Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19096 del 18/07/2018


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Civile Sent. Sez. L Num. 19096 Anno 2018
Presidente: NAPOLETANO GIUSEPPE
Relatore: ARIENZO ROSA

SENTENZA

sul ricorso 9672-2013 proposto da:
POSTAL COOP. SOC.COOP. P.1VA 05070880017, in persona
del legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIALE CESARE PAVESE 141, presso
lo studio dell’avvocato NUNZIO VALENZA, che la
rappresenta e difende unitamente all’avvocato TERESIO
2018

BOSCO, giusta delega in atti;
– ricorrente –

1871

nonchè contro

GUARNIERI GIUSEPPINA, CIRULLI TIZIANA;
– intimate –

Data pubblicazione: 18/07/2018

avverso la sentenza n. 1189/2012 della CORTE D’APPELLO
di TORINO, depositata il 16/11/2012, R. G. N.
890/2011;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 09/05/2018 dal Consigliere Dott. ROSA

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. RITA SANLORENZO, che ha concluso per il
rigetto del ricorso.

ARIENZO;

FATTI DI CAUSA
1. Con sentenza del 16.11.2012, la Corte di appello di Torino
respingeva il gravame proposto dalla Postai Coop Soc. Coop. avverso
la decisione del locale Tribunale che, sulle cause riunite proposte da
Guarnieri Giuseppina e da Cirulli Tiziana, socie lavoratrici subordinate

dal gennaio 2003 al novembre del 2007, aveva accolto la domanda
delle predette, intese ad ottenere un trattamento retributivo non
inferiore a quello previsto dal CCNL di riferimento in conseguenza
dell’operata riduzione dello stesso al di sotto del limite previsto
dall’art. 3, comma 1, I. 142/2001, nell’ambito di una situazione di
crisi aziendale e della adozione di delibera assembleare del 6.2.2004,
in asserita conformità alla previsione dell’art. 10 del Regolamento
della possibilità di riduzione del trattamento economico e/o
dell’imposizione di forme di apporto economico da parte dei soci
lavoratori, ai sensi dell’art. 6 I. 142/01.
2.

Rilevava la Corte che non poteva essere presa in esame

l’eccezione, prospettata dalla società, di mancata impugnativa della
delibera, perché connotata da novità e perché nel caso di specie le
lavoratrici avevano fatto valere profili di nullità, sempre azionabili;
nel merito, riteneva che i provvedimenti adottati, che avevano
determinato la percezione di un trattamento retributivo complessivo
ridotto rispetto a quello previsto dal CCNL Trasporto Merci con
situazione protrattasi per vari anni, non potessero trovare sostegno
nelle previsioni della legge 142/2001.
3. Premesso che l’art. 6, comma 1, lett. d) prevedeva la possibilità di
ridurre temporaneamente i trattamenti integrativi di cui al comma 2
dell’art. 3, ma non di ridurre il trattamento minimo di cui al comma 1

della società rispettivamente dal gennaio 1995 al novembre 2007 e

dell’art. 3, e che l’art. 6, 10 comma, lett. e), nel riferirsi a “forme di
apporto, anche economico da parte dei soci lavoratori … in
proporzione alle disponibilità e capacità finanziarie”, non autorizzava
a ritenere consentita la decurtazione del trattamento economico
minimo previsto dal CCNL applicabile, osservava che in primo luogo

stato di crisi aziendale ed alle riduzioni retributive operate e, per altro
verso, che la previsione di “forme di apporto” non poteva essere
intesa quale riduzione del trattamento retributivo. Ciò senza
considerare che, ove fosse stato ritenuto consentito, con riferimento
all’ipotesi di cui alla lett. e) di incidere in peius sul trattamento di cui
all’art. 3, comma 1, si sarebbe delineato un incomprensibile contrasto
con quanto previsto dalla precedente lett. d). Aggiungeva, poi, il
giudice del gravame che la formulazione della norma con riguardo

all’incipit del comma 2 dell’art. 6, anche in relazione alle modifiche
introdotte dall’art. 9, comma 1, della legge 30/2003, ne consentiva,
al di là della confusione generata dal suo testo letterale, di
interpretarne la portata nel senso – individuato dal primo giudice che le misure derogatorie rispetto ai trattamenti economici minimi
previsti dalla contrattazione collettiva nazionale (art. 3 co. 1) non
potevano comunque incidere nel senso di violare l’intangibilità dei
trattamenti previsti da normativa di fonte legale, in base ad una
lettura orientata dell’art. 1, comma 3, ult. parte I. 142/01.
4. Alla stregua di tali considerazioni e della condivisa interpretazione
della normativa fornita dal Tribunale – che la Cooperativa non aveva
specificamente contrastato in sede di gravame con adeguata
controdeduzione nell’atto di appello – doveva concordarsi sulla
illegittimità della delibera del 6.2.2004.

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nella delibera non era stato introdotto alcun limite temporale allo

5. Di tale decisione domanda la cassazione la società, affidando
l’impugnazione a due motivi, cui non hanno opposto difese le
lavoratrici, rimaste intimate.
RAGIONI DELLA DECISIONE

dell’art. 6 I. 142, con riferimento all’applicazione del comma 1 lett. d)
ed e), in rapporto all’art. , 3, comma 2, lett. b), ex art. 360, n. 3,
c.p.c..
2. Omessa insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine ad un
punto decisivo della controversia, ai sensi dell’art. 360, n. 5, c.p.c, si
lamenta nel secondo motivo, sulla base del rilievo che
l’interpretazione della Corte non rispetta né la

ratio, né il tenore

letterale della norma, atteso che la legge 142/01, con la specifica
previsione dell’art. 6 lett. e) introduce una espressa deroga al
principio enunciato dall’art. 3 circa l’intangibilità dei trattamenti
economici e che il socio lavoratore, nel momento della sottoscrizione
del contratto associativo, aderisce alle disposizioni del regolamento
interno, tra cui può esservi la possibilità per la società, in caso di crisi
aziendale, di deliberare una riduzione temporanea non solo dei
trattamenti economici integrativi, potendo la deliberazione prevedere,
altresì, forme di apporto anche “economico” da parte del socio
lavoratore al solo scopo di superare la difficoltà economica in cui
versa l’impresa, anche in vista dell’esigenza di salvaguardia
dell’occupazione.
3. Nei motivi si rileva che la delibera del 2004 era stata assunta
proprio contemperando l’ esigenza anzidetta con quella del
mantenimento di una remunerazione per i soci comunque adeguata ai
sensi dell’art. 36 Cost., nonché nel rispetto della I. 142/01, e si ritiene

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1. Con il primo motivo, è denunziata violazione o falsa applicazione

che, in presenza di stato di crisi genuino, non solo debba considerarsi
consentita la possibilità di riduzione dei trattamenti economici
integrativi, ma anche quella di cui all’art. 6, comma 1, lett. e),
relativa al conferimento di “forme di apporto anche economico, da
parte dei soci lavoratori, alla soluzione della crisi”.

riduzione della retribuzione anche sotto il minimo di cui all’art. 3,
comma 1, della legge 142/01, con preventiva informazione dei soci,
come nella specie era risultato confermato da prova testimoniale.
4. Si evidenzia che il testo della legge è chiara laddove la lettera e),
comma 1, dell’art. 6 prevede anche tale possibilità in proporzione alle
disponibilità e capacità finanziarie del socio lavoratore ed in
consonanza con l’art. 2516 c.c. (principio della parità di trattamento
in ambito mutualistico) e che la portata della norma non può essere
esclusa sul semplicistico presupposto che l’incipit del comma 2 (salvo
quanto previsto alle lett. d) e) ed f) del comma 1 nonché all’art. 3,
comma 2 bis, il regolamento non può contenere disposizioni
derogatorie in pejus rispetto al solo trattamento economico minimo di
cui all’art. 3 comma 1) sia frutto di una semplice svista.
5. Si aggiunge che anche il Ministero del Lavoro, in sede di interpello
del 6 febbraio 2009 (n. 7/2009), e di successivo n. 48/2009 del 5
giugno, in materia di regolamentazione contributiva, ha avallato una
tale interpretazione, purchè la cooperativa proceda con trasparenza
nel

rispetto

delle

regole

democratiche

della

deliberazione

assembleare.
6. Si assume che, in ogni caso, la rinuncia della retribuzione è pur
sempre, sotto il profilo delle conseguenze dell’azione, una forma di
apporto, senza considerare che neanche dall’art. 1, comma 3, si

4

3. In tal caso deve ritenersi possibile, secondo la ricorrente, la

possono trarre spunti interpretativi a sostegno della lettura data dalla
Corte territoriale alla norma, non venendo in nessuna disposizione
della legge 142/01 operata una specifica distinzione tra elementi
retributivi di natura legale e contrattuale, limitandosi la legge a fare
riferimento ai “trattamenti retributivi previsti nei contratti collettivi

contrattuale.
7. Si contesta la decisione anche in ordine alla ritenuta lesione, da
parte della Corte territoriale, dei diritti fondamentali posti a tutela dei
lavoratori per la mancata apposizione di un termine finale allo stato di
crisi, non essendovi nella legge alcun preciso riferimento a limiti
temporali, né essendone previsto il carattere di essenzialità rispetto
alla legittimità della delibera, per essere richiesto unicamente che lo
stato di crisi sia effettivo, così come verificatosi nel caso di specie, in
cui lo stesso era stato recepito ed avallato dall’accordo Quadro siglato
con il sindacato FIT-CISL ed approvato dall’Assemblea dei soci in data
10.7.2008.
8. I due motivi possono essere trattati congiuntamente in relazione
alla evidente connessione delle questioni che ne costituiscono
l’oggetto , osservandosi che il secondo contiene una denunzia ai sensi
dell’art. 360, n. 5, c.p.c. secondo lo schema previsto dalla vecchia
formulazione della norma, non più applicabile

ratione temporis a

sentenza depositata, come quella qui impugnata, dopo il 12.9.2012.
9.

A prescindere dall’evidenziato profilo di inammissibilità, le

doglianze si fondano nella sostanza sul rilievo della ritenuta possibilità
di ridurre i trattamenti economici anche al di sotto dei trattamenti
minimi previsti dalla contrattazione nazionale del settore o della
categoria affine, in coerenza con le previsioni normative richiamate,

5

nazionali” e quindi sia a quelli legali che e a quelli di derivazione

che sarebbero state erroneamente interpretate dalla Corte
territoriale.
10. L’art. 3 I. 142/2001, nel prevedere un trattamento economico
del socio lavoratore proporzionato alla quantità e qualità del lavoro
prestato, ne stabilisce una misura minima che non può essere

contrattazione collettiva nazionale del settore o della categoria affine,
ovvero, per i rapporti di lavoro diversi da quello subordinato, in
assenza di contratti o accordi collettivi specifici, non inferiore ai
compensi medi in uso per prestazioni analoghe rese in forma di
lavoro autonomo.
12.

Con riguardo al contenuto del regolamento interno delle

cooperative previste dall’art. 1 della legge 142/01 dispone l’art. 6
della stessa legge, che enumera le previsioni essenziali che lo stesso
deve contenere, tra cui, alla lettera “d), l’attribuzione all’assemblea
della facoltà di deliberare, all’occorrenza, un piano di crisi aziendale,
nel quale siano salvaguardati, per quanto possibile, i livelli
occupazionali e siano altresì previsti: la possibilità di riduzione
temporanea dei trattamenti economici integrativi di cui al comma 2
lett. b) dell’art. 3, il divieto per l’intero durata del piano, di
distribuzione di eventuali utili” ed, alla lettera e), “l’attribuzione
all’assemblea della facoltà di deliberare, nell’ambito del piano di crisi
aziendale di cui alla lettera d), forme di apporto anche economico, da
parte dei soci lavoratori, alla soluzione della crisi, in proporzione alle
disponibilità finanziarie …”;
13. Lo stesso art. 6 contiene, al comma 2, la seguente previsione:
“Salvo quanto previsto alle lettere d), e) ed f) del comma 1 nonché
all’art. 3 comma 2 bis, il regolamento non può contenere disposizioni

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inferiore ai minimi previsti per prestazioni analoghe, dalla

derogatorie in pejus rispetto al solo trattamento economico minimo di
cui all’art. 3, comma 1. Nel caso in cui violi la disposizione di cui al
primo periodo, la clausola è nulla”.
14. L’art. 9 della legge 14.2.2003 n. 30, in sede di modificazioni alla
legge 3 aprile 2001 n. 142, aveva previsto che le parole “ai

collettivi nazionali di cui all’art. 3″ fossero sostituite dalle seguenti ” al
solo trattamento economico minimo di cui all’art. 3, comma 1″.
15. Il carattere derogatorio rispetto al principio generale di divieto di
incidenza in pejus sul trattamento economico minimo di cui all’art. 3
comma 1 anzidetto si evince chiaramente dalla portata dell’art. 6,
comma 2, laddove la norma esordisce con la previsione di salvezza
delle previsioni di cui alle lett. d) e) ed f) del comma 1 dello stesso
articolo, e non vi sono appigli normativi o altre evidenti ragioni
plausibili di natura sistematica che conducano ad avallare l’ipotesi di
una svista del legislatore, così come sostenuto dalla Corte del merito.
16. Tuttavia, al di là della necessità di considerare l’estensione della
portata derogatoria della disposizione, deve, prim’ancora, ritenersi
conforme ai canoni di ermeneutica legale la lettura coordinata delle
norme suindicate effettuata dalla Corte di Torino in relazione alla
temporaneità dello stato di crisi che legittima gli interventi derogatori
individuati dall’art. 6, 2° co., I. 142/2001, temporaneità che, benchè
non prevista espressamente dalle norme scrutinate, è stata ritenuta
rilevante ai fini della possibilità di deliberare riduzioni retributive
nell’ambito di una crisi aziendale.
17. Ciò è stato argomentato anche dal riferimento, contenuto nella
lett. d) dell’art. 6 I. 142/2001 alla “possibilità di riduzione temporanea
dei trattamenti economici (integrativi)” e tale opzione interpretativa

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trattamenti retributivi ed alle condizioni di lavoro previsti dai contratti

risulta conforme ai principi già affermati da questa Corte (cfr. Cass.
28.8.2013 n. 19832) secondo cui, al fine di evitare possibili abusi a
danno dei soci lavoratori, la Deliberazione del “piano di crisi
aziendale” deve contenere elementi adeguati e sufficienti tali da
esplicitare:

straordinari consentiti dalla legge;

la temporaneità dello stato di crisi e dei relativi interventi;

– uno stretto nesso di causalità tra lo stato di crisi aziendale e
l’applicabilità ai soci lavoratori degli interventi in esame.
18. Anche nell’interpello del Ministero del Lavoro 7/2009, richiamato
dalla Postai Coop, con riguardo alle ipotesi derogatorie previste dalle
lett. d) ed e) dell’art. 6, comma 1 della legge, si fa riferimento alla
temporaneità dello stato di crisi per entrambe, indipendentemente
dalla previsione solo nell’ipotesi di cui alla lett. d) della temporaneità
della riduzione dei trattamenti economici integrativi.
19. La infondatezza del rilievo relativo all’ asserita inessenzialità del
requisito della apposizione di un termine finale allo stato di crisi, la
cui mancanza ha comportato una riduzione retributiva ininterrotta per
le lavoratrici socie, assume carattere assorbente rispetto ad ogni altra
doglianza prospettata negli stessi motivi.
20. Alla luce delle esposte considerazioni, deve pervenirsi al rigetto
del ricorso.
21. Nulla va statuito per le spese del presente giudizio di legittimità,
essendo la Guarnieri e la Cirulli rimaste intimate.
22. Sussistono le condizioni di cui all’art. 13, comma 1 quater, dPR
115 del 2002.

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– l’effettività dello stato di crisi aziendale che richiede gli interventi

P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese.
Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002 art. 13, comma 1 quater, dà atto
della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della

quello dovuto per il ricorso, a norma dell’art.13, comma1bis, del
citato D.P.R..
Così deciso in Roma, in data 9 maggio 2018
Il Consigliere estensore
Dott. Rosa Arienzo

ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a

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