Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19113 del 28/09/2016


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile sez. trib., 28/09/2016, (ud. 18/07/2016, dep. 28/09/2016), n.19113

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. SABATO Raffaele – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 29084-2011 proposto da:

A.G., elettivamente domiciliato in ROMA VIA FRANCESCO

CRISPI 36, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO ROMANELLO POMES,

che lo rappresenta e difende giusta delega in calce;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

nonchè contro

AGENZIA DELLE ENTRATE DIREZIONE PROVINCIALE DI BARI;

– intimato –

avverso la sentenza n. 62/2010 della COMM. TRIB. REG. di BARI,

depositata il 13/10/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

18/07/2016 dal Consigliere Dott. SABATO RAFFAELE;

udito per il ricorrente l’Avvocato ROMANELLO POMES che ha chiesto

raccoglimento;

udito per il controricorrente l’Avvocato PALATIELLO che si riporta al

controricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUZIO Riccardo che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMeNTO DEL PROCESSO

L’agenzia delle entrate, previa sottoposizione di questionario e invito a comparire per accertamento con adesione, ha notificato alla parte contribuente A.G. avviso di accertamento per l’anno di imposta 2004, rideterminando le maggiori imposte dovute a titolo di i.r.pe.f., i.v.a. e i.r.a.p.; tanto a seguito dell’applicazione degli studi di settore di cui al D.L. n. 331 del 1993, art. 62 sexies, convertito con modificazioni dalla L. n. 427 del 1993, art. 62 sexies e previo non recepimento da parte dell’ufficio delle ragioni addotte dal contribuente.

Con sentenza della commissione tributaria provinciale di Bari è stato accolto il ricorso del contribuente; essa, appellata dall’ufficio, è stata riformata dalla commissione tributaria regionale delle Pugile in Bari, che ha dichiarato la legittimità dell’avviso di accertamento ritenendo, nel bilanciamento delle argomentazioni delle parti, prevalente la serie di elementi addotti dall’agenzia a conferma della presunzione dei maggiori ricavi determinati dallo studio di settore; ricavi che comunque ha stimato di ridurre rispetto all’importo indicato nell’atto impositivo.

Avverso questa sentenza la parte contribuente propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi, rispetto al quale l’agenzia delle entrate resiste con controricorso. La parte contribuente deposita altresì memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo di ricorso la parte ricorrente denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazioni di diverse disposizioni di legge per i profili che di seguito si indicano:

– del D.L. n. 331 del 1993, art. 62 sexies, convertito con modificazioni dalla L. n. 427 del 1993, per avere l’ufficio basato l’accertamento non su una grave incongruenza, come richiesta dalla norma, rispetto allo studio di settore, bensì su una presunzione semplice (p. 9 e 10 ricorso);

– del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, in quanto in assenza di grave incongruenza l’ufficio non potrebbe procedere ad accertamento, essendo necessarie presunzioni gravi, precise e concordanti (p. 10 ricorso);

– del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, in quanto in assenza di grave incongruenza l’ufficio non potrebbe procedere ad accertamento neanche ai fini dell’i.v.a. (p. 10 ricorso);

– degli artt. 3, 23 e 53 Cost., il primo in quanto “se la sentenza… non fosse cassata la legge sarebbe applicata nei confronti di un unico cittadino”, il secondo in quanto in assenza di grave incongruenza non potrebbe essere richiesta prestazione da parte del ricorrente, il terzo in quanto in caso di mancata cassazione della sentenza impugnata il ricorrente dovrebbe assolvere a pagamento che non corrisponde alla sua capacità contributiva (p. 10 ricorso).

A corredo del motivo il ricorrente enuncia diversi ulteriori profili, tra i quali la circostanza che l’ufficio non avrebbe dimostrato l’applicabilità dello studio di settore (p. 12), che solo la commissione provinciale avrebbe valorizzato l’essere lo scostamento giustificato dalla collocazione dell’attività in zona ultrapopolare cui non corrispondono adeguatamente gli “standard” (pp. 14-16), che lo scostamento deve portare a gravi incongruenze (pp. 17 e 18, tema poi illustrato in memoria) e che l’avere la L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 23, ammesso l’utilizzabilità delle risultanze del sistema Ge.ri.co implica la sua non utilizzabilità per il passato, come nel caso di specie.

2. – Con il secondo motivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, la parte ricorrente denuncia insufficiente e contraddittoria motivazione su fatti controversi e decisivi. In particolare, lamenta essere insufficiente la motivazione della sentenza impugnata nella parte in cui essa afferma la legittimità dell’avviso di accertamento ritenendo, nel bilanciamento delle argomentazioni delle parti, prevalente la serie di elementi addotti dall’agenzia a conferma della presunzione dei maggiori ricavi determinati dallo studio di settore; e lamenta essere essa contraddittoria, ove enuncia cheti fattori di criticità addotti dal contribuente preesistevano all’anno di riferimento, onde non risultano plausibili, minori ricavi nel (OMISSIS) rispetto agli anni precedenti.

3. – I due motivi sono entrambi inammissibili.

4. – Quanto alla censura con cui il ricorrente denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazioni di diverse disposizioni di legge per i profili sopra indicati, l’inammissibilità di essa discende dall’inosservanza del disposto di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4. In base a detta norma il motivo di ricorso deve essere a pena d’inammissibilità, dedotto mediante la specifica indicazione delle affermazidni in diritto contenute nella sentenza gravata che motivatamente Si assumano in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina, non risultando altrimenti consentito a questa corte di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione. Nel caso di specie, invece, il motivo di ricorse) – peraltro tale da conglobare al suo interno asserite violazioni di più parametri normativi, perfino costituzionali – non fa intendere quali affermazioni della sentenza impugnata siano specificamente affette dai denunciati vizi, ciò che – specie a fronte della predetta pluralità di denunciate violazioni di legge – implicherebbe l’inesigibile carico alla corte stessa di verificare, per ciascun passaggio dell’impugnata sentenza, se una o più delle denunciate erronee applicazioni di legge sia ipotizzabile.

5. – Quanto al motivo imperniato su presunti vizi motivazionali, anch’essi plurimi, di insufficienza e di contraddittorietà, mentre risultano chiaramente indicati i passaggi della sentenza impugnata che li farebbero emergere, non emerge in alcun modo:

– quanto al vizio di omessa motivazione, la specifica indicazione delle ragioni per cui, nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile una obiettiva deficienza del criterio logico che lo ha condotto alla formazione del proprio convincimento;

– quanto al vizio di contraddittoria motivazione, che le presuppone, non sono indicate le ragioni per le quali si possa ritenere che l’argomentazione posta a fondamento della decisione risulti sostanzialmente contrastante con altra, in guisa da elidersi a vicenda e da non consentire l’individuazione della “ratio decidendi”, e cioè l’identificazione del procedimento logico – giuridico posto a base della decisione adottata.

Da tale punto di vista, anche tale motivo è dunque: carente di specificità; ciò che assorbe ogni altra considerazione, pure idonea a condurre ad inammissibilità, circa la circostanza che, al loro esame, i presunti vizi motivazionali appaiono piuttosto esprimere una mera difformità dell’apprezzamento dei fatti e delle prove dato dal giudice con la sentenza impugnata rispetto a quello preteso dalla parte, che in tal guisa ha sottoposto a questa corte valutazioni che esulano dal vaglio di legittimità e che, se effettuate, inciderebbero sul sindacato di fatto riservato al giudice del merito.

6. – In definitiva, il ricorso va rigettato per inammissibilità dei motivi. Le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate come in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso per inammissibilità dei motivi e condanna la parte ricorrente alla rifusione a favore della parte controricorrente delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro millesettecentocinquanta per compensi, oltre spese eventualmente prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della sezione quinta civile, il 18 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 28 settembre 2016

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA