie mostravano chiaramente
l’esistenza di un fosso tra le due proprietà in contestazione e di ciò il
legale doveva essere a conoscenza, con la normale diligenza dovuta
all’esercizio della professione.
2. Con il secondo motivo denuncia la violazione e falsa applicazione
dell’art. 2236 c.c. e degli artt. 1176-1218 c.c. con riferimento all’art.
360 n. 3 c.p.c.; omesso esame circa fatti decisivi per il giudizio,
oggetto di discussione tra le parti, con riferimento all’art. 360 n. 5
c.p.c. Il Manfredi sostiene che, già con una lettera dell’11/7/95,
aveva informato i Simonini del rischio di una eccezione di
incompetenza territoriale del Tribunale di Massa in favore di quello di
Genova perché sede dell’Avvocatura dello Stato e che gli assistiti, pur
informati del rischio, avrebbero deciso di continuare la causa al
Tribunale di Massa. L’affermazione è paradossale perché tenta di
distogliere l’attenzione dal grave errore e dalla grave responsabilità
professionale incombenti solo sul Manfredi il quale, non solo errò nella
individuazione del soggetto legittimato passivo dell’azione,
nonostante fosse pacifico tra le parti che le due proprietà fossero
divise da un fosso demaniale denominato San Remigio, ma errò
anche nel notificare l’atto tardivamente all’ente responsabile del
fosso. Peraltro, asserire che il legale si rese disponibile ad
assecondare la volontà degli assistiti al fine di esonerare il medesimo
dai gravi profili di responsabilità professionale è del tutto in contrasto

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solo nei confronti di Landucci e Benetti che erano i legittimati passivi.

con l’interpretazione consolidata di questa Corte dei confini dell’art.
2236 c.c. Si consideri a titolo esemplificativo la pronuncia di Cass.,
Sez. 3, 20/5/2015 n. 10289 secondo la quale “La responsabilità
professionale dell’avvocato, la cui obbligazione è di mezzi e non di
risultato, presuppone la violazione del dovere di diligenza media

violazione, ove consista nell’adozione di mezzi difensivi pregiudizievoli
al cliente, non è esclusa né ridotta quando tali modalità siano state
sollecitate dal cliente stesso, poiché costituisce compito esclusivo del
legale la scelta della linea tecnica da seguire nella prestazione
dell’attività professionale”. Si veda altresì Cass, Sez. 3, 2/7/2010 n.
15718: “Posto che, in generale, la circostanza che l’errore commesso
dall’avvocato nel giudizio di primo grado possa essere rimediato
attraverso la proposizione dell’appello contro la sentenza
sfavorevole non è sufficiente, di per sé, ad escludere che la parte
abbia risentito e continui a risentire danno dalla lamentata
negligenza, deve ritenersi affetta da vizio di motivazione la sentenza
che escluda la responsabilità professionale del difensore allorquando
la soccombenza sia dipesa da errori di impostazione attinenti alla
sfera processuale o alla corretta evocazione in giudizio dei soggetti
legittimati passivi (come nella specie), siccome riconducibili a
competenze squisitamente tecniche, senza che risultino esaminati i
profili relativi all’ascrivibilità del rigetto della domanda risarcitoria a
colpa dell’assistito o all’emergenza di fatti idonei a dimostrare la
mancanza di colpa del legale nonché i profili relativi
all’imputabilità dell’omessa proposizione dell’appello a colpa

del

cliente o non, piuttosto, alla responsabilità del professionista.”
Da quanto esposto emerge l’infondatezza del secondo motivo di
ricorso.
3. Con il terzo motivo il ricorrente denuncia la violazione e falsa
applicazione dell’art. 104 c.p.c., con riferimento all’art. 360 n. 3

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esigibile ai sensi dell’art. 1176, secondo comma, cod. civ.; tale

c.p.c.; omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, che è
stato oggetto di discussione tra le parti, con riferimento all’art. 360 n.
5 c.p.c. Ad avviso del ricorrente la sentenza sarebbe da censurare
per non aver considerato che le domande azionate originariamente
dagli attori erano molteplici, di guisa che, eventualmente, solo quella

incardinata nei confronti di soggetti privi della legittimazione passiva,
ma non anche le altre (restituzione del terreno di proprietà Simonini
illegittimamente occupato dal Landucci; eliminazione di manufatti
illegittimamente posizionati sulla proprietà Simonini; risarcimento dei
danni), con la conseguente necessità di contenere la valutazione
negativa di responsabilità del legale. Il motivo è inammissibile perché
pretende di sottoporre a questa Corte valutazioni di merito, relative al
contenuto della responsabilità professionale dell’avvocato, che il
giudice di merito ha svolto nell’ambito del proprio apprezzamento
discrezionale in modo adeguato ed immune da censure.
4. Con il quarto motivo il ricorrente denuncia la violazione e falsa
applicazione degli artt. 25-28 e 38 c.p.c., e degli artt. 2236 cod. civ.,
1176 cod. civ., in riferimento all’art. 360 n. 3 c.p.c.; omesso esame
circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di
discussione tra le parti, in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c. La
sentenza sarebbe da censurare nella parte in cui la stessa ha statuito
che, ove il legale avesse tempestivamente aderito all’eccezione di
incompetenza territoriale del Tribunale di Massa, sollevata
dall’Avvocatura dello Stato, il giudice avrebbe con ordinanza
immediatamente disposto la cancellazione della causa dal ruolo. Nella
logica della sentenza la mancata immediata adesione da parte del
legale all’eccezione di incompetenza funzionale del giudice adito,
sollevata dall’Avvocatura dello Stato, farebbe luce, unitamente agli
altri profili, sulla sua responsabilità professionale. La sentenza
avrebbe omesso di considerare, ad avviso del ricorrente, che la causa

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per regolamento di confini avrebbe potuto essere dichiarata mal

sarebbe proseguita fino alla decisione del merito, unitamente alle
questioni relative alla competenza, non potendo l’eventuale adesione
delle parti sulla competenza territoriale del foro di Genova produrre
alcun effetto trattandosi di competenza inderogabile. Ad avviso del
ricorrente, dunque, il mancato accordo sulla competenza funzionale

definizione del contenzioso. Il motivo è manifestamente infondato.
Correttamente la sentenza ha rilevato che l’adesione all’eccezione di
incompetenza, tempestivamente formulata dall’Avvocatura dello
Stato, avrebbe comportato l’adozione da parte del giudice di un
provvedimento più spedito ed avrebbe consentito la definizione della
controversia in tempi più brevi, laddove, invece, il comportamento del
legale ha prodotto una notevole dilatazione dei tempi del giudizio fino
all’entrata in vigore della riforma delle cd. sezioni stralcio che
determinò ulteriori perditempo e l’ulteriore rinvio della definizione del
contenzioso. Da quanto esposto si desume la manifesta infondatezza
del quarto motivo di ricorso.
5. Con il quinto motivo il ricorrente denuncia la violazione e falsa
applicazione degli artt. 2236-1176 – 2056 – 2059 del c.c., in
relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.; violazione e falsa applicazione della
L. 24.3.2001 n. 89 (c.d. Legge Pinto) – artt. 2 e 2 bis, in relazione
all’art. 360 n. 3 c.p.c.; omesso esame circa fatti decisivi per il giudizio
oggetto di discussione tra le parti, con riferimento all’art. 360 n. 5
c.p.c. La sentenza avrebbe errato nel prendere a parametro i criteri
della legge Pinto per il calcolo del danno non patrimoniale,
prescindendo dalla prova del danno, erroneamente ritenendo che il
pregiudizio fosse connesso non solo all’irragionevole durata del
processo ma anche alla sua palesemente erronea introduzione, di
guisa da parametrare la somma dovuta a titolo di risarcimento del
danno all’intero arco temporale di durata del processo.

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del foro di Genova, non avrebbe prodotto alcun ritardo sulla

Non avrebbe considerato che l’eventuale unico errore poteva essere
relativo alla domanda di regolamento di confini e non anche alle altre,
così come la responsabilità dei ritardi avrebbe dovuto essere
riconosciuta anche in capo ai danneggiati. In ultimo luogo, ad avviso
del ricorrente, mancherebbe la prova del nesso causale e del danno in

svolgimento, anche in tal caso l’esito sarebbe stato negativo per gli
attori. Il motivo è manifestamente infondato. Premesso che, in base
alla consolidata giurisprudenza di questa Corte l’esercizio in concreto
del potere discrezionale conferito al giudice di liquidare il danno in via
equitativa non è suscettibile di sindacato in sede di legittimità quando
la motivazione dia adeguatamente conto dell’uso di tale facoltà,
indicando il processo logico e valutativo seguito, la Corte d’Appello ha
valutato discrezionalnnente i presupposti della legge Pinto nei limiti di
quanto affermato da S.U. n. 1341 del 26/1/2004 e dalla
giurisprudenza successiva fino a Cass., 6-2 n. 7325 del 10/4/2015. La
pronuncia sul quantum appare contenuta nei limiti dell’art. 2 bis della
Pinto, sicchè la pronuncia appare sul punto del tutto adeguata.

6. Con un motivo di ricorso incidentale i resistenti Simonini e Agostini
chiedono la censura della impugnata sentenza nella parte in cui ha
disconosciuto gli elementi per la liquidazione del danno patrimoniale
che consisterebbe nelle spese sostenute per il giudizio ammontanti ad
C 15.594,65, provate con il deposito della nota spese. Il motivo è
inammissibile perché contiene richieste non avanzate nei gradi di
merito sicchè la questione, in quanto nuova, è palesemente
inammissibile.
Conclusivamente il ricorso principale va rigettato, l’incidentale
dichiarato inammissibile, con le conseguenze sulle spese del giudizio
di cassazione, liquidate come in dispositivo e sul raddoppio del

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quanto, anche laddove il giudizio avesse avuto un più celere

contributo unificato. Si ravvisano altresì i presupposti per pronunciare
la condanna del ricorrente ai danni ai sensi dell’art. 96 c.p.c.

P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso principale, dichiara inammissibile
l’incidentale e condanna il ricorrente principale alle spese del giudizio

accessori di legge e spese generali al 15%. Il ricorrente principale é
altresì condannato a pagare, in favore di parte resistente, la somma
di C 10.000 a titolo di responsabilità aggravata ai sensi dell’art. 96 30
co. c.p.c. Si dà atto della sussistenza dei presupposti per il
versamento, da parte di entrambi i ricorrenti, principale ed
incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a
quello dovuto, rispettivamente, per il ricorso principale e per quello
incidentale a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.
Così deciso in Roma, il 20/2/2018
Il Presidente

di cassazione liquidate in C 5.200 (di cui C 200 per esborsi), oltre

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