Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19033 del 31/07/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 31/07/2017, (ud. 30/03/2017, dep.31/07/2017),  n. 19033

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – rel. Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29950-2011 proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE

MAZZINI, 134, presso lo studio dell’avvocato LUIGI FIORILLO, che la

rappresenta e difende giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

P.R., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA RENO 21, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO RIZZO, che lo

rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 9592/2010 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 06/12/2010, R. G. N. 8686/2009.

Fatto

RILEVATO

che P.R. adì il giudice del lavoro deducendo l’illegittimità di plurimi contratti a termine, conclusi con Poste Italiane s.p.a. per i periodi dal 20/3/1997 al 31/5/1997, dal 7/2/1998 al 30/4/1998, dal 1/7/1998 al 30/9/1998 e dall’11/11/1998 al 30/1/1999;

che il Tribunale di Roma accolse la domanda, dichiarando la sussistenza tra le parti di un rapporto di lavoro subordinato a decorrere dal 20/3/1997, con le statuizioni consequenziali;

che la sentenza fu confermata dalla Corte d’appello di Roma;

che, in esito a ricorso per cassazione, la Suprema Corte accolse i motivi di ricorso con i quali Poste s.p.a. aveva dedotto la legittimità dell’apposizione del termine in relazione ai contratti precedenti all’ultimo e dichiarò inammissibile il motivo di ricorso proposto con riferimento alle statuizioni economiche;

che la Corte d’appello di Roma, in sede di rinvio, confermò l’illegittimità del termine apposto all’ultimo contratto, dichiarando l’esistenza tra le parti di un rapporto di lavoro subordinato a decorrere dall’11/11/1998 anzichè dal 20/3/1997, rilevando che la pronuncia di cassazione parziale non aveva riaperto l’esame anche della questione risarcitoria, sulla quale doveva dirsi intervenuto il giudicato con conseguente inapplicabilità della sopravvenuta L. n. 183 del 2010;

che per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso Poste Italiane sulla base di un unico motivo;

che il P. ha resistito con controricorso.0

Diritto

CONSIDERATO

che con l’unico motivo di ricorso la società ha dedotto violazione e falsa applicazione dell’art. 324 c.c. e dell’art. 2909c.c. ex art. 360 c.p.c., n. 3, rilevando che la statuizione in forza della quale era stato ritenuto formato il giudicato sulla domanda risarcitoria era in contrasto con le norme in tema di giudicato interno, il quale può formarsi soltanto su un capo autonomo di sentenza che risolva una questione avente una propria individualità e autonomia, non ravvisabili nel capo concernente la questione risarcitoria, che, pertanto, anche se non espressamente impugnato, non poteva essere ritenuto passato in giudicato;

che il motivo è infondato alla luce dei principi che governano il giudizio di cassazione, con specifico riferimento all’efficacia preclusiva della sentenza di rinvio, in forza della quale non è consentito da parte del giudice del merito della successiva fase alcun sindacato della sentenza rescindente;

che, pertanto, legittimamente la sentenza impugnata ha rilevato che la cassazione della sentenza di secondo grado in relazione all’accoglimento del ricorso della società con riguardo ai primi tre contratti, pronunciata insieme al rigetto del ricorso stesso con riguardo al quarto contratto e alla declaratoria di inammissibilità del motivo sul capo risarcitorio “non ha affatto riaperto anche la questione risarcitoria “, il cui capo in sostanza è stato confermato insieme alla confermata nullità del termine apposto al quarto contratto;

che alla luce delle considerazioni svolte deve ritenersi che sulla questione risarcitoria sia già intervenuto il giudicato, con la conseguente inapplicabilità dello ius superveniens di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32;

che il ricorso, quindi, va integralmente rigettato, con liquidazione delle spese del giudizio di legittimità secondo soccombenza.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 4.000,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% e accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 30 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 31 luglio 2017

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