Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19047 del 28/09/2016

Cassazione civile sez. VI, 28/09/2016, (ud. 14/04/2016, dep. 28/09/2016), n.19047

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARMANO Uliana – Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Consigliere –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 23660/2012 proposto da:

G.G., (OMISSIS), G.B. (OMISSIS),

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA TACITO 10, presso lo studio

dell’avvocato ALESSIA DE BELLIS, rappresentati e difesi

dall’avvocato GIUSEPPE SARDANO giusta procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

A.G., A.V., A.S., AV.VI.,

O.M., O.L., O.V., O.A.D.,

O.V., OS.MA., D.G., D.L.,

D.S., D.G.M.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 540/2012 delle CORTE D’APPELLO di BARI del

24/02/2012, depositata il 08/05/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

14/04/2016 dal Consigliere Relatore Dott. RAFFAELE FRASCA.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

p.1. G.G. e G.B. hanno proposto ricorso per cassazione contro A.G., A.V. e A.S., quali eredi di A.D., contro Av.Vi., contro O.M., O.L., O.A.D., O.V. e O.M., e contro D.G., D.L., D.S., D.G.M., tutti nella dichiarata qualità “di eredi e prossimi congiunti” di D.L..

Il ricorso è stato proposto contro la sentenza dell’8 maggio 2012 della Corte d’Appello di Bari.

p.2. Nessuno degli intimati ha resistito al ricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

p.1. Il Collegio rileva che si configura una questione pregiudiziale di inammissibilità del ricorso per l’assoluta inidoneità al raggiungimento dello scopo dell’esposizione sommaria del fatto sostanziale e processuale che in esso è svolta.

Queste le ragioni.

p.2. Il ricorso, dopo le prime due pagine, nelle quali si indicano le parti ricorrenti e quelle intimate, e le prime quattro righe della terza pagina nelle quali si identifica la sentenza impugnata, dichiara espressamente che “si devono intendere per conosciuti i fatti di causa i quali vengono meramente riassunti nei seguenti modo e termini”.

Quindi, a questo scopo si riferisce:

a) nella stessa pagina 3 e sino alle prime sedici righe della pagina 4, che: al) i ricorrenti convenivano in giudizio “il sig. A.V., nonchè A.D. ed altri poichè tutti quanti avevano sottoscritto piano di lottizzazione presentato” al Comune di Monopoli e che era stato, approvato con delibere comunali (che vengono indicate con numero e date); a2) la lottizzazione riguardava “l’intera maglia residenziale-urbanistica, sita in (OMISSIS) e circoscritta tra (OMISSIS)” ed i “germani A.” “firmavano la richiesta di P.D.L.” e si erano impegnati con scrittura privata a cedere una porzione di terreno esistente in detta “maglia”, di mq. 408, per la quasi totalità destinata a verde, beneficiando in cambio di volumi edificabili pari a mc 976,39, che realizzavano; a3) i germani A. avevano, però, dopo avere edificato, ceduto a terzi, “privando inesorabilmente tutti i colottizzanti dell’intera volumetria loro spettante ed in particolare per quanto riguarda gli odierni ricorrenti riducevano la loro superficie edificatoria di mc 812,86 (CTU pag. 21) con un danno stimato in Euro 87.281,21, oltre accessori;

b) si dice, quindi, che il giudice di primo grado accoglieva la domanda dei ricorrenti e condannava i germani A. al pagamento a titolo di risarcimento danni di detta somma;

c) si riferisce, poi, che i ricorrenti impugnavano la sentenza con quattro motivi di appello, che vengono indicati come erroneo esonero da responsabilità di A.D., errata quantificazione del danno e conseguente impossibilità di ottenere la certificazione di agibilità in quanto condizionata alla cessione del verde al Comune di Monopoli come riportato nella convenzione con lo stesso Comune, omessa attribuzione della rivalutazione monetaria e “disciplina delle spese”;

d) di seguito si dice che A.V. contestava le doglianze avversarie e svolgeva appello incidentale sulla base di quattro motivi, che vengono parimenti indicati come erronea valutazione della validità e natura della scrittura privata del 2 novembre 1992, “erronea ed illogica motivazione della scrittura privata sotto il profilo della illiceità della causa”, errata valutazione del danno dei G. e “ingiusta responsabilità di A.D.”;

e) in fine si dice che il giudice d’appello rigettava l’appello principale ed accoglieva l’incidentale dichiarando nulla “la dichiarazione del novembre 1992, “riteneva assorbito appello incidentale proposto da A.G. ed altri”, e rigettava “l’appello incidentale proposto dai germani O..

Nient’altro si enuncia sul fatto sostanziale e processuale e si procede dalle ultime quattro righe della pagina 5 del ricorso ad illustrare i due motivi sui quali esso si fonda.

p.3. Il tenore dell’esposizione del fatto:

aa) omette di indicare in modo preciso, sebbene riassuntivo e sommario, le ragioni giustificative della domanda e ciò, tenuto conto della congerie di soggetti coinvolti nel giudizio, quantomeno riguardo ai soggetti della convenzione, ed in ogni caso quanto all’individuazione dei termini dei suoi contenuti;

bb) omette di riferire chi e con quali difese si era costituito nel giudizio di primo grado;

cc) omette di indicare, sempre in modo riassuntivo e sommario, i termini dello svolgimento del giudizio di primo grado e le ragioni sulle quali si fondò la decisione del primo giudice;

dd) omette di individuare, sebbene in modo riassuntivo e sommario, le ragioni dell’appello principale proposto dai ricorrenti, che vengono solo identificate quanto all’oggetto;

ee) omette di individuare, sebbene in modo riassuntivo e sommario, le ragioni dell’appello incidentale di A.V., indicate allo stesso modo;

ff) omette qualsiasi indicazione delle difese degli altri soggetti i soggetti costituitisi in appello e delle loro difese, mentre nel riferire del contenuto della decisione si apprende della proposizione di altri de appelli incidentali;

gg) omette qualsiasi indicazione, sempre riassuntiva, delle ragioni della decisione qui impugnata.

p.4. Va rilevato che, in presenza di una espressa proposizione come parte del ricorso di una sede destinata all’esposizione del fatto, secondo lo schema formalmente previsto dall’art. 366 c.p.c., resterebbe esclusa la possibilità di valutare se le carenze rilevate siano supplite dall’illustrazione dei motivi del ricorso, atteso che, in conformità al principio della relatività della idoneità delle forme al raggiungimento dello scopo e conforme alla logica di un ovvio principio di autoresponsabilità, quando il ricorrente in cassazione proponga un ricorso che espressamente dichiara debba assolvere al requisito dell’art. 366 c.p.c., n. 3, attraverso una parte a ciò espressamente dedicata, tale modo di proposizione sottende che egli intenda che quel requisito debba desumersi sa essa e che non debba e nemmeno possa desumesi se del caso per il tramite dell’integrazione con i motivi.

Comunque, se si procedesse alla lettura dei motivi, emergerebbe che anche all’esito della loro lettura le rilevate carenze rimarrebbero comunque esistenti.

Ciò come meglio si dirà in prosieguo nel rilevare una seconda ragione di inammissibilità, questa volta riferita ai motivi.

p.5. Tanto premesso, si rileva che l’esposizione del fatto di cui sopra si sono riferiti i termini è inidonea alla stregua dei seguenti principi di diritto.

E’ innanzitutto principio consolidato quello secondo cui “Il requisito della esposizione sommaria dei fatti, prescritto a pena di inammissibilità del ricorso per cassazione dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, è volto a garantire la regolare e completa instaurazione del contraddittorio e può ritenersi soddisfatto, senza necessità che esso dia luogo ad una premessa autonoma e distinta rispetto ai motivi, laddove il contenuto del ricorso consenta al giudice di legittimità, in relazione ai motivi proposti, di avere una chiara e completa cognizione dei fatti che hanno originato la controversia e dell’oggetto dell’impugnazione, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso, compresa la stessa sentenza impugnata.” (Cass. sez. un. n. 11653 del 2006).

Le stesse Sezioni Unite avevano, d’altro canto, già osservato che “11 disposto dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, secondo cui il ricorso per cassazione deve contenere, a pena di inammissibilità, l’esposizione sommaria dei fatti di causa, risponde non ad un’esigenza di mero formalismo, ma a quella di consentire una conoscenza chiara e completa dei fatti di causa, sostanziali e o processuali, che permetta di bene intendere il significato e la portata delle censure rivolte al provvedimento impugnato” (Cass. sez. un. n. 2602 del 2003).

E’ stato, del resto, nella logica dei principi affermati dalle Sezioni Unite efficacemente detto che “per soddisfare il requisito imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, il ricorso per cassazione deve contenere l’esposizione chiara ed esauriente, sia pure non analitica o particolareggiata, dei fatti di causa, dalla quale devono risultare le reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le giustificano, le eccezioni, le difese e le deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria, lo svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni, le argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto, su cui si fonda la sentenza impugnata e sulle quali si richiede alla Corte di Cassazione, nei limiti del giudizio di legittimità, una valutazione giuridica diversa da quella asseritamene erronea, compiuta dal giudice di merito. Il principio di autosufficienza del ricorso impone che esso contenga tutti gli elementi necessari a porre il giudice di legittimità in grado di avere la completa cognizione della controversia e del suo oggetto, di cogliere il significato e la portata delle censure rivolte alle specifiche argomentazioni della sentenza impugnata, senza la necessità di accedere ad altre fonti ed atti del processo, ivi compresa la sentenza stessa” (ex multis, Cass. n. 7825 del 2006; n. 12688 del 2006).

p.5.1. Si deve aggiungere che il requisito dell’esposizione sommaria del fatto sostanziale e processuale è divenuto tanto più importante a seguito della innovazione legislativa introdotta nella disciplina del libro primo del c.p.c. (e che sarebbe perciò certamente applicabile anche alle sentenze di cassazione) e che è d’indiretta, ma sicura rilevanza pratica in sede di giudizio di legittimità: si tratta della modifica (ex lege n. 69 del 2009) dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, ai sensi del quale la sentenza deve contenere non più “la concisa esposizione dello svolgimento del processo e dei motivi in fatto e in diritto della decisione”, bensì “la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione”. Prescrizione che, poi, il pure novellato art. 118 disp. att. c.p.c., ridimensiona (all’apparenza) ulteriormente, parlando della “succinta esposizione dei fatti rilevanti della causa e delle ragioni giuridiche della decisione, anche con riferimento a precedenti conformi”.

Queste disposizioni, applicabili – ai sensi della L. n. 69 del 2009, art. 58, comma 2, ai processi pendenti in primo grado alla data della sua entrata in vigore (ed anche a quelli pendenti in appello ed in cassazione, a meno di ritenere che la novità normativa si sia inteso applicarla solo a far tempo dalle decisioni rese in primo grado dopo l’entrata in vigore della legge) – almeno apparentemente parrebbero legittimare i giudici di merito ad omettere qualsiasi riferimento allo svolgimento del processo, il che può rendere al lettore pressochè incomprensibile la decisione.

Senza indulgere a spiegare perchè un’esegesi ragionevole della nuova previsione comporti che essa non debba essere presa alla lettera dai giudici di merito, atteso che non si riesce a comprendere come, almeno entro certi limiti, si possano esporre le ragioni di fatto e di diritto della decisione senza dar minimo conto e per quanto necessario dello svolgimento processuale, potendo configurarsi in casi limite, il rischio di una motivazione del tutto apparente sul piano percettivo, importa qui rilevare che non è dubitabile che nel nuovo contesto normativo, il requisito di cui al n. 3 assuma certamente rinnovata importanza, perchè impone alla parte ricorrente in Cassazione – sempre che la sentenza non impinga per quanto si è appena rilevato in un’apparenza di motivazione – di sopperire ad eventuali manchevolezze della sentenza nell’individuare fatto sostanziale e – soprattutto – processuale.

p.6. Ebbene, la sopra riportata esposizione del fatto nel ricorso in esame è del tutto carente secondo i principi di diritto che si sono ricordati.

Donde l’inammissibilità del ricorso per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 3.

p.7. Peraltro, se si passasse ad esaminare i motivi del ricorso, si configurerebbe un’ulteriore ragione di inammissibilità – eccepita dalla resistente attraverso il riferimento alla violazione del c.d. principio di autosufficienza – afferente all’assoluta inosservanza del requisito di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6, atteso che la loro esposizione si fonda sul contenuto di documenti e di atti processuali, riguardo ai quali non si fornisce in alcun modo l’indicazione specifica prescritta da detta norma nei termini di cui a consolidata giurisprudenza della Code (a partire da Cass. (ord.) n. 22303 del 2008 e Cass. sez. un. n. 28547 del 2008).

p.8. Il ricorso è, conclusivamente, dichiarato inammissibile. Non è luogo a provvedere sulle spese del giudizio di cassazione.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla per le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 3, il 14 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 28 settembre 2016

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