Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19041 del 14/09/2020

Cassazione civile sez. II, 14/09/2020, (ud. 30/01/2020, dep. 14/09/2020), n.19041

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. BELLINI Ugo – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – rel. Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19931-2019 proposto da:

B.A., elettivamente domiciliato in ROMA, V.LE UNIVERSITA’ 11,

presso lo studio dell’avvocato EMILIANO BENZI, rappresentato e

difeso dall’avvocato ALESSANDRA BALLERINI;

– ricorrenti –

nonchè contro

MINISTERO DELL’INTERNO COMMISSIONE TERRITORIALE RICONOSCIMENTO

PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI TORINO SEZIONE GENOVA, MINISTERO

DELL’INTERNO (OMISSIS);

– controricorrente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di GENOVA, depositata il 14/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

30/01/2020 dal Consigliere Dott. VARRONE LUCA.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

1. Il Tribunale di Genova, con decreto pubblicato il 14 maggio 2019, respingeva il ricorso proposto da B.A., cittadino del Bangladesh, avverso il provvedimento con il quale la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale aveva, a sua volta, rigettato la domanda proposta dall’interessato di riconoscimento dello status di rifugiato, di protezione internazionale, escludendo altresì la sussistenza dei presupposti per la protezione complementare (umanitaria);

2. Il Tribunale, per quel che qui interessa, riteneva i fatti esposti dal richiedente inverosimili, soprattutto con riferimento al timore di essere ucciso da ignoti membri del partito politico AL, anche perchè il ricorrente in sede giudiziale aveva chiarito di non essere mai stato attivamente impegnato politicamente nel suo paese, essendosi limitato a svolgere mansioni quale cameriere per i membri del partito del BNP del posto, senza mai essere stato tesserato e senza avere mai avuto un ruolo attivo. Lo stesso richiedente, nell’esprimere i propri timori, era rimasto molto confuso. L’insussistenza del pericolo dedotto ai fini della protezione internazionale era confermata anche dalla condotta tenuta nel nostro paese, dove per tre anni non si era curato di conoscere le modalità di presentazione della domanda.

Dunque, la partenza dal Bangladesh del ricorrente, legata a motivi esclusivamente economici e lavorativi, non consentiva di ritenere sussistenti i presupposti per la protezione derivanti da rischi per la propria incolumità o da rischi di persecuzione personale per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale, opinione politica e, tantomeno, un rischio di condanna alla pena di morte, all’esecuzione della pena di morte o a trattamenti inumani e degradanti.

I numerosi aspetti incongruenti evidenziati nel racconto non risultavano idonei ad integrare il rischio di persecuzione diretta. Non sussistevano, dunque, gli estremi per il riconoscimento dello status di rifugiato. Parimenti si doveva escludere la sussistenza dei presupposti di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b).

Infatti, anche analizzando le esposte dichiarazioni alla stregua del criterio valutativo di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. c), doveva rilevarsi che il racconto era implausibile, inverosimile e non credibile su aspetti fondamentali. Inoltre, doveva escludersi la sussistenza dei presupposti applicativi dell’art. 14, lett. c), del citato decreto, ovvero una situazione di violenza indiscriminata o di conflitto armato interno, come identificata dalla Corte di Giustizia. I resoconti della situazione del Bangladesh riferivano di problemi di ordine pubblico, limitazioni delle libertà fondamentali e di violenza perpetrata prevalentemente nei confronti di oppositori del governo e di minoranze diverse da quelle di appartenenza del richiedente e, dunque, pur sussistendo una situazione di violazione dei diritti umani imputabile all’autorità di governo, tali violazioni non erano tali da determinare una violenza indiscriminata in situazione di conflitto armato.

Ciò posto non sussistevano neanche i presupposti per il riconoscimento del diritto alla protezione per motivi umanitari, in quanto lo stato di vulnerabilità non poteva essere ricondotto nel caso di specie ad aspetti riguardanti la persona del richiedente. Il ricorrente, infatti, era in salute, aveva effettuato un viaggio privo di vicende traumatiche e i suoi timori di rientro erano fondati su ragioni rimaste inverosimili e prive di riscontro. Inoltre, la situazione oggettiva del paese d’origine, correlata alla sua condizione personale lasciava supporre una sufficiente tutela dei diritti umani. Peraltro, il ricorrente non aveva evidenziato alcun percorso di integrazione sociale, non aveva imparato l’italiano ad oltre cinque anni dal suo arrivo, aveva necessità di un interprete e non aveva una regolare attività lavorativa, nè aveva svolto alcuna attività inclusiva e, dunque, non era possibile configurare alcuna vulnerabilità attuale neanche con un giudizio prognostico in caso di rimpatrio.

3. B.A. ha proposto ricorso per cassazione avverso il suddetto decreto sulla base di tre motivi di ricorso.

4. Il Ministero dell’interno ha resistito con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

1. Il primo motivo di ricorso è così rubricato: erronea, contraddittoria e carente motivazione dell’ordinanza impugnata in ordine alla valutazione della mancata sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria. Error in procedendo per mancata istruttoria di ufficio. Violazione di legge, errata o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2 e 14.

A parere del ricorrente il provvedimento impugnato sarebbe erroneo nella parte in cui ha rigettato il riconoscimento della protezione sussidiaria sulla base di un’incompleta istruzione probatoria. Infatti, la situazione del Bangladesh si era deteriorata notevolmente come emergeva da una serie di elementi riportati analiticamente nel ricorso, con violenze anche politiche tra i due diversi partiti esistenti e con anche episodi di estorsione.

1. Il primo motivo di ricorso è inammissibile.

Il motivo contiene una serie di critiche agli accertamenti in fatto espressi nella motivazione della Corte territoriale che, come tali, si palesano inammissibili, in quanto diretti a sollecitare un riesame delle valutazioni riservate al giudice del merito, che del resto ha ampiamente e rettamente motivato la statuizione impugnata, esponendo le ragioni e le fonti del proprio convincimento.

La censura, infatti, si risolve in una generica critica delle valutazioni espresse dal Tribunale di Genova in base agli elementi probatori risultanti dall’istruttoria e, in sostanza, nella richiesta di una diversa valutazione degli stessi, ipotesi integrante un vizio motivazionale non più proponibile in seguito alla modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, apportata dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito in L. n. 134 del 2012 (v. Cass., sez. un., n. 8053/2014).

La sentenza, con motivazione coerente ed esaustiva ha ritenuto l’assenza di situazioni di violenza indiscriminata e di una situazione di conflitto armato o di violenza generalizzata nel paese di provenienza del ricorrente, il Bangladesh, escludendo così il diritto alla protezione sussidiaria ed umanitaria sulla base delle informazioni tratte dai vari siti online puntualmente citati nella sentenza, cui il ricorrente contrappone diverse fonti chiedendo una rivalutazione del giudizio di fatto formulato dal Tribunale.

In ordine al dovere del giudice di attivare poteri officiosi di indagine, nella specie, la Corte territoriale ha adempiuto al dovere di cooperazione istruttoria officiosa che incombe sul giudice, così come previsto dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e art. 27, comma 1 bis, in ordine all’accertamento della situazione oggettiva relativa al Paese di origine, avendo tra l’altro ritenuto, a monte, che i fatti lamentati non costituiscano un ostacolo al rimpatrio nè integrino una minaccia grave ed individuale alla vita o alla persona nei casi previsti dall’art. 14, lett. c, del citato decreto e cioè “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”.

2. Il secondo motivo è così rubricato: Violazione dell’art. 2 Cost., dell’art. 11 del Patto internazionale sui diritti civili e politici delle Nazioni Unite del 1966 in relazione all’art. 5, comma 6, testo unico immigrazione, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, violazione dell’art. 19 testo unico immigrazione.

Il ricorrente contesta la decisione del Tribunale di Genova che dopo aver astrattamente richiamato l’istituto della protezione umanitaria si è limitato a osservare che, nel caso in esame, non erano presenti motivi per concedere il permesso di soggiorno per motivi umanitari, non avendo il ricorrente dedotto problemi di salute nè fornito prova della sua integrazione.

Contrariamente a quanto affermato dal Tribunale il ricorrente ha avviato un pregevole percorso di integrazione sociale e lavorativa, peraltro, il Tribunale non aveva attinto ad informazioni precise ed aggiornate circa la situazione generale esistente nel paese di origine. Inoltre, vi sarebbe anche contraddittorietà della motivazione, avendo comunque dato atto il ricorrente della sussistenza di condizioni oggettive di vulnerabilità connesse alla regione di provenienza. In Bangladesh, infatti, vi sarebbe addirittura un’emergenza umanitaria, una grave crisi alimentare, una continua violazione dei diritti umani e il pericolo di tortura che il Tribunale avrebbe omesso di valutare.

Pertanto, le condizioni di grave d’oggettive difficoltà economiche, di diffusa povertà e di limitato accesso per la maggior parte della popolazione ai più elementari diritti inviolabili della persona, tra cui quello all’alimentazione, alla salute sarebbero tali da imporre il rilascio in applicazione dell’art. 5, comma 6, testo unico immigrazione di un permesso di soggiorno sul territorio nazionale.

2.1 Il secondo motivo di ricorso è infondato.

Il Tribunale ha ritenuto che i fatti lamentati non costituiscano un ostacolo al rimpatrio nè integrino un’esposizione seria alla lesione dei diritti fondamentali, essendo state evocate mere difficoltà economiche. La pronuncia risulta del tutto conforme ai principi di diritto espressi da questa Corte, atteso che quanto al parametro dell’inserimento sociale e lavorativo dello straniero in Italia, esso può essere valorizzato come presupposto della protezione umanitaria non come fattore esclusivo, bensì come circostanza che può concorrere a determinare una situazione di vulnerabilità personale (Cass. n. 4455 del 2018), che, tuttavia, nel caso di specie è stata esclusa.

Ora, il ricorrente non ha dedotto alcunchè quanto alla specifica lesione della sfera dei propri diritti personalissimi, limitandosi ad un riferimento generico alla situazione di instabilità e violazione dei diritti umani. Il tema della generale violazione dei diritti umani nel Paese di provenienza costituisce senz’altro un necessario elemento da prendere in esame nella definizione della posizione del richiedente: tale elemento, tuttavia, deve necessariamente correlarsi alla vicenda personale dell’istante, perchè altrimenti si finirebbe per prendere in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo Paese d’origine in termini del tutto generali ed astratti in contrasto col parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 del 2007, art. 5, comma 6, che nel predisporre uno strumento duttile quale il permesso umanitario, demanda al giudice la verifica della sussistenza dei “seri motivi” attraverso un esame concreto ed effettivo di tutte le peculiarità rilevanti del singolo caso, quali, ad esempio, le ragioni che indussero lo straniero ad abbandonare il proprio Paese e le circostanze di vita che, anche in ragione della sua storia personale, egli si troverebbe a dover affrontare nel medesimo Paese, con onere in capo al medesimo quantomeno di allegare i suddetti fattori di vulnerabilità (cfr. Cass. 23 febbraio 2018, n. 4455).

Giova aggiungere che le Sezioni Unite di questa Corte, nella recente sentenza n. 29460/2019, hanno ribadito, in motivazione, l’orientamento di questo giudice di legittimità in ordine al “rilievo centrale alla valutazione comparativa tra il grado d’integrazione effettiva nel nostro paese e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel paese di origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale”, rilevando che “non può, peraltro, essere riconosciuto al cittadino straniero il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari considerando, isolatamente e astrattamente, il suo livello di integrazione in Italia, nè il diritto può essere affermato in considerazione del contesto di generale e non specifica compromissione dei diritti umani accertato in relazione al paese di provenienza (Cass. 28 giugno 2018, n. 17072)”, in quanto, così facendo, “si prenderebbe altrimenti in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo paese di origine, in termini del tutto generali ed astratti, di per sè inidonea al riconoscimento della protezione umanitaria”.

3. Il terzo motivo di ricorso è così rubricato: violazione e falsa applicazione dell’art. 3 CEDU, in particolare in relazione all’art. 5, comma 6, testo unico immigrazione e falsa applicazione dell’art. 19 del medesimo testo unico dell’immigrazione.

Secondo il principio di diritto internazionale non può procedersi a respingimento del cittadino straniero che si trovi a rischio di essere sottoposto a torture o a trattamenti crudeli inumani o degradanti. Il provvedimento impugnato sul punto sarebbe assolutamente carente, essendosi limitato a far riferimento a fonti internazionali che seppur dimostrano il persistere di tensioni politiche e sociali e di violazione della libertà democratiche non sfociano nel conflitto armato o in una situazione di violenza indiscriminata. Tale motivazione sarebbe del tutto erronea, non tenendo conto del principio di non respingimento contenuta nella CEDU. Peraltro, tale pericolo di essere sottoposto a tortura e trattamenti disumani o degradanti non deve necessariamente provenire da uno Stato, ma anche da organizzazioni criminali o gruppi terroristici, anche in tal caso lo straniero ha diritto al rilascio di un permesso di soggiorno ex art. 5, comma 6, testo unico immigrazione.

3. Il terzo motivo di ricorso è infondato.

Il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, allo straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza (per tutte Cass. n. 4455- 18). Nella specie è dirimente osservare che una simile valutazione è stata fatta dal tribunale sulla base di un ragionamento incentrato innanzi tutto sull’inaffidabilità del racconto del richiedente in ordine alle effettive ragioni del suo espatrio.

Il decreto del Tribunale, infatti, risulta puntualmente motivato in fatto circa l’inattendibilità del racconto, e tanto è dirimente per escludere ogni conseguenza in ordine al paventato (e qui ulteriormente insistito) rischio di compromissione dei diritti umani in conseguenza della vicenda dedotta; difatti il suaccennato rischio è stato allegato non come endemico rispetto a una situazione di violenza indiscriminata, ma come giustappunto consequenziale alla vicenda specifica, la quale vicenda è stata ritenuta dal tribunale inverosimile. L’anzidetta considerazione assorbe ogni questione, ancorchè dovendosi aggiungere che il Tribunale ha pure motivatamente escluso la condizione di vulnerabilità in considerazione della mancanza dei presupposti oggettivi e soggettivi.

4. Il ricorso è rigettato.

5. Le spese del giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

6. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente principale di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, art. 1 bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 2100 più SPAD.

ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente principale di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, art. 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della 2 Sezione civile, il 30 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 14 settembre 2020

 

 

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