Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19145 del 01/08/2017


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Cassazione civile, sez. II, 01/08/2017, (ud. 04/04/2017, dep.01/08/2017),  n. 19145

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIANCHI Antonio – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

Dott. SABATO Raffaele – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 14034-2012 proposto da:

C.M.P., (OMISSIS), B.L. (OMISSIS),

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA GIUSEPPE SISCO 8, presso lo

studio dell’avvocato ISABELLA NELLI, che li rappresenta e difende

unitamente all’avvocato ROBERTO PORRELLO;

– ricorrenti –

contro

BO.AM., BO.UG.EN.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1091/2011 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata 11 15/04/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/04/2017 dal Consigliere Dott. SABATO RAFFAELE;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PRATIS PIERFELICE che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato ISABELLA NELLI, difensore dei ricorrenti, che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. C.M.P. e B.L. hanno convenuto Bo.Am. innanzi al tribunale di Busto Arsizio, sezione distaccata di Gallarate, con citazione notificata il 20/06/2001, chiedendo condannarsi lo stesso a ripristinare il muro di recinzione tra i fondi delle parti, ritenuto dagli attori comune alle parti stesse, dal convenuto abbattuto in una sua porzione ove aveva apposto un cancello; accertarsi che il fondo degli attori era esente da servitù di passaggio a favore del fondo di Bo.Am., essendo gravato da sola servitù di carico e scarico in favore di un diverso fondo del comune di Samarate; condannarsi il signor Bo. a risarcire i danni.

2. Sulla resistenza di Bo.Am., ascoltati testimoni ed espletata consulenza tecnica d’ufficio nonchè espletato interrogatorio formale, con sentenza depositata il 10/01/2007 il tribunale ha affermato che il muro nella porzione abbattuta insiste su terreno di proprietà esclusiva del signor Bo. (mappale (OMISSIS)), proprietà che non era esclusa dalla comunione giusta scrittura privata del 07/05/1935 del muro per altro tratto (divisorio fra i mappali (OMISSIS) e (OMISSIS)), e che la fascia antistante, a prescindere dall’esistenza o meno di un uso pubblico, non è in proprietà esclusiva degli attori, che comunque non la avevano dimostrata. Ha pertanto rigettato le domande attrici.

3. Hanno proposto appello i signori C. e B., costituendosi in secondo grado Bo.Am. e, quale interventore, Bo.Ug.En., usufruttuario degli immobili, la cui pretermissione gli appellanti avevano lamentato come ragione di nullità della sentenza.

4. Con sentenza depositata il 15/04/2011 la corte d’appello di Milano ha rigettato l’impugnazione. Ha affermato la corte che:

a) la comunione del muro convenzionalmente costituita con scrittura privata del 07/05/1935 fra Ca.Pa. e C.A. riguarda il solo muro divisorio posto fra i mappali (OMISSIS) e (OMISSIS), non comprendendo però quest’ultimo – nella conformazione del 1935 – la striscia di metri otto, priva di mappale, su cui sorge la porzione di muro sostituita da cancello; ciò è confermato da planimetrie prodotte dal signor Bo., su cui nessuna eccezione era stata mossa;

b) l’esistenza della scrittura del 1935 indica che il muro era di proprietà esclusiva Ca. (e poi Bo.), così superandosi la presunzione di comunione del muro divisorio;

c) le dichiarazioni del teste M., retribuito per un mezzo da entrambe le parti per la ricostruzione del muro, non specificano se l’opera comprendesse anche la porzione per cui è causa;

d) in merito alla proprietà della striscia di metri otto, la corrispondenza con il comune di Samarate e gli scritti a firma di Bo.Am. non comportano alcun riconoscimento della natura privata del fondo; l’atto pubblico, poi, per notar Ma. del 14/09/1932 non fornisce – secondo la corte d’appello – la prova dell’acquisto della striscia in capo ad C.A., dante causa degli appellanti, in quanto essa è indicata tra le coerenze del mappale (OMISSIS) oggetto della vendita, e in quanto la dizione “tutta qui compresa” a corredo di una particella indicata tra le coerenze non indicherebbe l’inclusione nell’oggetto del contratto;

e) la domanda di accertamento dell’usucapione è – sempre a dire della corte – inammissibile in quanto proposta nei confronti del Bo., che non ha mai vantato l’apparente proprietà della striscia, essendo legittimato passivo l’apparente proprietario; l’accertamento del mero possesso, poi, è irrilevante.

6. Avverso l’indicata sentenza della corte d’appello hanno proposto ricorso per cassazione C.M.P. e B.L., articolando cinque motivi. Gli intimati non hanno svolto difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con un primo motivo di ricorso, in effetti articolato su due diverse censure, i ricorrenti hanno lamentato violazione degli artt. 1321,1362,1363 e 1364 c.c., dell’art. 1102c.c. e dell’art. 116 c.p.c., nonchè vizio di motivazione in ordine all’apprezzamento svolto dalla corte d’appello sui titoli di provenienza, sugli altri documenti e sulle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio in ordine alla ritenuta proprietà esclusiva in capo al Bo. del muro oggetto di causa.

2. Con il secondo motivo di ricorso, anch’esso articolato su due diverse censure, i ricorrenti hanno lamentato violazione degli artt. 116 e 229 c.p.c. e artt. 2720,2730e 2735 c.c., nonchè vizio di motivazione in ordine alla valutazione effettuata dalla corte d’appello circa l’oggetto della scrittura privata del 1935, comprendente secondo i ricorrenti anche il tratto murario per cui è causa.

3. Con il terzo motivo di ricorso, analogamente ai precedenti articolato su due diverse censure, i ricorrenti hanno lamentato violazione degli artt. 880,949,1102,1538,1061,1062,2697 e 2702 c.c. e art. 116 c.p.c., nonchè vizio di motivazione in ordine alla valutazione effettuata dalla corte d’appello circa il non aver dimostrato gli attori di possedere il fondo in base a un titolo valido ai fini dell’esercizio dell’azione negatoria.

4. Con il quarto motivo, articolato su tre diverse censure, i ricorrenti hanno lamentato violazione degli artt. 812 e 817 c.c., ss., artt. 949,1140 ss., 1058 ss., 1158 ss. e 2697 c.c., artt. 112,183,184 e 196 c.p.c., nonchè omessa pronuncia e vizio di motivazione in ordine alla valutazione effettuata dalla corte d’appello circa l’inutilità dell’accertamento circa la disponibilità in capo a parte attrice, anche in relazione alla natura della striscia di terreno antistante il muro (non potendo comunque un eventuale uso pubblico legittimare l’apertura di un accesso), nonchè circa l’inammissibilità della domanda di accertamento dell’usucapione.

5. Con il quinto motivo i ricorrenti hanno contestato, sia dal punto di vista della violazione della disciplina dei compensi forensi sia da quello del vizio di motivazione, la liquidazione a carico di essi, quali soccombenti, operata dalla corte d’appello mediante due distinte liquidazioni a favore di Bo.Am. e Bo.Ug.En., pur senza la trattazione di distinte questioni da parte del difensore.

6. I primi quattro motivi – strettamente connessi – sono fondati quanto al vizio di insufficienza della motivazione, con assorbimento dei profili di violazione di legge, nonchè del quinto motivo concernente il governo delle spese, in quanto il relativo regime è destinato a essere rivalutato in sede di rinvio; ciò salvo uno dei profili di violazione di legge, enucleato nell’ambito del quarto motivo, il quale – afferente a domanda subordinata di accertamento dell’usucapione – assume rilievo autonomo in quanto la domanda stessa è stata dichiarata inammissibile, per ragioni specifiche, ma al pari della domanda principale fondata su titolo (i cui profili sono interessati dalle censure per vizi motivazionali), onde l’esame anche del profilo subordinato (per violazione di legge) si impone in ragione del non assorbimento (cfr. infra).

7. In ordine ai profili di insufficienza della motivazione, e in parte anche di contraddittorietà della stessa, si rileva anzitutto la scarsa chiarezza con cui la corte territoriale affronta la questione dell’oggetto della messa in comunione del muro giusta scrittura privata del 07/05/1935 fra Ca.Pa. e C.A.. Da un lato, detta comunione viene individuata come avente ad oggetto un tratto di muro divisorio (quello posto fra i mappali (OMISSIS) e (OMISSIS)), senza che siano superabili i dubbi circa l’estensione, all’epoca, della particella (OMISSIS), tale da poter comprendere, oggi, anche altri mappali in titolarità dei ricorrenti (e con riferimento a una particella che, secondo il c.t.u., sarebbe priva di numerazione). D’altro lato, però, la corte territoriale appare fare richiamo – senza fornire adeguati ragguagli – alla conformazione del muro nel 1935, che non comprenderebbe l’odierno tratto contestato: ciò che, a sua volta, potrebbe discendere o da una non riferibilità in assoluto dell’opera per ragioni non chiarite – o dal fatto che il tratto in questione sarebbe stato ricostruito, argomento quest’ultimo però non incidente sul regime proprietario. A prescindere da ciò, va poi considerato che se, dunque, da un lato, la corte territoriale perviene a escludere che la scrittura del 1935 si riferisca al tratto oggetto di causa del muro, d’altro lato l’esistenza della scrittura del 1935 (pur dichiaratamente non riferita al tratto che interessa) consentirebbe di superare la presunzione di comunione del muro divisorio, asseverando che – se una pattuizione si era resa necessaria – ciò valeva ad affermare la proprietà esclusiva del tratto non oggetto di pattuizione. Ciò presenta profili di contraddittorietà insuperabili, soprattutto ove si consideri che la clausola contenuta nella scrittura ove si dà atto che “la cessione di comunione viene fatta ed accettata per tutto tale muretto come trovasi, nello stato qui descritto” (cfr. p. 26 del ricorso ove si richiama il doc. 1 del fascicolo di primo grado) avrebbe imposto una esaustiva ricostruzione della volontà delle parti ex art. 1362 ss. c.c., in relazione anche alla natura formale del negozio che, invece, non si rinviene. Deve, poi, soggiungersi che – a fronte del medesimo criterio – parimenti non è fornita sufficiente spiegazione della ragione per la quale le dichiarazioni del teste M., retribuito per un mezzo da entrambe le parti per la ricostruzione del muro, non sarebbero riferibili alla porzione muraria per cui è causa (elemento probatorio questo del tutto recessivo, peraltro, in materia retta dalla regola dell’art. 1350 c.c.).

Con specifico riferimento, poi, al primo motivo di ricorso, nella parte in cui si lamenta (p. 21 s.) insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine all’individuazione dell’oggetto dell’atto per notar Ma. del 14/09/1932 (ma trattasi di profili anche collegati al terzo e al quarto motivo), deve aggiungersi che effettivamente, come deducono i ricorrenti, appare insufficiente l’argomentazione della corte locale a supporto della propria conclusione di mancata inclusione della striscia di metri otto nell’oggetto della vendita: secondo i giudici di merito, infatti, la striscia sarebbe indicata tra le coerenze del mappale (OMISSIS) (ossia tra le proprietà, normalmente aliene rispetto a quella dell’immobile oggetto del negozio, prescelte per indicare la perimetrazione del bene e quindi i suoi confini). Senonchè l’atto stesso, per come trascritto, si esprime testualmente nel senso che l’immobile è “coerenziato: ad est…, a sud…, ad ovest con Ca.Lu. ed a nord con strada privata larga m. 8 tutta qui compresa sulla quale ha diritto di carico e scarico la proprietà comunale contigua anche per la porzione di terreno a nord della casa dei Ba….”. Detta espressione testuale, in particolare per quanto concerne la dizione “tutta qui compresa”, è stata ritenuta priva di significato dalla corte d’appello, in quanto essa, a corredo di una particella indicata tra le coerenze, non indicherebbe l’inclusione della strada nell’oggetto del contratto. Ma tale asserzione, che vorrebbe essere sufficiente a sè stessa, non dà ragione della conclusione, che si trova quindi priva di base, anzi essendo logicamente preferibile ritenere – ciò che la corte d’appello nulla dice per smentire – che l’indicazione di una coerenza o confine “interno” all’oggetto del negozio immobiliare ugualmente soddisfi le esigenze di determinazione della res compravenduta (peraltro già indicata su altri tre confini), specie laddove – come nel caso di specie – si indichi con chiarezza la proprietà esterna contigua, peraltro fruitrice di servitù di carico e scarico proprio sulla striscia in questione; indicazione di servitù che non ha normalmente ragion d’essere se non quando essa gravi sull’oggetto della compravendita, in ragione delle garanzie cui è tenuto il venditore.

5. Parimenti è fondato il quarto motivo, per la parte in cui i ricorrenti si sono doluti della violazione delle norme in tema di usucapione immobiliare. In proposito, effettivamente è incorsa in errore la corte d’appello nella parte della sentenza impugnata con cui ha statuito l’inammissibilità della domanda di accertamento dell’usucapione della striscia di terreno (in subordine rispetto alla proprietà per titolo), in quanto – a dire della corte locale – essa andrebbe fatta accertare nei confronti dei proprietari del bene che si ritiene usucapito. Tale principio non può essere condiviso in quanto si pone in contrasto con la disciplina normativa degli artt. 1158 ss. c.c., che, considerando l’usucapione come un modo d’acquisto della proprietà, consentono all’acquirente del diritto immobiliare per uso protratto nel tempo mediante possesso accompagnato dai requisiti legali di usufruire dell’intera gamma dei rimedi processuali posti a tutela del titolare dei diritti reali, tra i quali l’azione negatoria. In tal senso, la giurisprudenza di questa Corte (v. da ultimo Cass. 28/08/2015, n. 17270) ha ribadito che chi vanti l’acquisto a titolo originario per usucapione può chiederne l’accertamento nei confronti di chiunque contesti il diritto vantandone uno proprio. Ne discende che il soggetto avente legittimazione passiva rispetto all’azione in giudizio va individuato in relazione alla natura dell’azione stessa, e non già in base al titolo di acquisto del diritto reale. Se, dunque, nel più comune caso di azione di rivendicazione, questa Corte afferma che essa vada diretta unicamente nei confronti di chi possiede il bene o ne è proprietario all’atto della domanda (e non anche dei precedenti danti causa che non hanno veste di litisconsorti necessari – v. Cass. cit. anche per precedenti), ciò non significa che gli apparenti proprietari siano da evocare in giudizio (e peraltro essi soli, come opina la corte d’appello nel caso di specie) quando, invece, agisca in negatoria servitutis verso terzi chi sia nel possesso del fondo e faccia valere, come titolo d’acquisto valido a tutti gli effetti anche per l’esercizio di tale azione, l’usucapione. Anche in questo caso, come negli altri di azione negatoria, la legittimazione passiva spetterà a chi contesti il diritto dell’attore, che sia nel possesso del fondo e intenda dimostrarne l’acquisto a titolo originario. A differenza che nella rivendicazione, ovviamente, l’accertamento dell’usucapione ai fini della negatoria sarà correlato al riconoscimento della libertà del fondo in via primaria rispetto alla verifica della situazione dominicale.

40. Dovendosi in definitiva accogliere il ricorso con cassazione della sentenza impugnata limitatamente ai motivi accolti, il giudice del rinvio governerà anche le spese del giudizio di legittimità.

PQM

 

La Corte accoglie i primi quattro motivi di ricorso nei limiti di cui in motivazione, assorbito il quinto, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia ad altra sezione della corte d’appello di Milano, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della seconda sezione civile, il 4 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 1 agosto 2017

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