Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19138 del 19/07/2018

Civile Ord. Sez. 3 Num. 19138 Anno 2018
Presidente: ARMANO ULIANA
Relatore: SCRIMA ANTONIETTA

ORDINANZA
sul ricorso 1496-2016 proposto da:
A.A., domiciliato presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso
dall’avvocato CARLO MARSEGLIA giusta procura speciale a margine
del ricorso;
– ricorrente contro
UNIPOLSAI ASSICURAZIONI SPA, SAGGESE GIUSEPPE;
– intimati avverso la sentenza n. 1948/2014 della CORTE D’APPELLO di BARI,
depositata il 3/12/2014;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del
10/01/2018 dal Consigliere Dott. ANTONIETTA SCRIMA.
FATTI DI CAUSA

Data pubblicazione: 19/07/2018

A.A., premesso che, mentre viaggiava, quale
trasportato/ sull’auto Opel Tigra AK021KW, di proprietà di Giuseppe
Saggese, da questi condotta ed assicurata con la Fondiaria – SAI
Assicurazioni S.p.a., era rimasto coinvolto in un grave incidente
stradale avvenuto sulla SS 90, all’altezza dello scalo di Bovino,

veicolo che, dopo aver urtato il guardrail, si era schiantato contro un
muro di contenimento in cemento armato posto sull’altro lato della
strada, convenne in giudizio, dinanzi al Tribunale di Foggia, il Saggese
e la Fondiaria – SAI Assicurazioni S.p.a., per sentirli condannare, in
solido, previo accertamento della responsabilità esclusiva del primo
nella determinazione del sinistro, al risarcimento dei danni da lui
riportati in occasione del ricordato incidente stradale.
Per quanto ancora rileva in questa sede, si costituirono entrambi i
convenuti.
Il Tribunale adito, con sentenza n. 1075/2009, depositata il 15
giugno 2009, attribuì la responsabilità del sinistro all’imprudente
condotta di guida del Saggese, e condannò i convenuti, in solido, al
pagamento, in favore dell’attore, della residua somma, già liquidata al
netto dell’acconto versato dalla società assicuratrice, di euro
107.334,94, oltre interessi legali dalla data della pronuncia al saldo.
In particolare, il primo Giudice non liquidò il danno patrimoniale
da lucro cessante – pur dando atto che il C.T.U. aveva quantificato i
postumi invalidanti nella misura dl 30%, ritenendoli totalmente
incidenti sulla futura capacità lavorativa del A.A. – sulla base dei
seguenti rilievi: il A.A., al momento del sinistro, era ancora
studente, non produttore, quindi, di alcun reddito, in assenza del
quale non poteva ipotizzarsi un “lucro cessante” da capacità
lavorativa specifica ridotta; l’attore, studente universitario della
facoltà di ingegneria e figlio di ingegnere, presumibilmente avrebbe
svolto la stessa attività del padre, ritenuta di tipo eminentemente
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allorché il Saggese, all’uscita di una curva, aveva perso il controllo del

intellettuale, di talché gli esiti riscontrati e ritenuti dall’ausiliare del
giudice totalmente influenti sulla capacità lavorativa futura tali non
erano.
Avverso la decisione del Tribunale il A.A. propose appello, cui
resistette la sola UnipoISAI S.p.a. (già Fondiaria – SAI Assicurazioni

La Corte di appello di Bari, con sentenza depositata il 3 dicembre
2014, rigettò il gravame e condannò l’appellante alle spese di quel
grado in favore dell’appellata.
Avverso la sentenza della Corte di merito A.A. ha
proposto ricorso per cassazione basato su tre motivi e illustrato da
memoria.
Gli intimati non hanno svolto attività difensiva in questa sede.
RAGIONI DELLA DECISIONE
1. Con il primo motivo si deduce «Violazione e falsa applicazione
degli artt. 111, comma 6, Costit. e 132, 2° comma n. 4, c.p.c. in
relazione all’art. 360 n. 3 e 4, per motivazione perplessa
contraddittoria od incomprensibile».
2. Con il secondo motivo, rubricato «Violazione degli artt. 61, 115
e 116 c.p.c. in relazione all’art. 360 n. 4; nonché omesso esame circa
un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, in
relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.», il ricorrente sostiene che la Corte di
merito non avrebbe operato una corretta valutazione delle prove né
avrebbe correttamente applicato i dati di comune esperienza,
disattendendo le risultanze della C.T.U. senza addurre alcun elemento
scientifico controfattuale per superare quanto sostenuto dall’ausiliare
del Giudice circa la totale incidenza dell’invalidità del 30% sulla futura
attività del A.A., pur non avendo il C.T.U. specificato che il
ricorrente fosse all’epoca studente di ingegneria, ed avrebbe, altresì,
operato una valutazione atomistica e solo parziale delle lesioni,
valutandole singolarmente ai fini dell’incidenza sulla capacità specifica
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S. p.a.).

così da ritenerle potenzialmente non idonee a influire sulla stessa,
avrebbe trascurato alcune menomazioni che, se correttamente
valutate avrebbero condotto ad una diversa decisione, e non avrebbe
considerato che «il risultato di incidenza o meno dei postumi
invalidanti deve essere di una valutazione globale (e non atomistica)di

… , sicché l’esclusione di tale incidenza invalidante dovuta ad una
compromissione non lieve e permanente della salute appare una
contraddizione in termini e deve essere adeguatamente motivata,
sulla base di una prova scientifica controfattuale; atteso che, per la
regola causale della probabilità elevata, la lesione grave della salute
reca come conseguenza negativa una apprezzabile perdita della
capacità lavorativa».
3. Con il terzo motivo, rubricato «Violazione o falsa applicazione
degli artt. 1223, 1226, 2043, 2056, 2727 e 2729 c.c. e art. 4 d.l. n.
857/76 conv. nella I. 39/77, in relazione all’art. 360 n. 4 c.p.c.», il
ricorrente sostiene che la Corte di merito, pur dando atto di un
orientamento giurisprudenziale secondo cui il danno futuro deve
costituire l’esito di una valutazione probabilistica, compiuta in via
presuntiva …, ha ritenuto tuttavia di escludere, in contrasto con dati
di comune esperienza, una qualche incidenza sulla capacità lavorativa
delle menomazioni subite dal A.A. e dunque di sussumere sotto
l’art. 1223 c.c. una invalidità del 30% come evidenziatore di un
danno conseguenza patrimoniale futuro da cosiddetta perdita o
riduzione della capacità lavorativa violando le norme indicate in
rubrica e i principi fissati» dalla giurisprudenza di legittimità,
«omettendo, in particolare, di basarsi sul criterio presuntivo sia in
relazione all’an che al quantum».
4. I tre motivi proposti che, essendo strettamente connessi,
possono essere esaminati congiuntamente, non possono essere
accolti.
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tutte le componenti, fisiche e psichiche, interrelazionali ed esistenziali

4.1. Si osserva che, a seguito alla riformulazione dell’art. 360,
primo comma, n. 5, cod. proc. civ., disposta dall’art. 54 del d.l. n. 83
del 2012, conv., con modif., dalla I. n. 134 del 2012, non sono più
ammissibili nel ricorso per cassazione le censure di contraddittorietà e
insufficienza della motivazione della sentenza di merito impugnata, in

alla sola verifica della violazione del “minimo costituzionale” richiesto
dall’art. 111, sesto comma, Cost., individuabile nelle ipotesi — che si
convertono in violazione dell’art. 132, secondo comma, n. 4, cod.
proc. civ. e danno luogo a nullità della sentenza – di “mancanza della
motivazione quale requisito essenziale del provvedimento
giurisdizionale”, di “motivazione apparente”, di “manifesta ed
irriducibile contraddittorietà” e di “motivazione perplessa od
incomprensibile”, al di fuori delle quali il vizio di motivazione può
essere dedotto solo per omesso esame di un “fatto storico”, che abbia
formato oggetto di discussione e che appaia “decisivo” ai fini di una
diversa soluzione della controversia (Cass., sez. un., 7/04/2014, n.
8053; Cass., ord., 6/07/2015, n. 13928, Cass. 12/10/2017, n.
23940)
Nel caso all’esame, pur avendo il ricorrente nella rubrica del primo
motivo fatto specifico riferimento alle norme da ultimo richiamate, le
censure motivazionali proposte vanno rigettate, atteso che la
sentenza impugnata è supportata da motivazione e la stessa non è
apparente né intrinsecamente contraddittoria né perplessa o
incomprensibile.
4.2. Si osserva poi che, in base a consolidata giurisprudenza, il
principio del libero convincimento ex art. 116 cod. proc. civ. opera
interamente sul piano dell’apprezzamento in fatto riservato in via
esclusiva al Giudice del merito e, come tale, è insindacabile in sede di
legittimità; infatti, secondo la giurisprudenza di legittimità, la
denuncia di violazione degli artt. 115, primo comma, e dell’art. 116
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quanto il sindacato di legittimità sulla motivazione resta circoscritto

cod. proc. civ. solo apparentemente veicola un vizio di “violazione o
falsa applicazione di norme di diritto”, traducendosi, invece, nella
denuncia di “un errore di fatto” che deve essere fatta valere
attraverso il corretto paradigma normativo del vizio motivazionale, e
dunque nei ristretti limiti ora consentiti dall’art. 360, primo comma,

Cass. 30/11/2016, n. 24434; Cass. 12/10/2017, n. 23940), essendo
esclusa in ogni caso una nuova rivalutazione dei fatti da parte della
Corte di legittimità (Cass., sez. un., 27/12/1997, n. 13045 e le
innumerevoli pronunce conformi).
4.3. Infine, va posto in rilievo che la motivata decisione
impugnata, anche in relazione alla ritenuta, dalla Corte territoriale,
«probabilisticamente e presuntivamente» (v. sentenza impugnata p.
10 e sgg. e in particolare p. 12 e 13) non incidenza, degli esiti
permanenti delle lesioni subite sulla capacità reddituale del futuro
ingegnere (e ora tale, come rappresentato dallo stesso ricorrente in
ricorso) A.A. si fonda, alla luce delle deduzioni del
danneggiato e delle risultanze in atti, su accertamenti di fatto non
censurabili in questa sede.
5. Il ricorso deve essere, pertanto, rigettato.
6. Non vi è luogo a provvedere per le spese del giudizio di
cassazione, non avendo gli intimati svolto attività difensiva in questa
sede.
7.

Va dato atto della sussistenza dei presupposti per il

versamento, da parte del ricorrente, ai sensi dell’art. 13, comma 1quater, d.P.R. 30 maggio 2002 n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1,
comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, di un ulteriore
importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il
ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13, evidenziandosi
che il presupposto dell’insorgenza di tale obbligo non è collegato alla
condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della
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n. 5, cod. proc. civ. (v, ex multis, Cass. 20/06/2006, n. n. 14267;

definizione in rito, negativa per l’impugnante, del gravame (v. Cass.
13 maggio 2014, n. 10306).
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso; ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater,
del d.P.R. 30 maggio 2002 n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1,

sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente,
dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello
dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terzi
Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 10 gennaio 2018.

comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, dà atto della

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