Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19028 del 06/07/2021

Cassazione civile sez. un., 06/07/2021, (ud. 08/06/2021, dep. 06/07/2021), n.19028

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CASSANO Margherita – Presidente Aggiunto –

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente di Sez. –

Dott. VIRGILIO Biagio – Presidente di Sez. –

Dott. STALLA Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – rel. Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 1533/2021 proposto da:

C.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MONTE ZEBIO

43, presso lo studio dell’avvocato FERRUCCIO AULETTA, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

PROCURATORE GENERALE MILITARE PRESSO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE,

MINISTERO DELLA DIFESA, PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE DI

CASSAZIONE;

– intimati –

avverso la sentenza del CONSIGLIO DELLA MAGISTRATURA MILITARE IN SEDE

DISCIPLINARE, depositata il 30/11/2020.

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

08/06/2021 dal Consigliere Dott. FRANCESCO MARIA CIRILLO;

lette le conclusioni scritte dell’Avvocato Generale Dott. RENATO

FINOCCHI GHERSI, il quale chiede che la Corte rigetti il ricorso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Il Procuratore generale militare presso la Corte di cassazione ha promosso l’azione disciplinare nei confronti del Dott. C.G., magistrato con funzioni di Presidente di sezione del Tribunale militare di Roma, contestandogli l’illecito di cui al D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 1, comma 1 e art. 2, comma 1, lett. d).

Nell’articolato capo di incolpazione sono stati contestati al magistrato una serie di comportamenti, tutti relativi alla medesima vicenda, ipotizzando la violazione dei doveri di riserbo, equilibrio e correttezza nei confronti della Procura militare della Repubblica presso il Tribunale militare di Roma. In particolare, al Dott. C. è stato contestato di avere indebitamente inserito in una sentenza da lui redatta, in qualità di Presidente del Collegio giudicante, una serie di considerazioni critiche, diffuse e non pertinenti, sull’operato dei colleghi della Procura militare, che nulla avevano a che fare col processo penale oggetto della sentenza.

2. Il Consiglio della magistratura militare, con sentenza del 30 novembre 2020, ha ritenuto il Dott. C. responsabile dell’illecito a lui ascritto e gli ha inflitto la sanzione della censura.

2.1. La vicenda è stata così ricostruita.

In data 2 luglio 2019 la Procura militare di Roma indirizzava una nota al Presidente della Seconda Sezione del Tribunale militare Dott. C., firmata dal Sostituto Procuratore Dott. L.G. e vistata dal Procuratore capo Dott. S.A. – lettera inviata per conoscenza anche al Presidente del Tribunale e al Procuratore generale militare presso la Corte d’appello – nella quale si evidenziava che nel procedimento penale che vedeva come imputato il gen. R.P. era stato nominato difensore l’avv. Ri.Pi., già magistrato militare e ormai in pensione. In quella comunicazione, oltre a porre in luce la presunta situazione di incompatibilità dell’avv. Ri., si aggiungeva che questi risultava ancora iscritto all’Associazione nazionale magistrati militari italiani, presieduta dal Dott. C.. In considerazione di tale situazione, la lettera invitava quest’ultimo a valutare la possibilità di astenersi dal giudicare, dati i rapporti pubblici notori di frequentazione tra lui e l’avv. Ri..

Il 16 luglio 2019, data della prima udienza a carico dell’imputato suindicato, il Dott. C., dopo aver chiesto chiarimenti sulla citata lettera al Dott. L., Pubblico Ministero, si ritirava in Camera di consiglio con il Collegio da lui presieduto; dando poi lettura, all’esito, di una dichiarazione a supporto della sua decisione di non astenersi. Indi il processo proseguiva regolarmente.

Il successivo 22 luglio il Dott. C. comunicava l’accaduto al Presidente del Tribunale militare il quale, a sua volta, trasmetteva la nota con gli allegati al Procuratore generale militare presso la Corte di cassazione, il quale provvedeva successivamente alla sua archiviazione.

Conclusosi il giudizio penale con l’assoluzione del gen. R., in data 13 novembre 2019 veniva depositata la motivazione della relativa sentenza, redatta dal Presidente estensore Dott. C..

Nel paragrafo n. 2 della motivazione, intitolato appunto “sull’invito al Presidente ad astenersi da parte del Pubblico Ministero”, il Tribunale si soffermava su di una serie di considerazioni dalle quali trae avvio l’accusa disciplinare. In particolare, in quella parte della motivazione veniva detto che l’invito ad astenersi rivolto nei confronti del Presidente del Tribunale militare con la citata lettera risultava essere già noto ad un giornalista, il quale in apertura dell’udienza del 16 luglio 2019 ne aveva chiesto un commento al Presidente Dott. C.. La divulgazione del contenuto della lettera era quindi da ricondurre, secondo la motivazione della sentenza, ad un’iniziativa della Procura militare della Repubblica; iniziativa che denotava “mancanza di imparzialità e di lealtà nei confronti delle parti private e dello stesso Tribunale da parte di chi ha compiuto tale gesto indebito”. Oltre tutto, proseguiva la sentenza, la Procura militare aveva fondato l’invito all’astensione “affermando circostanze false” in ordine alla presunta frequentazione esistente tra il Dott. C. e l’avv. Ri., in tal modo facendo intendere che per il magistrato sussistessero gravi ragioni di convenienza che suggerivano l’astensione, ragioni in realtà inesistenti.

2.2. Così ricostruiti i fatti, il C.M.M. ha premesso che l’incolpazione disciplinare non aveva ad oggetto il contenuto della dichiarazione, letta all’udienza del 16 luglio 2019, con la quale il Magistrato aveva escluso che sussistessero ragioni per la sua astensione; quanto, invece, la motivazione della suindicata sentenza nella parte in cui il Tribunale era tornato ad occuparsi dell’argomento.

La sentenza disciplinare, in particolare, ha preso in considerazione alcune parti specifiche della motivazione: quella secondo cui l’invito all’astensione rivolto dalla Procura militare tendeva a mettere in dubbio l’imparzialità del Presidente, mentre si trattava solo di un invito a valutare l’opportunità dell’astensione; quella secondo cui l’iniziativa della Procura militare era fondata su circostanze false e quella in cui si riteneva che la divulgazione del contenuto della lettera fosse da ricondurre ad iniziativa della Procura medesima. Ha evidenziato il Giudice disciplinare, al riguardo, che la scorrettezza del Dott. C. risultava da una serie di elementi: la superfluità delle affermazioni, irrilevanti ai fini della decisione del giudizio penale in corso; l’obiettivo contenuto dell’accusa di slealtà rivolto alla Procura militare, che si risolveva in un attacco “gratuito e denigratorio” del Dott. L. e del Procuratore capo, e la “palese intenzione di coinvolgere l’intero collegio del Tribunale in una questione che riguardava esclusivamente la sua persona e di assegnare al “rilancio” della sua “denuncia” il massimo della pubblicizzazione”.

Dopo di ciò, il C.M.M. ha rilevato che il Dott. C. aveva errato nel sottoporre al Tribunale la questione relativa alla sua astensione, posto che sul punto il Collegio non aveva alcun elemento su cui interloquire, essendo la decisione sull’astensione rimessa al singolo magistrato. La sentenza ha precisato, su questo punto, che l’errore era da ricondurre solo al Presidente e non anche al Collegio, dato che nell’ordinanza letta all’udienza del 16 luglio 2019 il Tribunale aveva precisato che la valutazione sull’opportunità dell’astensione, ai sensi dell’art. 36 c.p.p., è rimessa ai singoli giudici.

Richiamate le argomentazioni difensive dell’incolpato, la sentenza disciplinare ha affermato che, ove pure l’iniziativa della Procura militare fosse stata grave o eccezionale, ciò non avrebbe comunque consentito al Dott. C. di comportarsi come poi è avvenuto. Egli, infatti, “dopo aver tempestivamente, puntualmente e pubblicamente spiegato le ragioni per le quali riteneva infondata la sollecitazione all’astensione”, non avrebbe avuto alcuna ragione per ribadire, quattro mesi dopo, scrivendo la motivazione della sentenza penale, le ragioni del rifiuto della propria astensione, in tal modo stigmatizzando ancora il comportamento della Procura militare e “riconducendo alla paternità del Tribunale considerazioni che quel Collegio non aveva formulato, nè avrebbe potuto farlo”. Il C.M.M. ha anche precisato, a questo proposito, che non era necessario affrontare la delicata questione dei “limiti di sindacabilità dei provvedimenti giudiziari e del rispetto dell’indipendenza del giudice”, posto che “il Tribunale militare di Roma non ha avuto, nè avrebbe potuto avere, alcunchè su cui deliberare in ordine alla sollecitazione all’astensione rivolta al Dott. C.”; per cui una pronuncia del Tribunale sul punto, “attraverso la sentenza”, sarebbe stata “prima che inopportuna, semplicemente inammissibile”.

D’altra parte, l’invito all’astensione non equivale ad una ricusazione; per cui non poteva trovare applicazione, nella specie, l’art. 44 c.p.p., che impone al giudice una valutazione dell’istanza. La sanzione per la condotta scorretta del ricusante, del resto, è costituita dal pagamento di una somma di denaro, non dalla menzione in una sentenza della ritenuta scorrettezza, per di più “ricorrendo ad un obiter dictum non impugnabile”; sanzione che spetta poi al giudice della ricusazione applicare, non certo al giudice ricusato. Il giudice invitato ad astenersi, ha osservato il C.M.M., “nel rispondere alla parte può ben riferire che non accoglie quell’invito perchè basato su circostanze non vere o false, ma non può attestare in motivazione che la sua convinzione è stata condivisa dal Tribunale”; ciò in quanto il Tribunale “non potrebbe essere pervenuto ad alcuna determinazione in proposito, semmai dovendo limitarsi a prendere atto delle dichiarazioni del giudice interessato”.

Altrettanto grave era da ritenere, secondo la sentenza disciplinare, l’affermazione, contenuta nella sentenza, secondo cui la divulgazione della lettera citata non era riconducibile al personale della cancelleria della Procura militare. Era evidente, infatti, che dal tenore complessivo della motivazione della sentenza redatta dal Dott. C. emergeva che la divulgazione era stata attribuita ad un’iniziativa del Dott. L. e del Procuratore capo militare, trattandosi di una lettera proveniente dal primo e vistata dal secondo.

2.3. Il C.M.M., pertanto, ha ritenuto che l’illecito disciplinare delineato nel capo di incolpazione fosse integrato in tutte le sue componenti, avendo il magistrato incolpato “utilizzato il veicolo processuale della sentenza, depositata e resa pubblica senza che vi potesse essere alcun controllo, per portare un attacco gratuito e denigratorio ai colleghi della Procura, con toni e accenti che neppure in occasione della celebrazione del giudizio disciplinare si sono moderati”. Si trattava, secondo la sentenza disciplinare, di una grave scorrettezza, che getta discredito sull’operato dei colleghi e che non poteva essere ritenuta di scarsa rilevanza. Il C.M.M., infatti, ha escluso l’applicabilità dell’esimente di cui del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 3-bis, perchè nella specie faceva difetto “qualunque comportamento del magistrato, successivo alla commessa violazione, di riconoscimento dell’errore compiuto e dell’incongruità del proprio comportamento”, permanendo anzi nell’incolpato “un ingiustificato convincimento della bontà del proprio operato, unito all’incrollabile certezza che l’unico a commettere errori sia il suo accusatore”.

La sentenza, infine, ha ritenuto la scorrettezza connotata da gravità non solo per i termini usati, ma anche perchè il Dott. C. aveva utilizzato lo strumento processuale della sentenza di cui era estensore, manifestando in tal modo scarso equilibrio e compromettendo anche all’esterno la sua immagine di magistrato.

3. Contro la sentenza del Consiglio della magistratura militare propone ricorso il Dott. C.G. con atto affidato a tre motivi.

Il Ministro della difesa e il Procuratore generale militare non hanno svolto attività difensiva in questa sede.

Fissato per l’udienza pubblica dell’8 giugno 2021, il ricorso è stato trattato in Camera di consiglio, in base alla disciplina dettata dal D.L. 28 ottobre 2020, n. 137, art. 23, comma 8-bis, inserito dalla Legge di Conversione 18 dicembre 2020, n. 176, senza l’intervento del Procuratore generale e del difensore del ricorrente, non avendo nessuno degli interessati fatto richiesta di discussione orale.

Il Procuratore generale presso questa Corte ha depositato una requisitoria scritta, chiedendo che il ricorso venga rigettato.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), per inosservanza o erronea applicazione della legge penale, in relazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 1, comma 1 e art. 2, comma 1, lett. d), L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 4 e all’art. 154 disp. att. c.p.p., nonchè violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), per mancanza della motivazione risultante dal testo del provvedimento impugnato.

Il motivo rileva, innanzitutto, che il comportamento censurato dovrebbe ritenersi scriminato, ai sensi della L. n. 689 del 1981, art. 4, per una serie di ragioni. La tutela dei magistrati contro denigrazioni e diffamazioni, infatti, costituisce un diritto e un dovere per lo stesso magistrato coinvolto; per cui l’azione contestata, mirando a difendere l’onore professionale, dovrebbe per ciò solo essere considerata non punibile. Oltre a ciò, il motivo lamenta che la sentenza disciplinare avrebbe erroneamente affermato che il Dott. C., redigendo la motivazione della sentenza in questione, aveva attribuito alla valutazione del Collegio quella che era una sua valutazione personale. Tale ricostruzione dimentica, secondo il ricorrente, che la decisione di un organo collegiale è da ricondurre sempre al Collegio (art. 154 cit.) e che si deve presumere che il testo della motivazione depositata risponda alla volontà collegiale. Nè la situazione muta per il fatto che l’estensore della sentenza sia il Presidente del Collegio, perchè l’estensore non può fare altro che riportare il deliberato del Collegio. Il comportamento tenuto dal Dott. C., quindi, sarebbe da ritenere come adempimento di un dovere e, perciò, scriminato.

1.1. Il motivo non è fondato, per una serie di concorrenti ragioni. 1.2. Occorre innanzitutto mettere in luce l’improprietà del richiamo alla sentenza n. 6827 del 2014 di queste Sezioni Unite.

In quella decisione, che aveva ad oggetto una vicenda molto particolare, si è rilevato che anche agli illeciti disciplinari dei magistrati si applica la L. n. 689 del 1981, art. 4, in quanto disposizione destinata ad operare per l’intera categoria degli illeciti amministrativi. Sulla base di tale premessa la sentenza suindicata, ponendo a confronto l’esigenza del riserbo intorno allo svolgimento dell’attività giudiziaria con il diritto, per il magistrato, di difendere il proprio onore professionale “attraverso il ristabilimento della verità”, ha affermato che al magistrato è consentito intervenire anche pubblicamente per difendere la legittimità di un provvedimento da lui assunto, ove il medesimo sia stato presentato dai mezzi di comunicazione di massa come avente un contenuto diverso da quello effettivo. In tale situazione, infatti, “non è in discussione la legittimità disciplinare della reazione del magistrato alla critica, eventualmente distruttiva e provocatoria, di un suo provvedimento; è in discussione, invece, la reazione all’attribuzione di un provvedimento non solo di contenuto diverso da quello effettivamente adottato, ma anche inconciliabile con i doveri del magistrato e con l’immagine che il magistrato deve dare di sè per la credibilità propria della magistratura”.

1.3. Il caso odierno è ben diverso.

Il magistrato incolpato, infatti, non era chiamato a difendere un provvedimento da lui assunto, in proprio o quale presidente del collegio, da una presentazione distorta che dello stesso era stata data. La vicenda in esame si presenta come assai più semplice e piana: nei confronti del Dott. C. era stata prospettata, da parte della Procura militare della Repubblica, l’opportunità di valutare la possibilità di un’astensione in considerazione del legame – vero o presunto non ha importanza – col difensore dell’imputato. In relazione a tale situazione, la risposta era stata già data nel corso dell’udienza dibattimentale del 16 luglio 2019 nella quale, come riporta il C.M.M. nella sentenza oggi impugnata, a seguito di apposita Camera di consiglio il Tribunale aveva indicato le ragioni per le quali il Presidente escludeva di essere tenuto all’astensione. E che la vicenda si fosse, per così dire, conclusa, risulta indirettamente dal fatto che la successiva lettera inviata dal Dott. C. al Presidente del Tribunale militare e da questi, a sua volta, rimessa al Procuratore generale militare presso la Corte di cassazione era stata da quest’ultimo archiviata.

Osservano le Sezioni Unite, inoltre, che invitare un magistrato all’astensione, così come pure presentare un’istanza di ricusazione nei suoi confronti, costituisce un’eventualità prevista dalla legge; tanto più che la “consapevole inosservanza dell’obbligo di astensione nei casi previsti dalla legge” integra l’illecito disciplinare di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. c), (sentenza 28 gennaio 2019, n. 2301).

Consegue da ciò che, una volta che il magistrato interessato abbia dato conto delle ragioni per le quali non intende astenersi, la vicenda è chiusa, salvo gli eventuali rilievi critici in sede di impugnazione della sentenza da lui emessa. Come correttamente ha rilevato il Procuratore generale nella sua requisitoria scritta, l’istanza con cui si invita un magistrato ad astenersi è “uno strumento perfettamente legittimo”, in relazione al quale non c’è alcuna necessità di intervenire a difesa del proprio onore. Senza contare che l’invito all’astensione costituisce, di per sè, un evidente minus rispetto all’istanza di ricusazione, sulla quale, com’è noto, deve provvedere un giudice diverso da quello ricusato (art. 53 c.p.c. e art. 40 c.p.p.).

Ne deriva, pertanto, l’infondatezza della prima parte della censura, nella quale si ipotizza che il comportamento assunto dal Dott. C. fosse “dovuto” in considerazione della necessità difendere il suo onore.

1.4. Il ricorrente prospetta poi, sempre nell’ambito del primo motivo, un ulteriore profilo di censura, consistente nel fatto che il Dott. C., assommando in sè le funzioni di Presidente e di estensore della sentenza, non avrebbe fatto altro che mettere per iscritto la volontà del Collegio, al quale la legge rimette la paternità di tutto quanto viene deciso.

Il rilievo è palesemente infondato.

Osserva questa Corte, innanzitutto, che, come correttamente ha rilevato la sentenza qui impugnata – e come ha posto in luce anche il Procuratore generale – in presenza di un invito all’astensione, la decisione appartiene al singolo giudice, quand’anche egli faccia parte di un collegio. Non a caso, infatti, il C.M.M. ha rilevato che nell’ordinanza emessa a seguito della Camera di consiglio tenutasi il 16 luglio 2019, il Collegio aveva escluso di dover prendere posizione direttamente sull’astensione, perchè la relativa valutazione è rimessa, appunto, al solo giudice interessato. E riguardo ad essa gli altri componenti del Tribunale militare non avevano alcun potere di interloquire.

Ne consegue l’evidente scorrettezza del comportamento assunto dal magistrato incolpato il quale, a distanza di mesi dalla prima udienza dibattimentale, quando ormai era da considerare chiusa ogni questione sull’invito ad astenersi avanzato nei suoi confronti, ha ritenuto – giovandosi della sua qualità di Presidente estensore – di ribadire in sentenza le ragioni per le quali aveva escluso di doversi astenere, con una serie di considerazioni aggiuntive che esprimevano giudizi negativi, non richiesti e non necessari, sull’operato della Procura militare.

Le considerazioni che la difesa del ricorrente ha prospettato circa la collegialità della decisione, richiamando una presunta violazione dell’art. 154 disp. att. c.p.p., sono esatte in astratto, ma inconferenti nel caso concreto.

Esse inducono il Collegio, tuttavia, ad alcune precisazioni.

Giova ricordare, infatti, che queste Sezioni Unite hanno già affermato, con una giurisprudenza alla quale va data ulteriore continuità, che, qualora la contestazione disciplinare si riferisca ad addebiti riconducibili ad attività provvedimentale ed, in particolare, riguardi la motivazione di un provvedimento collegiale, è corretta l’imputazione dell’illecito al solo estensore, in quanto, se la decisione è espressione della volontà della maggioranza dei membri del collegio, la stesura della motivazione rientra nei compiti specifici del giudice designato a redigerla e, quando l’estensore sia anche il presidente del collegio, non è previsto nemmeno che la motivazione da lui predisposta sia sottoposta agli altri membri (sentenza 15 aprile 2010, n. 8987). Tanto che la medesima pronuncia ha aggiunto che, ove risulti, in concreto, provato che la motivazione sia stata sottoposta agli altri componenti del collegio e da questi condivisa, ciò non esclude la responsabilità disciplinare dell’estensore, ma consente eventualmente l’estensione dell’incolpazione agli altri membri, che hanno dimostrato di condividere non solo la decisione, ma anche la motivazione.

Quest’ultima eventualità indicata nella sentenza n. 8987 del 2010 non sembra applicabile nel caso in esame nel quale, come si è detto, gli altri componenti del Collegio giudicante hanno preso chiaramente le distanze dal merito di una decisione (sull’astensione) che apparteneva al solo Dott. C..

Ma quello che deve essere sottolineato è che l’attribuzione di una decisione al giudice collegiale non esclude la possibilità di contestazione disciplinare, in relazione al contenuto del provvedimento, nei confronti del solo estensore (specie quando, come nella specie, la sentenza sia stata redatta dal Presidente estensore).

1.5. Si impone, infine, un ulteriore rilievo.

I provvedimenti giurisdizionali in generale, e le sentenze in modo particolare, pur costituendo la manifestazione più elevata e nobile di esercizio del potere giurisdizionale, che la Costituzione ha voluto soggetto soltanto alla legge (art. 101, comma 2), non possono mai tradursi in uno strumento per inserire indebite valutazioni o denigrazioni sull’operato dei colleghi che non siano strettamente funzionali alla motivazione dei provvedimenti stessi (in tal senso v. già la sentenza 27 luglio 2007, n. 16625). Come queste Sezioni Unite hanno recentemente confermato – e come ulteriormente si dirà esaminando il secondo motivo di ricorso – l’esercizio della giurisdizione non può risolversi in una sorta di “schermo” protettivo dietro il quale inserire considerazioni non necessarie o comunque inopportune, tanto più se queste contengono, come nella specie, giudizi oggettivamente denigratori (così la sentenza 18 novembre 2019, n. 29833).

I provvedimenti giurisdizionali, in altre parole, devono caratterizzarsi sempre per misura ed equilibrio, senza dare spazio a considerazioni non richieste ed inutili ai fini della motivazione; tanto più se simili eccessi si risolvono in strumenti denigratori verso chi non si può difendere.

2. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), per inosservanza o erronea applicazione della legge penale, in relazione al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 2, nonchè violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), per travisamento della prova risultante dal testo del provvedimento impugnato.

La censura osserva che la sentenza impugnata, rilevando che la contestazione non riguardava affatto le valutazioni del Tribunale militare sui fatti di causa, sarebbe andata oltre i limiti del sindacato previsto dalla legge, violando la disposizione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 2. Ciò risulterebbe, innanzitutto, in ordine all’affermata incompetenza del Tribunale a pronunciarsi sull’invito all’astensione presentato dal P.M.; ma sarebbe confermato anche dal fatto che il Collegio giudicante aveva ritenuto di doversi pronunciare, con l’ordinanza del 16 luglio 2019, sull’invito all’astensione, ed aveva poi dato mandato al Presidente estensore, all’esito della decisione, di indicare le ragioni di quella decisione, per cui l’estensore aveva un dovere specifico di darne atto nel provvedimento finale a lui affidato. Sostiene il ricorrente che il Collegio giudicante, essendosi “ritenuto investito anche dell’istanza di sollecitazione all’astensione”, era tenuto ad apprezzarne il significato; per cui il giudice disciplinare non sarebbe potuto entrare in simile valutazione, anche volendo ammettere che la sollecitazione all’astensione non avesse messo realmente in dubbio l’imparzialità del Presidente. Oltre a ciò, il motivo rileva che la sentenza disciplinare presenterebbe un’illogica motivazione e il travisamento della prova, nella parte in cui stabilisce, come una sorta di regola generale, che dietro l’astensione e la ricusazione non vi sarebbe sempre un addebito di parzialità rivolto al giudice. Tale valutazione sarebbe errata, anche perchè nel caso di specie la sollecitazione all’astensione proveniva dal Pubblico Ministero, il quale aveva già dimostrato di voler dare notorietà al fatto informando di quell’invito anche il Presidente del Tribunale militare e il Presidente della Corte militare di appello.

2.1. Il motivo contiene due censure, entrambe prive di fondamento.

2.2. La prima ha ad oggetto la portata dell’art. 2, comma 2, cit., disposizione che è stata, nella specie, invocata in modo improprio.

Quella norma, infatti, stabilisce che al di fuori delle ipotesi ivi indicate, “l’attività di interpretazione di norme di diritto e quella di valutazione del fatto e delle prove non danno luogo a responsabilità disciplinare”. Si tratta di una previsione che riecheggia, con le specificità del caso, quella contenuta nella L. 13 aprile 1988, n. 117, art. 2, comma 2, in tema di responsabilità civile dei magistrati, dove pure si prevede che, salvo le eccezioni ivi richiamate, “non può dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto nè quella di valutazione del fatto e delle prove”.

La giurisprudenza di queste Sezioni Unite, come già si è anticipato a proposito del primo motivo, ha in più occasioni affermato che non può essere invocata l’esimente di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 2, in relazione a comportamenti concretatisi in atti o provvedimenti affetti da patologie genetiche o procedimentali tanto gravi da renderli assolutamente anomali ed atipici rispetto alle previsioni normative (così la sentenza 27 gennaio 2010, n. 1628, correttamente richiamata dal Procuratore generale; nello stesso senso, più di recente, la sentenza 21 dicembre 2018, n. 33328). Nella sentenza n. 1628 del 2010 si è detto, con una ricostruzione che merita di essere qui riportata e condivisa, che “se l’attività giurisdizionale costituisce soltanto un pretesto per esprimere un gratuito dissenso, aspro ed anche ironico, rispetto alla decisione di altri giudici, al di fuori del sistema istituzionale delle impugnazioni, l’esimente non opera perchè il fine dell’atto stesso (in parte qua) non è espressione della libera attività di interpretazione e valutazione delle norme e dei fatti processuali. L’esimente invocata non può giustificare qualsiasi affermazione soltanto perchè sia riportata all’interno di un provvedimento giurisdizionale, anche quando sia estranea all’economia del provvedimento stesso. L’esimente serve a garantire la libertà del giudice nell’esercizio della funzione giurisdizionale, e non anche a far sì che il provvedimento giurisdizionale rappresenti una “zona franca” all’interno della quale, con il pretesto dell’esercizio della funzione giurisdizionale, assumano legittimità comportamenti ed affermazioni estranei alla funzione della giurisdizione e del provvedimento stesso”.

D’altra parte, l’esimente in questione ha ad oggetto, appunto, le attività di interpretazione delle norme e di valutazione dei fatti, che nulla hanno a che vedere col caso di specie.

Quanto, poi, alla considerazione di parte ricorrente secondo cui il Tribunale militare, essendosi ritenuto “investito anche dell’istanza di sollecitazione all’astensione”, era perciò tenuto ad “apprezzarne il significato”, valgono integralmente le osservazioni già svolte a proposito del primo motivo.

2.3. La seconda censura prospettata nel motivo in esame ipotizza un vizio di motivazione per travisamento della prova, sostenendo che la sentenza disciplinare avrebbe erroneamente affermato, come una sorta di regola generale, che dietro l’astensione e la ricusazione non vi sarebbe sempre un addebito di parzialità rivolto al giudice.

Rileva il Collegio che la censura non coglie nel segno.

Oltre a quanto si è già detto, a questo riguardo, esaminando il primo motivo di ricorso, la doglianza dimostra di non comprendere in pieno la ratio decidendi della sentenza disciplinare. Il C.M.M., infatti, ha ritenuto integrato l’illecito contestato non perchè il Dott. C. avesse indicato le ragioni per le quali non intendeva astenersi, quanto piuttosto perchè, avendo già dato conto della sua decisione con l’ordinanza dibattimentale del 16 luglio 2019, aveva poi ritenuto di dover tornare sull’argomento in sede di motivazione della sentenza, aggiungendo una serie di gratuite ed inutili considerazioni, non richieste e non necessarie, sull’operato della Procura militare. Così operando, quindi, il Presidente del Collegio, estensore della sentenza, ha finito col coinvolgere indebitamente gli altri componenti del Tribunale in una critica che costoro, probabilmente, non intendevano compiere e che non avevano modo di evitare, posto che la sentenza deve per legge essere firmata dal solo Presidente.

3. Con il terzo motivo di ricorso si lamenta violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), per inosservanza o erronea applicazione della legge penale, in relazione al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 3-bis, nonchè violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), per mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione.

La doglianza è centrata sulla mancata applicazione, da parte del C.M.M., dell’esimente della scarsa rilevanza del fatto. La sentenza impugnata, secondo il ricorrente, avrebbe negato l’applicazione dell’art. 3-bis cit., non per le caratteristiche del fatto in sè, quanto sulla base di un “post factum”, costituito dalla mancanza di ogni riconoscimento dell’errore da parte dell’incolpato. Nè potrebbe giovare, al riguardo, il richiamo all’art. 133 c.p., contenuto nel D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 18, comma 4, posto che la condotta susseguente al reato non attiene alla gravità dello stesso, quanto alla capacità a delinquere del colpevole. Oltre a tale violazione di legge, la sentenza impugnata sarebbe viziata, sul punto, anche da omessa motivazione. Secondo il ricorrente, infatti, la decisione disciplinare non avrebbe tenuto in considerazione una serie di argomenti decisivi ai fini della scarsa rilevanza del fatto, tra i quali la risonanza inesistente della vicenda, l’assenza di una compromissione dell’immagine del magistrato, l’ottimo giudizio del Dott. C. risultante dall’ultima valutazione di professionalità e la perdurante, costante stima dei Colleghi nei suoi confronti.

3.1. Il motivo non è fondato.

3.2. E’ opportuno compiere alcune brevi considerazioni sull’esimente in questione.

La giurisprudenza di queste Sezioni Unite ha da tempo stabilito che la previsione di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 3-bis, secondo cui l’illecito disciplinare non è configurabile quando il fatto è di scarsa rilevanza, è applicabile, sia per il tenore letterale della disposizione che per la sua collocazione sistematica, a tutte le ipotesi previste negli artt. 2 e 3 del medesimo Decreto, anche quando la gravità del comportamento è elemento costitutivo del fatto tipico, e perfino quando integri la commissione di un reato; ove si richieda l’applicazione di tale esimente, il giudice deve procedere ad una valutazione d’ufficio, sulla base dei fatti acquisiti al procedimento e prendendo in considerazione le caratteristiche e le circostanze oggettive della vicenda addebitata, anche riferibili al comportamento dell’incolpato, purchè strettamente attinenti allo stesso, con un giudizio globale diretto a riscontrare se l’immagine del magistrato sia stata effettivamente compromessa dall’illecito (così, tra le altre, le sentenze 23 aprile 2012, n. 6327, 10 settembre 2019, n. 22577, 27 novembre 2019, n. 31058, e 30 dicembre 2020, n. 29823).

Il citato art. 3-bis introduce nel sistema delle sanzioni disciplinari il principio di offensività che è di appartenenza penalistica, secondo il quale la sussistenza dell’illecito va, comunque, riscontrata alla luce della lesione o messa in pericolo del bene giuridico tutelato dalla norma, con accertamento in concreto, effettuato ex post; tale bene giuridico va considerato unico per tutte le ipotesi di illecito disciplinare ed è quello della “giustizia” in senso lato, identificabile, appunto, con la compromissione dell’immagine del magistrato (sentenze 13 dicembre 2010, n. 25091, e 8 ottobre 2018, n. 24672). Ne consegue che la previsione, come proprium dell’illecito contestato, della “gravità” di un certo comportamento non esclude, di per sè, l’applicabilità dell’esimente.

Si tratta, in ultima analisi, di una sorta di “valvola di sicurezza” del sistema, che consente al giudice disciplinare di escludere, ricorrendo la condizione della “scarsa rilevanza”, la sussistenza dell’illecito; con una valutazione che è sì di merito, ma che esige comunque la sussunzione della fattispecie concreta entro l’indeterminato paradigma legislativo, in tal modo rientrando in un giudizio di diritto sottoposto al sindacato di legittimità (così, da ultimo, la sentenza 23 giugno 2021, n. 17985).

3.3. Ciò premesso, trattandosi, nel caso di specie, dell’illecito disciplinare di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. d) – cioè un illecito nel quale il bene tutelato è costituito dal corretto andamento dell’ufficio giudiziario – queste Sezioni Unite osservano che l’accertata “gravità” del fatto da parte del giudice disciplinare esclude l’applicabilità dell’esimente, a prescindere dalla compromissione dell’immagine pubblica del magistrato incolpato (sentenza n. 29823 del 2020).

Il motivo in esame lamenta, come si è detto, che il C.M.M., nel negare l’applicazione della scriminante, avrebbe limitato la sua valutazione soltanto al post factum, senza indagare cioè sull’effettiva gravità del comportamento assunto in sè e per sè, ma tale censura non coglie nel segno.

Ed infatti la sentenza impugnata, pur avendo concentrato la motivazione in ordine alla configurabilità della scriminante sul sostanziale mancato successivo “ravvedimento” del magistrato (p. 38 della motivazione), ha dato ampio conto, nelle pagine precedenti, delle ragioni per le quali quel comportamento è stato oggettivamente ritenuto grave.

Senza ripercorrere in questa sede l’intero iter della motivazione, è sufficiente qui richiamarne solo alcuni significativi passaggi. La sentenza disciplinare, in particolare, ha posto in luce come apparisse gratuita l’accusa rivolta nei confronti della Procura militare in ordine alla divulgazione della sollecitazione all’astensione. La motivazione rileva che il Dott. C. aveva, da un lato, escluso di sua iniziativa (e senza riscontri) ogni responsabilità del personale di cancelleria nella divulgazione e, dall’altro, aveva ascritto agli uffici della Procura militare “la commissione di un reato o di un illecito disciplinare, senza neppure muovere loro una contestazione, senza che per loro valessero i principi del “giusto processo””. La scorrettezza, in definitiva, è stata ritenuta grave “non solo per l’obiettivo discredito che le parole utilizzate nella sentenza gettano sui colleghi e per la natura pubblica di un atto che conclude un processo seguito anche dai mass media, ma anche perchè veicolata attraverso lo strumento della sentenza da chi, essendo Presidente del collegio e relatore, si poneva al di fuori del controllo fisiologico, e poteva approfittare della circostanza”.

Si tratta, come facilmente si deduce, di una serie di convincenti e meditate argomentazioni che danno conto della gravità del fatto in sè assunto e che validamente giustificano la mancata applicazione dell’esimente di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 3-bis, per cui la lamentata violazione di legge non sussiste.

4. In conclusione, il ricorso è rigettato.

Non occorre provvedere sulle spese, atteso il mancato svolgimento di attività difensiva da parte degli intimati.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio delle Sezioni Unite Civili, il 8 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 luglio 2021

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